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“Marziani li abbiamo incontrati senza riconoscerli”. E forse è vero

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – “Gli alieni esistono e ho le prove”. Un’affermazione sentita molte, moltissime volte e che altrettanto frequentemente è risultata priva di prove che avessero carattere scientifico. A dirlo questa volta è però quella che potrebbe essere definita una fonte autorevole: Gilbert Levin, l’uomo che ha ideato alcuni degli esperimenti a bordo dei ‘Viking’, le due sonde della Nasa che 40 anni fa visitarono per prime il pianeta rosso. E, aggiunge Levin, non solo gli alieni esistono, ma proprio su Marte li abbiamo incontrati e, forse, non li abbiamo riconosciuti. Dunque marziani incontrati dall’uomo ma non riconosciuti come tali. E forse stavolta è più o meno vero e non una balla…spaziale.

A raccogliere le parole di Levin sono su La Stampa Gabriele Beccaria e Antonio Lo Campo che hanno intervistato quello che definiscono “uno splendido 92enne, l’ultimo sopravvissuto di una generazione di ingegneri geniali. Professore emerito alla Arizona State University, progettista di farmaci e di tecniche d’analisi microbiche che non smette di immaginare il futuro prossimo, quando l’uomo metterà piede sul Piante Rosso”.

Un futuro prossimo ma che ancora deve superare degli ostacoli, tecnici e non solo. “Prima di inviare uomini su Marte – dice Levin – dobbiamo capire se là la vita presenta forme patogene. Dobbiamo scoprire se è come la nostra o se è differente, avendo seguito un’altra genesi. Ho proposto una versione modificata del test ‘Lr’ per appurarlo, ma il suggerimento non è stato accolto. Se ci rendessimo conto che le forme di vita su Marte e sulla Terra sono sostanzialmente diverse, ciò significherebbe che l’Universo è pieno di vita: sarebbe una conclusione dalle enormi conseguenze. Scientifiche e filosofiche”.

In attesa di capire quando e come potremo mettere piede sul suolo marziano, proprio grazie ai ‘nonni’ degli esperimenti Lr proposti oggi da Levin, secondo quanto affermato dal professore emerito dell’università dell’Arizona, possiamo intanto essere certi che lassù la vita esiste. Non si tratta ovviamente di omini verdi con le antenne che guidano dischi rotanti dalle mille luci, ma di forme di vita se non primitive almeno piccolissime, letteralmente microscopiche, ma che sempre vita sono. E in fondo, come spiegava Darwin, tutti discendiamo da forme di vita microbiche.

Anche se oggi è infatti dato quasi per certa, o almeno per fortissimamente probabile la presenza di vita su Marte, specie dopo aver constatato che su quelle sabbie rosse almeno in passato c’era l’acqua, annunci ufficiali in tal senso non sono mai stati fatti.

“Sono sicuro che ci sia vita su Marte”, dice Levin che spiega come è arrivato, ormai da tempo in verità, a questa conclusione, e cioè attraverso il già citato esperimento Lr. Un esperimento “basato su un procedimento simile a quello usato per il controllo dell’acqua potabile e al quale, credo, si ricorre anche in Italia. Un piccolo campione d’acqua viene iniettato in una provetta di liquido nutriente: se ci sono dei microrganismi, questi metabolizzano i nutrienti stessi e sprigionano bolle di gas che rappresentano la prova che della contaminazione microbica. (…) Quando a una minuscola porzione di terreno di Marte venne iniettata del nutriente radioattivo, si notò che subito venivano emessi dei gas. Il processo si verificò con grande rapidità per i primi tre giorni e poi, più lentamente, nel corso dei successivi quattro dell’esperimento. Questo risultato, da solo, sarebbe considerato una prova dell’esistenza di microrganismi viventi da parte di qualunque ente sanitario. Tuttavia, volendo essere più cauti, aggiungemmo un ulteriore elemento di controllo che prevedeva di riscaldare un altro campione a 160° per tre ore. Era un trattamento in grado di uccidere qualunque microrganismo presente, ma tale da non distruggere i possibili agenti chimici alla base del responso positivo. Applicammo quindi questo controllo cruciale e risultò negativo, soddisfacendo così i criteri per l’individuazione della vita”.

Una prova giudicata non sufficiente dalla Nasa perché sul Viking c’erano tre apparati per la ricerca della vita e il test Lr risultò l’unico a dare una risposta positiva dal punto di vista biologico.

Ma, aggiunge Levin, “non arrivai alla conclusione che Viking avesse rilevato forme di vita fino a 10 anni dopo l’esperimento. Avvenne grazie al lungo lavoro di laboratorio che condussi con la collega Patricia Straat, cercando di riprodurre i risultati ottenuti su Marte con una serie di sostanze chimiche e con i raggi ultravioletti. Poi, dopo altri sette anni di ulteriori studi e di scoperte, come quelle sui batteri estremofili terrestri, sono arrivato alla conclusione che il test Lr abbia davvero individuato attività microbica sul suolo marziano. Successivamente, a sostegno del test di Viking, sono arrivati nuovi dati dalla sonda Phoenix e dai rover Pathfinder e Curiosity, oltre che dalle osservazioni condotte da Terra: tutti hanno individuato tracce di metano su Marte”.


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