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M5S e i soldi: referendum no euro, Equitalia chiusa, default anche sì

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ROMA – M5S e i soldi, M5S e l’economia: Europa sì, ma sì anche ad un referendum sull’adozione di una nuova moneta nazionale. E poi ‘ri-pubblicizzazione’ della Banca d’Italia, introduzione del reddito di cittadinanza e una nuova politica energetica che porti alla fine dell’utilizzo delle fonti fossili entro il 2050.

E ovviamente addio ad Equitalia e via ad una ridiscussione del debito nazionale che non escluda, al limite, nemmeno il default. Default anche sì, cioè non pagarlo il debito pubblico in tutto o in parte.

Il Movimento5Stelle che all’indomani dei ballottaggi sì è trovato ad essere forza di governo, studia ora da forza di governo nazionale e per questo sta delineando quella che sarà la sua proposta di politica economica. Una proposta che alle ultime elezioni mostrava diversi punti deboli, per non dire dei veri e propri buchi neri su alcune questioni che venivano solo sfiorate se non del tutto ignorate.

La possibilità di conquistare ora Palazzo Chigi è però incredibilmente più concreta e per questo il M5S si è messo al lavoro sull’aggiornamento del programma economico. Con un metodo tipico: la suddivisione in gruppi di lavoro “dedicati” che, a partire dal programma del 2013 e attingendo dal lavoro svolto in Parlamento, stanno sviluppando gli assi portanti della proposta.

Assi che non possono che cominciare dal rapporto con l’Europa e con l’euro. “Il M5S non è assolutamente anti-europeista”, fanno sapere fonti parlamentari. “Anzi, proprio perché vogliamo bene all’Europa, puntiamo a cambiare radicalmente questa Ue in senso più solidale, inclusivo e partecipato”. Ma come racconta Manuela Perrone sul Sole24Ore: “in cantiere c’è però l’idea di un referendum di indirizzo ‘sull’adozione di una nuova moneta nazionale in sostituzione dell’euro’, presentata in Senato un anno fa con un ddl costituzionale di iniziativa popolare ma mai discussa”. E a corredo del rapporto con la moneta continentale, c’è la questione del nostro debito pubblico che i 5Stelle vorrebbero ridiscutere. Più o meno sul modello di quello che la neo sindaca Virginia Raggi si appresta a fare con il debito della Capitale e che potrebbe rivelarsi una sorta di prova generale.

Misura propedeutica poi al possibile ritorno ad una moneta nazionale è la riforma di Bankitalia depositata a maggio alla Camera, che punta a ri-pubblicizzarla facendo acquisire al Mef le quote in mano alle banche per riportare in capo a Via Nazionale la sovranità monetaria. Una quota degli utili netti destinati a riserve, fino al 4% (un massimo di 960 milioni), nelle intenzioni dei 5telle dovrebbe servire al Fondo per il reddito di cittadinanza: uno degli altri assi portanti della proposta economica dei grillini. Ipotesi su cui il governo ha chiuso di nuovo. “Bisogna dare opportunità, non certezze”, il commento del premier Matteo Renzi mentre il ministro delle Finanze Padoan ha tagliato corto definendo il reddito di cittadinanza “non sostenibile”. Punto su cui il Movimento risponde presentando un elenco di coperture per un totale di 16,3 miliardi che vanno da 5 miliardi di tagli alla spesa pubblica a 2,5 miliardi di accetta sulle spese militari (F35 in testa), da 2,5 miliardi dall’aumento dei canoni alle concessioni di idrocarburi a 900 milioni ricavati dalle riduzioni delle quote di deducibilità degli interessi passivi per banche e assicurazioni, passando per la scure su auto blu, pensioni d’oro, consulenze, indennità parlamentari e così via.

Sul fronte fisco l’idea è quella di intervenire “a favore dei fattori produttivi”. E quindi per la piccola impresa allargare la platea di chi beneficia dell’aliquota agevolata al 5 e al 15%, eliminare i circa 8mila euro di contributi per le start up innovative, abolire l’Irap sulle microimprese, sostenere gli investimenti all’economia 4.0, come il settore delle stampanti 3d.

Infine la politica energetica, uno dei temi più cari al Grillo degli esordi, quello che in teatro si scagliava contro petrolieri e produttori di automobili. Il piano energetico targato 5Stelle prevede allora la chiusura delle 14 centrali italiane a carbone e degli inceneritori, impresa che Pizzarotti a Parma non ha portato a termine; tassa ambientale per disincentivare il carbone e riattivazione dei sistemi di pompaggio per sfruttare a pieno le rinnovabili. E nei trasporti sostituzione dei motori termici con quelli elettrici.