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Cirinnà: esorcismo da bimba, gatti sterili, ratti boom…M5S

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA –Monica Cirinnà, l’esorcista, almeno in politica, non ha funzionato. La piccola Monica subì ingiustificato esorcismo da bimba ma, sia detto ovviamente con ironia, la maledizione in politica non l’ha abbandonata. Quel che tocca, diciamo così non si trasforma in oro. E neanche in legge. La campagna per sterilizzare i gatti di Roma finita con il boom dei topi, la campagna pro asini di Arcore e mici  di Ratzinger e pro mucca Ercolina sfruttata dagli allevatori tutte sfociate nel gran mare dell’irrilevanza. E ora, parole sue, l’essersi fidata di M5S sulle Unioni Civili (ha illustri predecessori: Bersani e Cuperlo di Grillo si volevano fidare per fare un governo…).

Sul cosiddetto ddl Cirinnà si sta consumando l’ennesima pessima figura del Parlamento italiano. E questo è evidente e noto a tutti. Meno nota è però la biografia della donna da cui il disegno di legge prende il nome: la senatrice Monica Cirinnà. Biografia che racconta di un’infanzia complicata con tanto di esorcismo e di un grande amore per gli animali, dai gatti di Roma agli asini di Arcore, passando per un appartamento a due passi da piazza Navona pagato meno di un box in periferia sino all’ultima stravaganza, chiamiamola così: fidarsi dei 5Stelle.

“Il meraviglioso mondo di Monica Cirinnà è pieno di abbracci, strette di mano, lealtà scandita al battito del cuore, ragazzi sospiranti, cani e gatti, cavalli, distese azzurre e verdi terre – racconta Mattia Feltri su La Stampa -. Per questo vederla ieri al Senato faceva venire il magone: il volto scuro sotto i ricci biondi, gli scatti a lunghe falcate rapsodiche, i conciliaboli coi giovani gay per condividere l’amarezza sulla malvagità del mondo. E l’anima ferita offerta ai giornalisti: ‘Ho sbagliato a fidarmi dei 5 Stelle, se la legge sulle unioni civili diventerà una schifezza sono pronta a togliere la firma e a lasciare la politica’”.

Ma la valutazione sull’affidabilità grillina non è che l’ultima tappa di un mondo che oltre alla dimensione bucolica e ovattata evocata da Feltri, è costellato di eventi singolari, piccoli e grandi passi falsi politici compresi che letti oggi, alla luce della decisione dei grillini di scaricare e non votare il ddl, sembrano un crescendo che raggiunge il suo acme nelle battaglia più importante, probabilmente anche la più seria, tra quelle che la senatrice si è intestata in tutta una vita politica.

La storia di Monica Cirinnà comincia nei primi anni sessanta (non è elegante sottolineare l’età di una donna) e, come raccontò Gabriele Albertini, fin dalle elementari è costretta a fare i conti con le difficoltà della vita e delle relazioni. Iscritta ad una scuola di suore, la giovane Cirinnà ‘pizzica’ una suora in intimità col giardiniere, lo racconta ma non viene creduta e per risolvere la faccenda viene sottoposta ad un esorcismo. Con un incipit simile dovrebbe avere la senatrice quel che si dice molto ‘pelo sullo stomaco’ e non dovrebbe essere più semplice ottenere la sua fiducia. Al liceo sceglie una scuola pubblica.

All’università studia legge e il suo impegno sociale, naturale anticamera della politica, si realizza nella creazione di un’associazione per la difesa dei gatti e dei gattari, inaugurando quella vena animalista che caratterizzerà tutta la sua carriera politica. Il passo successivo è il comune di Roma dove entra come consigliere comunale dei Verdi con Francesco Rutelli sindaco. Roma è la città dei gatti, lei è la consigliera che li ha nel cuore: sembra un successo garantito. Non va così. La Cirinnà lancia la campagna per la sterilizzazione dei gatti randagi della Capitale sostenendo che non vadano uccisi ma, appunto, sterilizzati. I propositi sono senz’altro nobili, gli esiti pessimi: oggi Roma è invasa dai topi (basta leggere le recenti cronache sul tema) e di gatti se ne vedono pochi.

I felini romani sono solo però sola prima delle battaglie cui la consiglierà Cirinnà dedica anima, corpo e nome. Dopo di loro è la volta della mucca Ercolina che deve essere liberata dagli allevatori di Torrimpietra che la usano per la protesta del latte; poi delle multe ai manifestanti che si erano portati in corteo gli asini di Arcore e dell’appello affinché Papa Ratzinger fosse libero di portarsi i due mici adottivi in Vaticano. Nemmeno a dirlo, la senatrice è vegetariana.

Battaglie da cui, a prescindere dall’esito, si comprende l’amarezza della Cirinnà oggi vedendo il rischio concreto del naufragio per il ddl che porta il suo nome sulle unioni civili, quella di oggi in Parlamento è infatti senza ombra di dubbio la più importante battaglia politica cui la senatrice abbia mai abbinato il suo nome.

Animali a parte poi, ci sono gli inciampi e la vita personale che inevitabilmente si intreccia con quella politica. L’inciampo più grande è certamente quello dell’appartamento in via Dell’Orso, a due passi da piazza Navona: 110 metri a 360 euro al mese. Quando la cosa si viene a sapere la pacata paladina degli animali non la prende bene e spiega che l’affitto era basso perché non c’erano infissi, impianto elettrico, impianto idraulico, non c’erano nemmeno i bagni, “per non parlare dei pavimenti e dell’intonaco”. Di certo non una bella figura per lei e il marito che risponde al nome di Esterino Montino, ex capogruppo del Pd in Regione Lazio – “ai tempi di rimborsopoli” sottolinea Feltri.

Errori di valutazione, battaglie sfortunate, leggerezze. Come una leggerezza è stata pensare di ‘fidarsi’ dei 5Stelle. “Questi ultimi – scrive Mario Calabresi nel suo editoriale su Repubblica – hanno dimostrato ancora una volta di non essere interessati a fare politica, nel senso nobile del termine: mettersi in gioco, fare la differenza nella vita delle persone, caricarsi scelte complesse e difficili con senso di responsabilità. La cosa che hanno imparato meglio in questi pochi anni di presenza in Parlamento è il vizio di fare giochini tattici, sono diventati professionisti di quei voltafaccia che si pensava appartenessero a stagioni passate”. Eppure i precedenti erano noti, e non erano solo l’appartamento o gli asini di Arcore, ma il ‘no’ alla proposta di Bersani di fare un governo col Pd come l’elezione del capo dello Stato.