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Petizioni on line, ci fanno i soldi con le firme

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ROMA – Firme, firme e ancora firme. Sottoscrizioni dal valore sociale più o meno supposto che hanno anche un meno noto e molto interessante valore economico per chi le raccoglie. E’ l’altra faccia del mondo delle petizioni on line, dell’attivismo da tastiera che nella sua faccia migliore pungola governi e legislatori su questioni care all’opinione pubblica. Dalla lotta allo sfruttamento dei minori sino alla richiesta di verità per Giulio Regeni sono molte le battaglie condotte in questa forma attraverso siti come Change.org, non l’unico ma certamente il più noto aggregatore di petizioni on line. Battaglie più o meno nobili che nascondono, o almeno non pubblicizzano, un mercato che nobile non è: il mercato dei dati personali. Dati che, come noto, fanno gola a molti, a partire dagli inserzionisti pubblicitari, e che attraverso le firme che diamo immettiamo in un mercato di cui non abbiamo quasi nessun controllo.

“Firmare una petizione online non costa nulla ma ogni firma è un’informazione sui nostri interessi, i temi che ci stanno a cuore – scrive Francesco Zafferano su La Stampa -. Sono dati sensibili con cui si possono fare profitti attraverso la pubblicità. Un po’ come per Facebook e Google, solo che in questo caso nessuno ne parla e nessuno si scandalizza”.

E questo perché il lato meno nobile delle petizioni on line, nonostante sia legale, vive sostanzialmente sottotraccia. Esistono ovviamente dei distinguo e non tutti i siti di questo tipo attuano le stesse politiche. Il già citato Change.org, leader indiscusso del settore presente in 196 Paesi, con 5,6 milioni di utenti solo in Italia e promotore negli anni di campagne importanti come quelle per il reato di omicidio stradale e la legge sul “dopo di noi” per i genitori con figli disabili, a differenza di quanto molti immaginano non è ad esempio un’organizzazione senza fini di lucro. Change.org invita infatti i suoi utenti a fare delle “donazioni” non per sostenere la struttura del sito, ma come pagamento in cambio di un servizio: “Più donerai, più persone vedranno questa campagna”, recita l’invito. “Noi non vendiamo il dato dell’utente ma lo spazio per l’inserzione”, spiega Elisa Finocchiaro, responsabile italiana di Change.org.

Esistono poi altri siti, in Italia e non solo, che senza farsi troppi scrupoli vendono pacchetti di dati degli utenti per fini commerciali. Per farsi un’idea basta iscriversi e leggere i consensi informati al trattamento dei dati personali.

“Tra le piattaforme che abbiamo provato c’è Firmiamo.it – racconta ancora Francesco Zafferano -, che fa capo a una società londinese con un network di siti in Russia, Regno Unito, Francia, Spagna e Stati Uniti. I gestori invitano gli utenti a sostenere economicamente le attività con una donazione, ma per firmare una petizione si è obbligati ad autorizzare la cessione dei dati a ‘partner e soggetti terzi operanti nei settori servizi, editoriale, energia, telefonia, turistico, comunicazione, entertainment, finanziario, assicurativo, automobilistico, largo consumo’. Tutto lecito, ma il sociale sfuma in lontananza”.

Sociale che sfuma proprio in virtù della quasi segretezza con cui questo aspetto viene gestito. Nulla c’è infatti di illegale in una società che vende i dati dei suoi utenti dopo aver ottenuto il consenso come nulla c’è di immorale nella decisione di mettere a disposizione i propri dati per sostenere una causa. L’opacità viene dal fatto che le suddette società non pubblicizzano e anzi parlano malvolentieri di questo aspetto e dalla convinzione degli utenti di poter cambiare il mondo con un clic. Con i clic, è vero, si può provare a cambiare qualcosa e portare avanti delle battaglie, ma non si diventa paladini del bene.