Alessandro Camilli

Case, un morto al giorno: fulminati sotto la doccia, dal frigorifero…

Case, un morto al giorno: fulminati sotto la doccia, dal frigorifero...

Case, un morto al giorno: fulminati sotto la doccia, dal frigorifero…

ROMA – Sono la quarta causa di morte secondo dati europei dopo cancro, malattie cardiovascolari e respiratorie. Sono gli incidenti domestici ed in particolare quelli legati all’elettricità. In media, in Italia, si conta un morto al giorno. Un morto fulminato al giorno. Una strage silenziosa che a differenza di altri casi non fa notizia e di cui, nessuno o quasi, sembra accorgersene.

In Italia per Eurosafe ogni anno si contano 5.500 decessi. Per la metà causati da cadute. La quota di quelli causati dagli incidenti di origine elettrica, che vedono coinvolte più donne che uomini in virtù della loro minore resistenza alle scariche elettriche, è però al secondo posto, ma soprattutto questa è una tipologia di infortuni che nella maggioranza dei casi potrebbero essere facilmente evitati se solo si rispettassero tutte le norme di sicurezza.

“I due terzi della abitazioni italiane non rispettano le norme sulla sicurezza elettrica – racconta su La Stampa di oggi Paolo Baroni che sul tema ha condotto una piccola inchiesta -: il 13% sono esposte al rischio di incendio per motivi elettrici e nel 18% dei casi manca il differenziale elettrico obbligatorio per legge. Più della metà degli impianti, il 52%, rischia la fulminazione per componenti elettriche danneggiate o in cattivo stato”.

Una fotografia, numeri che sono l’anticamera della strage che ogni anno si consuma. Nelle abitazioni, infatti, ogni anno si verificano circa 30.000 incidenti gravi di cui 6.000 (il 20%) proprio di origine elettrica. Il più delle volte capita facendo la doccia. Ma può succedere anche aprendo il rubinetto dell’acqua in cucina o il frigorifero, e capita toccando il congelatore. Oppure aprendo la porta blindata di casa o mettendo le mani in impianti dove i fili della corrente anziché essere protetti sono scoperti o mal collegati. Ogni azione, ogni interazione con un oggetto elettrico è potenzialmente pericolosa. Succede tutto in pochi istanti: una scarica improvvisa e si muore. La cucina (38% degli incidenti avvengono in questo ambiente ed è facile immaginarne la ragione) è l’ambiente più pericoloso, a seguire il bagno (11,7%), la camera da letto (10%), poi soggiorno e salone (9,4), balconi, terrazzi e via elencando. Mentre le attività più pericolose sono per gli uomini riparazioni varie, fai da te e bricolage (16,9%), seguite da giochi e passatempi (14,9%); e le cosiddette attività fisiologiche (12,4%) nascondono le maggiori insidie per le donne.

Altro dato da tenere presente sono i costi sociali che questi incidenti portano e che sono a dir poco altissimi. “Tra interventi di emergenza e spese mediche e di pronto soccorso che poi ricadono sulla collettività, i costi sociali della mancata messa in sicurezza degli impianti sono enormi – spiega Francesco Burrelli, presidente della principale associazione di amministratori di condominio, l’Anaci – nell’ordine di 8-10 miliardi di euro all’anno”.

Il problema è, fatta la tara con il rischio fisiologico che l’interazione con l’energia elettrica comporta, la scarsa manutenzione e lo stato degli impianti che troppo spesso non sono a norma. Stando ai numeri forniti da Prosiel, l’associazione che raggruppa tutti i principali protagonisti della filiera elettrica e che da anni si batte per favorire un uso sicuro dell’energia elettrica, ben i due terzi della abitazioni italiane non rispettano le norme sulla sicurezza elettrica: il 13% sono esposte al rischio di incendio per motivi elettrici e nel 18% dei casi manca il differenziale elettrico che la legge ha reso obbligatorio. E, come se non bastasse, più della metà degli impianti, il 52%, rischia la fulminazione a causa di componenti elettriche danneggiate o in cattivo stato.

“Complessivamente – spiega Carmine Battipaglia, presidente di Cna Installazione impianti – sono sei milioni gli interruttori differenziali che mancano. Il problema è che rispetto alle prime normative dal 2008 in avanti non c’è più nessuno che controlla lo stato degli impianti. Prima, in base alla legge del 1990 spettava a Comuni, Province e Asl farsene carico – sostiene Battipaglia -. Poi, col decreto 37 del 2008 che regola l’attività di installazione degli impianti negli edifici, l’allora ministro dello Sviluppo Scajola ha deciso che questi controlli non servivano più. C’è un vuoto normativo enorme – aggiunge Battipaglia – tanto più evidente se si considera che invece a livello europeo si è andati molto spediti prevedendo una serie di livelli progressivi delle dotazioni sia sul fronte delle prestazioni che nel campo della sicurezza”.

La soluzione sarebbe, secondo gli addetti ai lavori, quella che contemporaneamente appare come la più logica ma è quasi impossibile da realizzare: mappare tutti gli impianti esistenti per scoprire cosa è a norma e cosa no e fornendo, allo stesso tempo, una ‘mappa’ utile in caso d’incidenti. In attesa di una simile, titanica mappatura, è consigliabile cominciare tenendo a mente consigli di semplice buon senso: come affidare solo a tecnici competenti la realizzazione e le riparazioni degli impianti, effettuare una manutenzione regolare e tenere lontane acqua e sorgenti elettriche.

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