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Elezioni Usa: chi più cieco, sondaggi o stampa? In fondo numeri dicevano Trump

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ROMA –Elezioni Usa e mondo dell’informazione, giornali, tv, siti o sondaggi. Chi tra questi è stato più miope, se non addirittura cieco, nel non vedere che Donald Trump stava diventando il 45esimo presidente degli Stati Uniti d’America? Ora che il dato è acquisto e che The Donald è ufficialmente il successore di Barack Obama, nonché, probabilmente, l’uomo che ha messo la parola fine alla carriera politica di Hillary Clinton, val la pena ragionare su come mai, i sondaggi prima e l’informazione poi (o viceversa in ordine di tempo), abbiano commesso un così grossolano errore come quello di dare la candidata dem come probabile vincitrice.

L’alibi dell’ultima ora dei sondaggisti (americani ma ormai anche di casa nostra) è l’elettore muto sulle sue vere intenzioni. Insomma l’elettore pronto a votare Le Pen, Trump, Grillo. Pronto, prontissimo a votarlo e infatti lo fa. Ma non a dirlo, non lo dice perché non si fida a dirlo e un po’, appena un po’, teme di fare brutta figura.

E’ alibi tenue quello dell’elettore muto. Alibi che poteva stare in piedi fino a che le opinioni ufficiali e autorevoli della stampa erano anche egemoni in qualche rilevante misura sulla pubblica opinione. Oggi questa egemonia è svanita e si è risolta nel suo contrario: il vento che spira è quello a pensarla al contrario dei grandi giornali, televisioni, competenti ed esperti vari. Quindi nessuna o poca vergogna a dire che si vota “contro”, che si vota chiunque purché sia contro. (Corollario non minimo: stampa e tv e alla grossa tutto quello che si chiama informazione non determinano comportamenti elettorali, non attraggono voti, anzi li respingono e li spingono nella direzione opposta a quella consigliata, si vota anche a dispetto, per far dispetto alla casta/establishment dell’informazione. Nonostante questo fatto acclarato, ci si ostina a considerare luoghi di ambito potere i luoghi dell’informazione, lo fanno sia i difensori del sistema che gli eversori del sistema).

Più vero, anche se davvero poco detto, più vero e anche documentabile che i sondaggi in fondo l’avevano detto che era Trump. I sondaggi bisogna saperli leggere. Ormai sappiamo che sono tarati, hanno una loro misura. Se ti dicono tre punti percentuali di differenza ti stanno dicendo che non lo sanno proprio chi vince e che quindi possono vincere tutti e due. Se ti dicono che quello che era in vantaggio di 15 punti ora di punti di vantaggio ne ha quattro, vuol dire che vincerà l’altro. Se ti dicono che Trump ha il quaranta per cento di possibilità di vincere, Trump dato all’inizio a zero, vuol dire, devi leggere che vince Trump.

Ma è la stampa che non ce la fa, la stampa più che i sondaggi. Non ce la fa perché l’obbligo esclusivo dello on time on line impedisce, comanda alla stampa di non avere prospettiva: si mette in circolo il dato del sondaggio senza memoria dell’ora prima e sguardo sull’ora dopo. Arrivando al paradosso di aver detto ieri che Florida, North Carolina e Ohio erano stati decisivi e contemporaneamente non farcela a dire e titolare Trump presidente quando Florida, North Carolina e Ohio…Un gigantesco crampo professionale attanaglia la stampa. Unito al terrore di sbagliare che è la situazione psicologica e culturale più foriera di errori.

Che i sondaggi sbaglino spesso e volentieri, specie quando tentano di prevedere quel che uscirà dalle urne, non è ad onor del vero una sorpresa. Non serve andare molto indietro, basta infatti guardare al voto inglese sull’uscita dall’Europa, la cosiddetta Brexit: per i sondaggi avrebbe vinto il ‘remain’, e invece ha vinto il ‘leave’. E quante volte, guardando al nostro Paese, abbiamo seguito le nottate elettorali vedendo piano piano sgretolarsi le previsioni dei vari esperti? La domanda è ovviamente retorica, ormai è quasi la regola: il sondaggio che sbaglia non è quasi più notizia.

