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Certificato medico: sport e palestra, lo scippo dei 30 euro

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – La tassa, odiosa e subdola, del certificato a 30 euro. Tutti a domandarsi e pontificare sul  se, come e quanto dire addio alle Olimpiadi romane avrebbe fatto bene e/o male allo sport e alla  cultura sportiva del nostro Paese, quando per scoprire come questa sia calpestata bastava provare  ad iscrivere i propri figli alle classiche attività sportive del pomeriggio. Molto prima dei futuribili Giochi del 2024 i romani, come tutti gli altri cittadini italiani, senza  differenza eccezion fatta, forse, per le tariffe, nel voler fare o nel voler far fare ai propri figli dello  sport vengono in contatto con la burocrazia che questo circonda.

Una burocrazia fatta di file e  caselle da ‘toccare’ tipo monopoli, ma fatta anche di vere e proprio gabelle mascherate da non si sa  bene cosa. E’ il caso dei certificati medici, punto d’arrivo del faticoso avvio dell’attività sportiva.  Quando ci si vuole o si vogliono iscrivere i propri figli in palestra, a calcio, a danza o a qualsiasi  altra cosa, le scuole in questione vogliono e chiedono il certificato medico di chi si va ad iscrivere.  Lo chiedono perché è giusto controllare il proprio stato di salute prima di fare sport e perché, in  questo modo, le assicurazioni coprono eventuali problemi.  Certificato che va prodotto, evidentemente, da un medico. Medico che, almeno a Roma e almeno  per i bambini – su questo la norma viene decisamente interpretata a seconda dei casi – deve essere  fatto dal medico della Asl. Fila numero 1. Il certificato però, per gli incauti che non lo sapessero,  per essere prodotto deve essere accompagnato da un elettrocardiogramma.

La norma vorrebbe uno  nella vita, ma di solito i dottori chiedono che sia non più vecchio di un anno. E così fila numero 2.  Lunga se si prenota l’Ecg in ospedale, anzi lunghissima viste le liste d’attesa specie nelle città.  Oppure costosa se si prenota l’esame privatamente. I medici della Asl che lo fanno contestualmente  alla visita sono frequenti come i capodogli bianchi. A questo punto, fila numero 3: si torna dal  medico con l’elettrocardiogramma in tasca. Fanno 30 euro.  Il medico, giustamente dal suo punto di vista in virtù della norma che così dispone, chiede 30 euro  per il certificato. Qualche volta 50, si dice al Nord. Di fronte alla sorpresa di un paziente che si  trova in un ambulatorio pubblico, e a cui non si sta chiedendo un ticket, arriva la spiegazione. Non  è la visita che costa, quella è gratis in quanto medico della Asl e quindi con i costi in carico alla  Sanità pubblica. No, si paga il certificato.

In altre parole si pagano 30 euro per 1 foglio A4 (non  sempre, talvolta è più piccolo) dove è scritto quello che il medico ha appurato con una visita  (pagata dallo Stato), un Ecg (pagato a parte) e che già ci aveva detto a voce. Carta decisamente più  costosa persino della carta moneta.  Ovviamente non esistono distinzioni di reddito: si paga tutti. Paga 30 euro il manager single che si  vuole iscrivere in palestra dove magari si ‘rimorchia’ anche, la signora ‘bene’ che si vuole tenere in  forma e anche i 3 figli dell’operaio che fanno nuoto nella piscina comunale. E pagano anche tutti  gli alunni “che svolgono attività fisico-sportive organizzate dagli organi scolastici nell’ambito delle  attività parascolastiche”. Lo dice la norma.  Trenta euro sono, specie se moltiplicati per chi ha più figli e non naviga nell’oro, una tassa. Una  tassa oltretutto iniqua visto che non fa distinzioni per reddito o altro e non conosce progressività, e  odiosa perché va a prendere su un tema come l’educazione sportiva. Altro che Raggi o Malagò, per  far male allo sport si deve cominciare dalle basi.