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Migranti, parroco accoglie “solo cristiani”. Discrimina, anche se…

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TORINO –Migranti, porte aperte solo a giovani cristiani.  E la Caritas non se la sente di condannare. Che succede in parrocchia a Nomaglio? Solo giovani cristiani, è quanto ha chiesto il parroco di Nomaglio, paesino in provincia di Ivrea. Si tratta di don Nicola Alfonsi, già missionario nel sud del Brasile, che ha chiesto che nei progetti di accoglienza siano inseriti solo rifugiati cristiani. Questo per favorire l’integrazione, dice lui.

Una richiesta che sa evidentemente di discriminazione e che quando, altri e con altri toni, l’hanno avanzata ha suscitato polemiche abbastanza scontate e, in linea di principio, giuste. Nel caso di Nomaglio e di don Alfonsi ci sono però alcuni distinguo da fare e parlare di discriminazione senza conoscere tutta la storia rischia di essere riduttivo e persino fuorviante.

In primis perché il parroco di Noveglio i migranti li accoglie, come ha chiesto Papa Francesco e come molti altri, uomini di Chiesa e non, invece non fanno. Li accoglie e come testimonia la storia della processione del paesino piemontese riesce anche a farli integrare con la locale comunità.

La statua di San Bartolomeo, caricata a spalla, domenica scorsa, l’hanno portata loro per le vie del paese in piena festa patronale – raccontano le cronache locali -. ‘In segno di apertura e in nome di quell’integrazione che esiste, eccome e per fortuna’ dice il parroco don Nicola Alfonsi. Loro sono ragazzi poco più che ventenni. Quattordici, per la precisione, tutti in arrivo dal Nord Africa, tredici di credo cristiano, uno musulmano. Sono i rifugiati ospiti della parocchia di Settimo Vittone ad aver reso possibile, domenica, la processione col santo di quest’anno, a Nomaglio. Parrocchia, quella di Settimo Vittone, guidata sempre da don Nicola, come Nomaglio, per l’appunto. Il sacerdote ha fatto da trait d’union tra la festa patronale dedicata a San Bartolomeo, sempre sentitissima, e questo gruppo di giovani che qui, in Canavese, è arrivato giusto un anno fa”.

Ed oltre ad accogliere i migranti don Alfonsi parla anche sulla base dell’esperienza. Quell’esperienza che gli ha fatto ricordare come, quando i rifugiati sono di credi diversi, spesso questo si traduca in scontri aperti tra loro. Nel gruppo che ha partecipato alla processione c’era, come riportano doviziosamente le cronache, anche un ragazzo musulmano. Un ragazzo evidentemente intelligente se, come ha raccontato sempre il parroco, ha detto entrando per la prima volta in chiesa “che Dio è uno per tutti e che tutti gli uomini sono uguali davanti a lui”. Ma questa, sulla base dell’esperienza citata da don Alfonsi, è un’eccezione. Felice ma comunque un’eccezione.

I migranti che dovrebbero arrivare nel paesino piemontese sono una trentina e saranno per lo più maliani, ghanesi e nigeriani. Vale a dire persone provenienti da paesi dove tra fedeli di diverse religioni spesso e volentieri ci si scanna letteralmente, dove non è raro subire violenza e discriminazioni su base religiosa. E con questo bagaglio di vissuto è facile immaginare come una convivenza possa divenir effettivamente complessa. Ben sapendo che poi la convivenza che andranno ad affrontare i migranti è una convivenza non di vicinato ma di fatto di coabitazione.

Resta, nonostante questo, che accogliere scegliendo chi sulla base della sua religione è, nei fatti, una discriminazione. Ma la storia di Nomaglio, la richiesta del parroco del paesino e le sue motivazioni meriterebbero di aprire una riflessione sul tema che spesso, giudicato con i soli occhi di chi vive ed è abituato a vivere in un mondo libero, rischia di essere mal o non compreso.