Blitz quotidiano
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“Guerra, io e te la vedremo durante le nostre vite…”

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ROMA – Guerra, che ci fa la parola guerra nelle cronache di Brexit? Perché compare, che c’entra? Eppure compare, risuona, come rintocchi isolati ma diffusi. Una nota che decine di milioni di orecchie non coglieranno. Eppure una nota che non suona più stonata, piuttosto lugubre, tragica, ossessiva, impudente…Ma non più stonata.

“Io e te vedremo la guerra durante le nostre vite”. E’ la frase che Francesco Guerrera riporta su La Stampa. Racconta gli è stata detta da un coetaneo più o meno con cui parlavano di Brexit. Non uno qualunque, uno di quelli che girano il mondo, uno di quelli che hanno studiato, hanno reddito. Ma la “nota” non è solo il finanziere che presente guerra, è la plausibilità con cui l’editorialista de La Stampa accoglie la frase. Non incredulità, non smontaggio del paradosso, no i due la guerra la prendono sul serio come una possibilità, uno sviluppo del futuro. Non succedeva da 70 anni. Non la guerra, non succedeva da 70 anni che europei pensassero possibile la guerra.

Altro quotidiano, altro intervistato: Jacques Attali che fu consigliere di Mitterrand. E anche qui la guerra come parola usata, parola affiorata alla mente più che alle labbra dopo Brexit. E Angelo Panebianco editorialista del Corriere della Sera che sente l’urgenza di scrivere: “Chi invoca confini e nazioni demolisce istituzioni che hanno garantito la pace…ma la pace alla gente sembra acquisita per sempre”. E Walter Veltroni che guerra non dice ma dice che “l’implausibile può diventare plausibile” e ricorda la formula di papa Francesco, la formula per definire il mondo oggi “Terza guerra mondiale a pezzi”. E Bill Gates, non fosse altro per dire che lui teme più un’epidemia che una guerra.

La guerra, che c’entra? Perché appare alla mente, perché questa parola nelle cronache Brexit? Mica i britannici hanno votato per la guerra, ma che dicono questi? Vogliono spaventare? E chi e perché vogliono spaventare? No, “questi” e altri con loro più che spaventare sono spaventati. Il nazionalismo, cioè l’attribuire ad altri la responsabilità dei propri guai, altri oltre i confini che esistono “contro” di noi, è sempre stato il padre di tutte le guerre. E il nazionalismo, messo di fatto al bando dagli anni ’50 del secolo scorso in Europa, in Europa è rinato alla grande.

Il richiamo, la bandiera del “sangue e della terra” cui si ispirano e che sventolano i Farage, le Le Pen, i Salvini e i loro omologhi olandesi, danesi, ungheresi, polacchi…Il sangue e la terra da difendere e preservare come puri e intonsi dalla contaminazione e prevaricazione straniera sono stati la culla e la linfa di ogni guerra. E la retorica, la mistica del sangue e della terra oggi tornano a circolare con forza proterva.

Le bugie, le falsità, la complicità dinanzi alle menzogne, la pavidità nel contrastarle. Sono elementi tipici del nazionalismo bellicoso (chi dissente boicotta la patria o il popolo). Accade che un Farage e insieme a lui la stampa popolare britannica raccontino per settimane che 350 milioni di sterline al mese la Gran Bretagna li versa alla Ue e che, fatta Brexit, torneranno ai britannici, alle loro scuole e ospedali. Vinto il referendum, Farage in tv a chi gli chiedeva di quei soldi dice “non posso garantire”. Non è che non può garantire, è che quei soldi non ci sono e non ci sono mai stati, non sono mai stati sottratti a scuole e ospedali. Era una bugia di massa. E la tecnica della menzogna di popolo è sempre stata un segnale premonitore di…guerre.

Non bisogna aver pudore della capacità di leggere la storia. Se una comunità di paesi si dissolve, se in ogni paese cresce il nazionalismo, se la politica indica al popolo il nemico esterno, se lo straniero è colpevole e infetto, se i confini sono barriera, se la propaganda rimarcia sotto i vessilli del sangue e della terra…Se smontiamo e distruggiamo quella parentesi di soli settanta anni di pace nei secoli e secoli di guerra europea…