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Poker di donne e mazzette. La tangente è rosa da Nord a Sud

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Poker di donne, ma non è un ottimo e vincente “punto” al più famoso gioco di carte e denari. Però sempre di soldi si tratta, anzi di mazzette di soldi. Soldi pubblici ovviamente. E il poker, le quattro donne sono quelle che La Repubblica si è ingegnata a mettere insieme sotto il titolo “Le signore delle tangenti con la bustarella nella borsetta”.

Antonella Accroglianò, detta la “Dama Nera”. Dirigente Anas per molti anni. Quaranta giorni di carcere e una confessione che ne porta molti altri in galera e a processo. Dicono i magistrati inquirenti che all’Anas la mazzetta per aggiudicarsi l’appalto e quindi il maggior costo per la collettività, insomma il furto di denaro pubblico, era la regola molto più che l’eccezione. Antonella Accroglianò dirigeva il traffico da, parole della Procura, “capo e promotore indiscusso, leader che manovra le pedine”.

Maria Paola Canegrati, detta la “Zarina delle dentiere”. Operava, prima di finire in carcere, tra gli ospedali lombardi e la sede, il cuore stesso della Regione Lombardia. Da Fabio Rizzi, leghista presidente della Commissione sanità Lombardia, si faceva coprire le spalle e, dicono i magistrati, reggere il sacco. Nel sacco la refurtiva erano erano le prestazioni, le cure odontoiatriche private in convenzione con la Regione. La Servicedent, cioè la Canegrati e i suoi amici, si accaparravano le convenzioni e il costo in denaro pubblico delle convenzioni era cosa loro. Negli anni centinaia e centinaia di milioni. Quasi 1.500 dipendenti per dare un’idea delle dimensioni, dipendenti di cui la Canegrati si dice “preoccupata”. Altro a San Vittore finora non ha detto, se non per ammettere “regali agli amici” e “di soldi ne ho fatti tanti e regalati tanti”. Soldi in origine pubblici, ovviamente.

Rosa De Lucia, detta la “Rosa di Maddaloni”. Maddaloni comune del casertano di cui Rosa De Lucia arriva ad essere sindaco ma soprattutto arriva ad essere l’immagine, il volto giovane, positivo, moderno di Forza Italia. Finisce in carcere con l’accusa di corruzione. L’accusa è, tra l’altro, di ricevere una sorta di stipendio da 10mila euro al mese da un imprenditore cui ovviamente andava l’appalto per lo smaltimento dei rifiuti. In carcere anche l’imprenditore e arrestata anche l’asre Cecilia D’Anna. Le spese per il loro matrimonio all’estero, anche quelle sarebbero state pagate con un pezzo di tangente. “Alle manifestazioni di genere Rosa e Cecilia erano in prima fila…”.

Silvana Saguto, la quarta donna del poker, non è stata arrestata. Solo indagata e quindi sospesa dal Csm dal suo incarico. Dal Csm, già perché Silvana Saguto era la presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale che detta così ai profani svela poco. Se diciamo che dal suo ufficio si controllava e si decideva l’uso dei beni sottratti o sequestrati alla criminalità in Sicilia allora risulta più facile capire il potere della quarta donna del poker. Raccontano dicesse “io sono dio onnipotente”. Forse il particolare è romanzato, di certo distribuiva incarichi da decine e centinaia di migliaia di euro e di certo accettava a braccia aperte tangibili forme di riconoscenza. Il diritto a non pagare mai un euro, pagavano altri per lei, l’abitudine ad avere consulenze per i parenti stretti e larghi.

La tangente sui lavori pubblici, sulle strade, la classica tangente che fa costare un’opera pubblica in Italia il doppio se non il triplo che negli altri paesi d’Europa. Pagano la differenza i contribuenti, incassano i corrotti e i corruttori. Anzi, i cittadini pagano due volte: il costo della mazzetta e la strada spesso costruita di schifo.

La tangente sulla Sanità pubblica, altro classico. A spanne calcolata in circa dieci miliardi sui 110 che costa appunto la Sanità pubblica. Anche qui la differenza la paga il contribuente e la paga due volte se gli capita di essere contribuente e malato.

La tangente del governo locale, della politica di territorio. La tangente dei privilegi di casta…

E in tutti e quattro i casi, da Nord a Sud d’Italia, una tangente rosa. L’autore dell’articolo su La Repubblica, Gianluca Di Feo, informa che la “tangente rosa” è usata in sociologia come una specie di termometro del malaffare. Funzionerebbe così: se la società è fondamentalmente sana conviene aver manager donne perché queste sarebbero più sagge e meno inclini all’avventura. Al contrario, se il sistema è marcio, la “tangente rosa” cresce esponenzialmente, insomma le donne manager rubano di più e meglio perché sono più competitive.

Con tutto il rispetto, ci sembra una di quelle architetture della sociologia tanto fantasiose quanto evanescenti. Una instabile combinazione di acqua calda e aria fritta la teoria della donna ladra termometro della corruzione. Resta comunque la cronaca, la tosta cronaca dei fatti: il poker di donne e tangenti, la “tangente rosa” e non è solo make-up, è la genuina epidermide di queste manager dei lavori pubblici, della sanità, della politica immagine, dell’amministrazione della giustizia.