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Pane nero di carbone. Ma non è Befana, sono i forni pugliesi

La foto di di Alessandro Camilli

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BARI – Si potrebbe esser tentati, complice il calendario, di attribuire il color nero carbone del pane pugliese finito al centro di un’inchiesta della magistratura alla Befana, la vecchina che su una scopa volante proprio in questi giorni va distribuendo caramelle e appunto carbone ai bambini del mondo. E invece il nero che usavano 12 panificatori denunciati dagli agenti della Forestale per colorare il loro pane non era carbone della Befana, ma un banalissimo e forse non proprio salutare colorante: il famigerato E153. E anzi, a rigor di legge, non era nemmeno pane quello che come tale veniva venduto, per di più, a caro prezzo.

Facciamo un passo indietro. Raccontano, le cronache di questo inizio anno, dei 12 già citati panificatori pugliesi che producevano e commercializzavano “pane, focaccia e bruschette al carbone vegetale” e che sono stati denunciati dagli agenti della Forestale del comando regionale per la Puglia con le accuse di frode nell’esercizio del commercio e produzione di alimenti trattati in modo da variarne la composizione naturale con aggiunta di additivi chimici non autorizzati dalla legge. L’additivo chimico non autorizzato è, appunto, il colorante E153. Colorante che i 12 aggiungevano ai loro preparati spacciandoli poi come prodotti realizzati con carbone vegetale in grado, per questo, di garantire una maggiore digeribilità.

Una specie di truffa all’ennesima potenza quella realizzata in Puglia, vediamo perché. In primis l’utilizzo del citato colorante: l’E153. Un colorante dalla storia controversa: la Fda (l’agenzia americana che si occupa di sicurezza alimentare), temendo che contenga sostanze cancerogene come il benzopirene non ne ha mai consentito l’uso alimentare. Di opinione diversa è l’Efsa, equivalente europeo dell’Fda, secondo cui il colorante in dosi minime non ha effetti nocivi sulla nostra salute. Il suo utilizzo nell’industria alimentare è quindi consentito nel Vecchio Continente ma, come prescrive chiaramente la legge, quanto prodotto con coloranti, sia pure leciti, non si può più chiamare pane. E questa è la prima truffa.

Il pane-non-pane veniva poi commercializzato spacciato come un prodotto realizzato con il carbone vegetale, cioè quella polvere nera, fine e porosa prodotta industrialmente per distillazione del legno e che viene poi trattata con vapore o anidride carbonica a 800°c, e per questo gli venivano attribuite proprietà in termini di digeribilità e salubrità. Ma il prodotto di oggi nulla ha infatti a che fare con il “pane nero” che si faceva un tempo, ricco di fibre e realizzato con la segale o altri cereali integrali. Il pane nero di oggi veniva invece semplicemente colorato con un additivo. E se è improbabile che dosi minime del colorante in questione aggiunte all’impasto del pane possano influire negativamente sulla salute del consumatore, il carbone attivo resta comunque sconsigliabile per chi soffre di stitichezza, per chi assume altri farmaci durante la giornata e in presenza di disturbi intestinali. Specifiche che non accompagnavano il alcun modo il prodotto in questione. E due.

Infine il prezzo, la terza truffa. Il pane nero al carbone vegetale veniva infatti venduto in media tra i 6,50 e gli 8 euro al chilo contro i 3-4 €/Kg del pane di grano duro. Praticamente al doppio.

Quali forni rubavano il mestiere alla Befana? Da La Stampa a firma Stefano Pezzini: “Quelli finiti nel mirino della Guardia Forestale operano a Bari, Andria, Barletta, Foggia, Taranto e Brindisi”.