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Pensioni no aumento minime. Pensione povera non fa pensionato povero

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ROMA -Pensioni aumentare le pensioni minime non è cosa automaticamente buona e giusta. Lo dicono anche i sindacati. Pensioni, ci sono circa cinque milioni di pensioni dall’importo mensile tra i 450 e i 630 euro. Cinque milioni di pensioni povere. Ma ad esse non corrispondono cinque milioni di pensionati poveri. C’è chi ha solo quel reddito e patrimonio zero. Ma c’è chi ha scelto nella vita di pagare pochi pochissimi contributi e si ritrova con una pensione povera dopo magari una vita economicamente agiata. Quindi se aumenti le pensioni minime e solo quelle non è che dai soldi ai più poveri. Li dai anche a chi povero non è. E fai pagare il costo a chi già paga in tasse e contributi e carichi il conto sui giovani se operi a debito.

Autunno periodo di legge di stabilità e, puntuale come il ripetersi delle stagioni, torna insieme a questa all’ordine del giorno il tema pensioni. Età pensionabile, pensioni anticipate, anticipi pensionistici e via dicendo e, soprattutto, pensioni minime e possibile aumento di queste. Tutte voci che ogni anno vengono rilette ed esaminate perché la voce pensioni è tra quelle che più ‘pesano’ sul bilancio pubblico insieme a quella della sanità. Aumentare le minime chiede più d’uno, per dare ossigeno e liquidità a chi più è in difficoltà. Una soluzione apparentemente logica e semplice, reperimento dei fondi a parte.

Ma, in Italia, non è così semplice e aumentare le minime non automaticamente significa dare di più a chi a meno. E questo perché nel nostro Paese pensione minima non è sinonimo di pensionato povero. Per spiegare questo apparente paradosso ci si può appoggiare su numeri e cifre, ma prima di vedere questi basta riflettere sulla nostra società dove spesso le pensioni minime, categoria in cui rientrano i cosiddetti assegni sociali, non sono l’unica voce in entrata del pensionato o del nucleo familiare di questo. Ci sono, da una parte, le entrate dichiarate e legali del soggetto stesso o di chi con lui vive e, dall’altra, quelle non dichiarate per non parlare di quanto magari non dichiarato in passato che ora fa parte del patrimonio del pensionato. Non vuole ovviamente dire questo che tutti quelli che incassano a fine mese una pensione intorno ai 500 euro navighino nell’oro, ci mancherebbe.

Ma aumentare queste indiscriminatamente non si tradurrebbe in una misura di equità sociale ma finirebbe per mettere soldi in tasca di soggetti molti diversi, e almeno in qualche caso di certo non bisognoso. Basterebbe, in un Paese fiscalmente normale, un redditometro in grado di misurare la reale ricchezza di ogni contribuente e di ogni pensionato. In Italia strumenti simili, nonostante siano stati a lungo osteggiati da più o meno tutte le forze politiche, oggi è vero esistono, ma sono a dir poco zoppi. “Viene considerata molto complessa e politicamente scivolosa l’idea di circoscrivere l’intervento usando il filtro dell’Isee, il cosiddetto riccometro che misura reddito e patrimonio dell’intero nucleo familiare”, scrive Lorenzo Salvia sul Corriere della Sera.

E sempre sul quotidiano milanese trovava spazio qualche giorno fa l’analisi, con i numeri, di Alberto Brambilla, docente e presidente Centro Studi e Ricerche di Itinerari Previdenziali: “Tra annunci e dibattiti il ‘piatto forte’ della prossima legge di Stabilità pare incentrarsi sull’aumento delle pensioni cosiddette minime che riguardano una bella fetta dell’elettorato pari a circa 8 milioni di pensionati, cioè quasi il 52% del totale.

Gli importi medi di queste pensioni vanno dai 448 euro al mese per le pensioni e gli assegni sociali che riguardano oltre 826 mila connazionali (che in 66 anni di vita non hanno mai pagato contributi e tasse) ai 502 euro al mese delle oltre 3,6 milioni di pensionati integrati al minimo o beneficiari di maggiorazioni sociali, quattordicesima mensilità e così via (anche loro in 66 anni di vita hanno versato poco tra tasse e contributi), agli oltre 800 mila beneficiari della ‘pensione da 1 milione al mese’ introdotta nel 2002 dal governo Berlusconi che oggi vale 638 euro al mese sempre per 13 mensilità”. Aumentare le minime dunque, per quanto possa a prima vista sembrare una soluzione semplice e logica oltreché giusta, comporta un rischio di ingiustizia sociale su vasta scala. E allora l’alternativa potrebbe essere rappresentata dal tornare alla quattordicesima su cui era stata già trovata un’intesa di massima al tavolo di confronto fra governo e sindacati. E che già adesso, a differenze delle minime, nel calcolo dell’assegno che può arrivare fino a 500 euro tiene conto di quell’anzianità contributiva richiamata dai sindacati.