Alessandro Camilli

Grillo, uno di noi, campione del “chi, io?”. Il furbacchione, quanto ci piace

Grillo, uno di noi, campione del "chi, io?". Il furbacchione, quanto ci piace

Grillo, uno di noi, campione del “chi, io?”. Il furbacchione, quanto ci piace (nella foto Ansa, Grillo con Davide Casaleggio)

ROMA – Grillo, il furbacchione capace di prendere per i fondelli quelli che non gli vogliono bene, non gli danno ragione, gli fanno ostacolo e fastidio. Il furbacchione, una figura arcitaliana che l’italiano mediamente ama, ammira e nella quale facilmente si identifica.

Il furbacchione, status e ruolo e abilità cui l’italiano medio aspira. Il furbacchione, figura che gode di rispetto e considerazione dai parenti, amici, conoscenti. Il furbacchione che ti rigira tutto e tutti come un guanto e che casca sempre in piedi e non è mai responsabile di nulla. Il furbacchione, il leader che l’italiano riconosce tale da secoli. Altro che “anti”, Grillo è il distillato purissimo di antichi valori, usi e costumi che hanno forgiato il carattere della nazione.

Primo: prendere per i fondelli regole e regolamenti con l’aria più ingenua del mondo, sgarrare facendo la vittima. Nella nota vicenda della paternità del blog Grillo gli avvocati di Grillo tra cui in Grillo nipote di Grillo hanno scritto a memoria difensiva: “non è responsabile, autore, gestore, moderatore, direttore, provider, titolare del dominio, del blog…”. Insomma Grillo col blog Grillo non c’entra né per dritto né per rovescio, nel blog Grillo Grillo è un ospite, niente più. Nello statuto M5S si legge nero su bianco di Grillo e il blog: “Giuseppe Grillo, in qualità di titolare effettivo…cui spetta titolarità e e gestione”. Come si spiega? Si spiega che ci prendono per i fondelli.

Secondo: divincolarsi come anguille e sfuggire come lepri da ogni responsabilità. Su di chi sia e chi sia responsabile del blog ci prendono per i fondelli dal 2012, da quando si è posto il problema del chi paga se il blog sgarra. La risposta del furbacchione è stata: nessuno. Un responsabile del blog non c’è e non ci deve essere perché se arrivano querele (e arrivano) mai e poi mai se condannati va sborsato un euro (Grillo su questo punto è molto sensibile). Quindi si incarta la responsabilità giuridica del blog in tre-quattro strati societari in maniera che la ricerca e individuazione del responsabile si estenui e si perda.

Terzo: avere la faccia tosta di sostenere l’inverosimile come la cosa più naturale e semplice del mondo. Ecco Grillo il leader e guida di un movimento politico, spesso diretto e orientato anche attraverso il blog, che lui non dirige, conosce, controlla quello che pubblica il blog con il suo nome. Meriterebbe un Totò che gli dicesse “ma mi faccia il piacere…” come solo Totò sapeva dire.

Quarto: difendere ad ogni costo la cassa e la roba. Questa del “chi, io?” di Grillo sul blog Grillo si spiega col fatto che il leader e guida rischiava un bel po’ di soldi. Era successo che il blog aveva dato dei corrotti e complici  di ladri a Renzi e Boschi sul “caso Tempa Rossa”. Renzi e Boschi non erano neanche indagato e il “caso Tempa Rossa” è finito con archiviazioni perché non c’era secondo la magistratura corruzione. Allora al Pd si sono stufati di subire e hanno querelato, chiedendo un milione di euro di risarcimento. Ecco perché il “chi, io?”.

Quinto: non arretrare di fronte al duro compito di raccontare verità alternative. Grillo, mentre se ne lavava le mani del suo blog, annunciava: “Il Pd ha perso la causa”. Non è vero, ma faceva brodo, era convincente spiegare il tutto con il “rosicare del Pd” per la causa persa. Causa ancora da discutere? Dettagli, minuzie che non possono imbrigliare la creatività del furbacchione nazionale.

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