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Gratta e Vinci, rimborsi se non vinci. Epidemia sentenze in Campania

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ROMA – Gratta e Vinci, rimborsi se non vinci. E’ in corso una singolare epidemia di sentenze che stabiliscono appunto che il giocatore, l’acquirente di tagliandi Gratta e Vinci se non vince deve essere rimborsato dallo Stato delle spese appunto di acquisto dei tagliandi.

La prima sentenza del genere era arrivata qualche settimana fa da Vallo della Lucania, provincia di Salerno. La seconda sulla stessa linea è arrivata da Cava dei Tirreni, due chilometri da Salerno. La terza e la quarta da Mercato San Severino, pochi chilometri da Salerno e da Salerno stessa. Tutte sostengono che il giocatore non vincente vada risarcito perché sui tagliandi del Gratta e Vinci non c’è l’indicazione di quanto siano basse le possibilità di vincita.

Indirizzo giudiziario (molto più che giuridico) che si presta ad una prima obiezione tecnico-legale: come si fa a stabilire di chi sono, chi ha davvero comprato i tagliandi Gratta e Vinci da rimborsare? I ricorrenti e i giudici che hanno dato loro ragione esibiscono chi 200, chi 300, chi altri cumuli di tagliandi. Ho speso per 300 tagliandi, chiedo rimborso per 300 tagliandi…Ma come si prova e cosa prova davvero che quelli siano i tuoi tagliandi, quelli che per il loro elevato numero attestano la tua condizione di giocatore compulsivo non messo sull’avviso dal governo dei rischi che correvi? I tagliandi sono letteralmente “al portatore”, uno potrebbe farne raccolta anche senza averli veramente acquistati e poi presentarsi allo sportello risarcimenti.

Ma la vera sensazione (più che obiezione) è un’altra. Quella appunto di una molto localizzata epidemia di sentenze che rimborsano il Gratta e Vinci che non vince. Epidemia in Campania, anzi un fazzoletto di Campania intorno Salerno. Difficile non pensare che sia girata la voce, che si siano passati la voce. Di qualunque ceppo sia l’epidemia si diffonde non a caso lì e proprio lì.

Una ragionata campagna contro il gioco d’azzardo condotta attraverso punizione pecuniaria allo Stato che sul gioco lucra? Può essere, spesso i magistrati lo fanno, eccome se lo fanno di abbinare valori e missioni a sentenze.

Oppure una forma localizzata ma intensa di nuovo welfare indiretto ma efficace alle famiglie del territorio per la serie rimettiamo un po’ di soldi in tasca alle famiglie. Può essere, talvolta i magistrati abbinano politica economica a sentenze.

Oppure ancora una sorta di “Amici miei” in salsa campana: un gruppo con ironia e perizia inventa una burla ai danni dello Stato. Poi la burla cresce, cresce, cresce.

Oppure ancora e infine, ed è l’ipotesi peggiore, la trasposizione in sentenze dell’idea folle ma gelosamente custodita e ampiamente diffusa che giocare a Gratta e Vinci o giocare in Borsa o fare investimenti finanziari debba essere per legge a guadagno obbligatorio e per legge, in caso di perdita, debba essere lo Stato a risarcire (insomma se c’è guadagno è roba privata, se c’è perdita è roba pubblica). Non può essere, non può essere che magistratura vada secondo vento di pubblica pressione, secondo dove spira la gente? Non può essere? Può, può: ancora ieri era pieno di sentenze che obbligavano gli ospedali pubblici a ospitare e far operare l’imbroglio Stamina.