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Iva ufficio Napoli campione tasse svanite: 56 mld!

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NAPOLI – Poco meno di 25 miliardi, tanto vale la manovra finanziaria che il governo si appresta a varare. Briciole, praticamente spiccioli se confrontati ai 795 miliardi di tasse non riscosse dallo Stato. Ma persino pochi meno rispetto al buco che un solo, unico ufficio è riuscito a realizzare: 56.14 miliardi, record poco onorevole che spetta all’ufficio Iva di Napoli.

Le tasse che non abbiamo mai pagato: 795 miliardi. E che mai pagheremo perché tra falliti, nullatenenti, defunti, irreperibili, in contenzioso senza sbocco e svaniti, evaporati nella burocrazia fiscale i miliardi di tasse non pagate da cui puoi tirar fuori qualcosa sono meno del 10 per cento del totale. Stiamo parlando delle tasse rimaste in sospeso negli ultimi anni, le imposte cioè previste, messe in bilancio ma non pagate da cittadini ed imprese per vari e variamente validi motivi.

Cifre queste che, se incassate, basterebbero ad abbattere il debito pubblico italiano di un terzo e non solo a finanziare il Ponte sullo Stretto, ma anche la Sanità e la Scuola Pubblica, per non parlare delle pensioni. Ma cifre che sono purtroppo per noi e per i conti italiani puramente teoriche. La percentuale di questi crediti che si riesce ad incassare viaggia infatti, anche nel migliore degli scenari immaginati, sotto il 5%. Che vale a dire che circa il 95% di questi crediti, per un motivo o per l’altro, sono inesigibili. Carta straccia.

Esigibilità a parte però, punto su cui torneremo, resta il dato clamoroso di Napoli dove un singolo ufficio è riuscito a totalizzare quasi il 10% del buco complessivo. Dato citato ad esempio, ovviamente non da imitare, dalla Corte dei Conti che nell’ufficio partenopeo trova il caso scolastico di quelle che sono definite le ‘informazioni contabili ritardatarie’.

E allora ecco che si torna alle cause, al come è possibile che si perdano il 95% dei crediti e come è possibile che un simile credito si accumuli. Due fattispecie che ai comuni cittadini e contribuenti non appaiono affatto chiare e scontate. Partiamo, per tentare di capire, da un altro dato fornito dalla magistratura contabile che stima il presunto realizzo, cioè quel che si prevede come presumibilmente incassabile, in 27 miliardi di euro: appena il 4,8% del totale dei 795 miliardi di residui da riscossione relativi ai ruoli emessi dall’Agenzia delle Entrate.

E che fine hanno fatto allora gli altri 768 miliardi? La spiegazione sta nelle cosiddette rettifiche. La sola Agenzia delle Entrate negli anni ha chiesto di abbattere 534,2 miliardi di residui. Poi ci sono le cosiddette e già citate ‘informazioni contabili ritardatarie’.

“Tutti questi residui sono calcolati al lordo, ma anche al netto l’importo è da paura: 552,6 miliardi – spiega Paolo Baroni su La Stampa -. Peccato però che di questi ben 117,6 siano a carico di soggetti falliti e altri 65,3 riguardino persone decedute oppure ditte che hanno cessato l’attività. Tant’è che da questi contribuenti si pensa di ricavare poco o nulla, appena il 2,5% dell’arretrato. Se va bene 4,5 miliardi in tutto. Poi ci sono 242,8 miliardi legati a procedure esecutive e cautelari che a loro volta non produrranno un euro di incasso ed altri 75,9 miliardi di cartelle intestate a soggetti che in base ai dati dell’anagrafe tributaria risultano… nullatenenti. Per cui anche da loro non ci si aspetta più nulla. Per fare cassa restano i creditori solvibili (8 miliardi recuperabili su 50,9 di debito netto) e gli importi già rateizzati (altri 14,48 miliardi)”.

Situazione analoga anche nei conti della dismettente Equitalia. L’odiata agenzia di cui il governo ha da poco annunciato la chiusura avrebbe, e il condizionale è davvero d’obbligo, in pancia crediti per oltre mille miliardi. Dato che però va anche lui ‘ripulito’ togliendo i crediti annullati dagli stessi enti che avevano emesso le cartelle esattoriali, le somme difficilmente recuperabili e quelle sospese in seguito a sentenze portante il conto finale (si fa per dire) a 506 miliardi. Cifra a cui vanno ancora sottratte le posizioni già oggetto di azioni esecutive di recupero seppur non andate a buon fine (60% del totale), gli importi già riscossi (81 miliardi) e quelli rateizzati (24,5). Risultato i crediti ‘buoni’ di Equitalia viaggiano di poco al di sopra dei 50 miliardi. E lo Stato, attraverso la rottamazione in arrivo insieme alla chiusura di Equitalia, conta di incassarne davvero circa 4.


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