Per quei sondaggi, tanto per dire, Chiara Appendino non sarebbe mai dovuta diventare sindaco di Torino. La fallibilità dei sondaggi è però tanto nota quanto, in verità, riconosciuta. Ognuno di questi studi contempla infatti un margine di errore, ed eccezion fatta per coloro che ai sondaggi si affidano in modo religioso, tutti più o meno sappiamo che una ‘stima’ non può, per definizione, rappresentare esattamente quel che sarà poi la realtà. Da una parte c’è infatti il problema dell’oversampling, vale a dire la possibilità che alcuni sondaggi abbiano dato un ‘peso’ eccessivo ad alcune categorie di elettori rispetto agli altri.

Dall’altra c’è il fatto che è possibile che un elettore, magari donna, che aveva intenzione di votare Trump non fosse tanto propenso a dirlo al telefono in un sondaggio. Un po’ come ai tempi della Democrazia Cristiana: in Italia, a parole, nessuno mai la votava e nonostante questo ha governato per 50 anni. E poi è possibile che molti elettori non fossero pronti a votare una donna alla Casa Bianca e che avessero però qualche difficoltà ad ammetterlo apertamente, e questo, in virtù del fatto che è la prima volta che una donna è stata candidata alla Presidenza, potrebbe essere stato un fattore oggettivamente difficile da modellare nei sondaggi. Se però è noto, per quanto non sempre ricordato, che i sondaggi sono delle previsioni e in quanto tali possono sbagliarsi, e di grosso, allora la colpa più grave, la ‘cecità’ è stata del mondo dell’informazione. Mondo che prima, come è sua (e quindi anche nostra) abitudine, si è affidato e ha creduto ciecamente (appunto!) a quello che i sondaggi raccontavano, e poi, cosa persino più grave, non è riuscita a ‘leggere’ neanche i dati che uscivano dalle urne americane.

Per giorni, per settimane se non mesi i media di tutto il mondo hanno raccontato che, in soldoni, il palazzinaro miliardario in salsa stelle e strisce era folkloristico ma non aveva chances di arrivare alla Casa Bianca. Sono state scritte e raccontate lunghe, articolate e apparentemente dotte spiegazioni sul perché questo non potesse accadere. Tutte decisamente corroborate dai dati che i sondaggi quotidianamente sfornavano. E quando poi, al posto dei dati teorici sono cominciati ad arrivare quelli veri, nessuno o quasi è riuscito nemmeno a capirli. Nessuno che, dopo mesi che si parlava di stati in bilico, tanto che ormai anche davanti al cappuccino si sente parlare di ‘swing state’, vedendo che la maggior parte di questi andava colorandosi di blu abbia detto, e forse nemmeno compreso, che perbacco poteva vincere Trump. Finché il dato non è stato praticamente definitivo tutti continuavano a raccontare che alla fine Hillary sarebbe stata la prima presidente donna. A partire dai media americani per cui l’errore è, per evidenti ragioni, più grave. Qualcuno, va detto, è stato un po’ meno cieco degli altri.

Blitz, nel suo piccolo, più di una settimana fa scriveva che ‘tirava aria di Trump’. E anche il decisamente più noto Los Angeles Times da tempo prevedeva la vittoria del tycoon americano grazie ad un sondaggio giusto, uno dei pochissimi. Quello dell’University of South California che aveva confezionato per LA Times un sondaggio con una piccola differenza rispetto al modello classico: invece che chiedere agli intervistati quale candidato sostenessero o quale fossero intenzionati a votare, chiedevano quante probabilità da 0 a 100 ci fossero che l’intervistato votasse ciascuno dei candidati. Eccezioni più o meno piccole che non cambiano però la sostanza per cui il mainstream informativo e la stragrande maggioranza dei sondaggi non abbiano capito, e in fondo ancora non si spieghino, come l’uomo dal capello più arancione del mondo sia diventato il 45esimo presidente degli Stati Uniti.

Ultima notazione: buona parte, purtroppo, di coloro che irridono ai sondaggi e ai giornali non hanno voglia di sondaggi esatti e stampa più sveglia. Vogliono solo sfogare ira e disprezzo verso gli “intellettuali” latamente intesi. I sondaggi fasulli a loro favore infatti, insieme ai giornali e notiziari compiacenti, se li bevono come vangeli, anzi di più come testi sacri su cui giurare fedeltà.