Alessandro Camilli

Pensionati ricchi: un’altra bufala. Stavolta non social

Pensionati ricchi: un'altra bufala. Stavolta non social

Pensionati ricchi: un’altra bufala. Stavolta non social

ROMA – Pensionati ricchi, ieri in qualche punto della catena è partito questo titolo. E per molte ore questo titolo si è riproposto a valle del punto da cui era partito. Il titolo diceva che Tito Boeri capo Inps aveva attaccato il governo colpevole di favorire “i pensionati ricchi”. Già proprio così, i “pensionati ricchi”. Il titolo di chi? Per alcune ore di tutti o quasi.

Uno vede il titolo e va a vedere quali siano questi “pensionati ricchi” che il governo ha favorito e in che modo l’ha fatto almeno secondo Boeri. Legge uno quel che c’è sotto il titolo e in quelle righe i “pensionati ricchi” non ci sono. Non è che uno debba andare a risentire l’audio originale o procurarsi il testo del discorso di Boeri. No, la storia dei “pensionati ricchi” proprio non c’è. Neanche nelle righe pubblicate ovunque sotto il titolo.

Boeri ha detto altra cosa, ha detto che alcune misure del governo a favore dei pensionati possono andare a vantaggio di pensionati in condizioni di reddito di fatto tali da non averne bisogno. Esempio: la quattordicesima mensilità. Giusto o sbagliato che sia, Boeri sostiene che andrebbe pagata ai pensionati non solo e soltanto in base all’entità dell’assegno pensionistico ma in relazione alla situazione di reddito complessivo, insomma l’Isee.

Quindi, se il titolista in un certo punto della catena avesse letto e compreso le poche chiare righe che titolava avrebbe dovuto magari parlare di “ricchi pensionati”, cioè di gente che sta bene a reddito e percepisce anche una pensione. In italiano e analisi logica (e anche in politica ma questa il titolista non è tenuto a conoscerla come disciplina) pensionati ricchi e ricchi pensionati non si equivalgono, non sono la stessa cosa. E non dovrebbero essere “arronzati” come se lo fossero.

Ne è quindi uscita e ha viaggiato per ore su tutte le piattaforme ufficiali dell’informazione la bufala di Boeri contro governo pro pensionati ricchi, come se il governo avesse abbassato le tasse alle pensioni che secondo la stessa arruffata titolistica diventano “d’oro” dopo i 2.500 al mese.

Stavolta non è colpa dei social network, stavolta la bufala viaggiava con un sacco di timbri ufficiali. Per la precisione, giusto o sbagliato che sia, Boeri diceva che se mandi in pensione la gente più presto, se fai eccezioni alla Fornero (quello che tutti vogliono), se oggi si va in pensione prima e meglio di quel che c’è scritto nella legge più odiata dagli italiani (quello che tutti chiedono) allora vai in quel posto a quelli che tra trenta anni dovranno pagarle le pensioni che oggi concedi.

Tra trenta anni? E chi se ne frega è la risposta corale e unanime a Boeri. E anche lui, ormai una sorta di Grillo Parlante della Previdenza. Troppo facile farsi paladino di una causa neanche persa, una causa nulla, nessuno in Italia si cura davvero del debito esplicito, figurarsi di quello implicito. Volesse dare una mano invece che predicare a futura memoria, il presidente Inps potrebbe ingegnarsi ad una proposta che riduca la forbice tra 16 milioni e passa di pensionati e più di 22 milioni di pensioni pagate a fine mese.

La pensione come realizzazione professionale e sol dell’avvenire, questo il traguardo produttivo da milioni raggiunto, da milioni reclamato, da milioni rimpianto. Siamo il paese che lavora in una vita meno anni di tutti in Europa, 30, 7 anni. Gli altri lavorano almeno cinque anni più di noi in media. Boeri lo sa, non sta a noi dirglielo. Non ditelo però al titolista altrimenti magari ne esce “Italia anti Ue: in pensione a 30,7 anni”.

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