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D’Alema vota Raggi? I suoi lo hanno già fatto

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – D’Alema vota Raggi? I suoi l’hanno già fatto. Spontaneamente, convergendo e senza organizzarsi molti elettori Pd hanno votato al primo turno candidato M5S perché “Renzi non è più di sinistra” (M5S lo è?). Lo dicono le cifre del voto, non è un segreto, è alla luce del sole. Molto meno alla luce del sole e molti meno “bersaniani” e affini si sono passati parola e hanno votato Raggi per dispetto, astio a Renzi e perché Renzi è per loro come Cartagine per Roma, va “distrutto” e poi sale sulle rovine. Decine di migliaia alla luce del sole, decine all’ombra di un “inciucio” prima dell’urna, i suoi l’hanno già fatto.

Massimo D’Alema voterà, voterebbe o forse ha già votato Viriginia Raggi alle elezioni per il Comune di Roma. Un voto regalato o prestato ai 5 Stelle in funzione anti-renziana: “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche Raggi”, avrebbe detto (secondo quanto riporta La Repubblica) l’ex premier parlando del ballottaggio di domenica prossima. Lui, D’Alema, ha smentito di aver mai pronunciato queste parole e ha detto seccamente che La Repubblica si è inventato tutto. Ma, dichiarazioni a parte, i voti dei ‘dalemiani’, non pochi, già sono andati alla candidata pentastellata.

“Pur di mandare via Renzi, Massimo D’Alema, con un sorrisetto, dice che sarebbe disposto a votare “Lucifero”, figuriamoci se può tirarsi indietro davanti alla candidata grillina di Roma Virginia Raggi – racconta Goffredo De Marchis sul quotidiano fondato da Eugenio Scalfari -. Nei colloqui con gli amici, durante la campagna elettorale che ha fatto in giro per l’Italia nei comuni dove lo hanno chiamato i fedelissimi, l’ex premier – raccontano – ha svelato la sua scelta romana: “Voto per la Raggi e invito chi mi chiede un consiglio a fare altrettanto”. Sfoghi, battute, sarcasmi distribuiti a pioggia, perché non vi è traccia di dichiarazioni ufficiali. Ma l’obiettivo è abbastanza chiaro: indebolire l’attuale segretario del Pd, far cadere il suo governo “e dopo mettersi al lavoro per ricostruire la sinistra riformista”. Sulla strada di questo traguardo si passa da due tappe: quella di domenica, i ballottaggi di Roma e Milano, e il referendum costituzionale di ottobre. Già dalla prossima settimana D’Alema si prepara a costituire i comitati del No”.

“L’articolo pubblicato da ‘Repubblica’ è falso – mette nero su bianco la portavoce di D’Alema, Daniela Reggiani -. I numerosi virgolettati riportati, a cominciare dal titolo, corrispondono a frasi mai pronunciate. D’altra parte, l’autore non precisa né dove, né quando, né con chi sarebbero state dette. Le riunioni di cui si parla non si sono mai svolte. La ricostruzione è frutto della fantasia del cronista e della volontà dei suoi mandanti. D’Alema, che è quasi sempre all’estero, non ha avuto modo di occuparsi della campagna elettorale di Roma”. Repubblica intanto conferma la sua ricostruzione e, che siano veri i virgolettati o meno, meno dubbi ci sono sulla sostanza.

Sostanza che non sembra evidentemente improbabile o campata in aria dai vertici dem, come Matteo Orfini (faccia del Pd romano) che su twitter ha chiesto una smentita da parte dell’ex presidente del Consiglio, e come Debora Serracchiani (vice segretario dem) che dice: “Siamo di fronte a questioni personali. Sfasciare tutto non serve”. E le vicende personali sono quelle che riguardano il rapporto tra l’attuale premier, Matteo Renzi, ed una parte del suo partito, la cosiddetta minoranza, che sembra disposta a tutto o quasi pur di mandarlo via o almeno ridimensionarlo sensibilmente.

Un copione che a sinistra è fin troppo noto, e per questo le parole di D’Alema, vere o meno che siano, risultano comunque credibili. Così credibili che in verità si sono già trasformate in scelte politiche e flussi di voti. Al primo turno, a Roma ma anche nel resto del Paese, fette di elettorato dem hanno già votato contro Renzi spostando il loro consenso dal Pd ai 5Stelle o, altrimenti, coagulandosi intorno a quelle formazioni nate proprio dalla minoranza dem e fattesi partitini, vedi il caso di Stefano Fassina a Roma. E parole che sono già diventate atto anche all’interno del partito dove c’è già chi, e si pensi ai vari bersaniani, ha scelto di non votare i candidati del Pd, pardon di Renzi, secondo il loro punto di vista.

Se perde Roma e Milano, è il ragionamento di D’Alema, Renzi uscirà molto ridimensionato. La doppia sconfitta, a dispetto dei proclami del premier sul voto dal “valore esclusivamente locale”, avrebbe un effetto immediato sulla politica italiana dove verrebbero ribaltati tutti i rapporti di forza, a cominciare da quelli interni al partito di cui Renzi è segretario. Secondo D’Alema una sconfitta del premier non provocherebbe affatto una crisi di sistema, come invece Renzi sostiene. Dopo di lui un’alternativa c’è secondo D’Alema e secondo l’area che proprio non digerisce il premier fiorentino. Insomma, se Renzi va a casa non è vero che si torna a votare, come dicono gli amici del segretario. Ci sarà un nuovo governo e nascerà un’altra stagione.

E a chi obietta che far vincere la Raggi significherebbe portare acqua al mulino di Grillo e toglierla alla sinistra, i vari D’Alema, Fassina e tutti i volti della minoranza pensano che quello sarebbe solo un passaggio intermedio. Dal dato delle amministrative, soprattutto a Roma e Milano, si può partire per un viaggio diverso secondo loro. Domanda: quando in un partito alcuni organizzano il voto al candidato di altro partito come si chiama questa cosa?