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Referendum, anche qui regna post verità. Parabola del minatore

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Referendum italiano (e dintorni): anche qui regna la post verità. E che sarà mai la post verità (Post truth nella dizione inglese originaria cui la letterale traduzione in italiano non rende appieno il significato)? La post verità è nella definizione Oxford Dictionaries la “tendenza a far prevalere appelli emotivi e convinzioni sulla realtà dei fatti”. Post verità è quando i “fatti sono meno influenti”.

Ci dicono gli studi e le rilevazioni che la post verità è non solo la dizione ultimamente più cool nei vasti e gassosi territori delle sociologie e dei geografi e cartografi dei social network. Ci dicono gli studi quantitativi del fenomeno che post verità (quando i fatti non contano) è il mood, il sentimento, il sentire se non proprio la cultura dell’anno 2016 e probabilmente 2017.

Cosa è la post verità? Un esempio? Trump che dice che Obama ha fondato lo Stato islamico o che un parente di un concorrente alla nomination repubblicana (Cruz) era con Oswald assassino di Kennedy…Non sono fatti, ma non conta. Sono affermazioni a sostegno dell’opinione che Obama è falso e pericoloso e che solo Trump è anti sistema. Le metti in circolo, non paghi dazio, funzionano.

Referendum italiano, post verità è che se vince il Sì arriva la dittatura e la democrazia è in pericolo. L’hanno detto senza esitare D’Alema, Bersani, Salvini, Grillo…Post verità è anche dire che se vince il Sì il sistema politico italiano diventa snello ed efficiente, lo dicono senza misura Renzi e la Boschi. (Verità, non post verità è invece che se vince il No c’è un dazio economico da pagare non si sa quanto pesante, basta consultare un qualsiasi concreto indice finanziario di questi giorni).

Già, la post verità è di gran moda, anzi è di casa. Per ogni dove d’Europa, in Usa e non solo. Post verità è quella con cui Erdogan racconta che centinaia di migliaia di turchi sono colpevoli di golpe e quindi in galera. Post verità è quella di Putin sulla Russia aggredita, aggredita perché soltanto intenta a difendere i suoi interessi e questioni “interne”, tanto interne da andare dall’Ucraina alla Siria.

Post verità e la sua sorella, sono inseparabili. La sorella di Post truth è Art of the lie, l’arte di mentire. Nella vita e nella comunicazione pubblica. Non che mentire in politica e propaganda sia recente scoperta dell’umanità. Probabilmente si mentiva già al tempo della scrittura cuneiforme. E si è continuato  farlo per millenni, in maniera clamorosa, spesso con enorme successo. Lo si è fatto con il pulpito, il trono, la stampa, la radio, la televisione…

Ma creare con infinita potenza una realtà che prescinde dalla realtà, disporre di una sorta di planetaria stampante treD che modella e sforna fatti che fatti non sono e che non sono mai accaduti, questo lo consente solo oggi il matrimonio d’amore tra la tecnologia del web e la stanchezza degli elettorati verso la democrazia.

E che succede a furia di post verità al posto dei fatti? Ecco la parabola del minatore del Wisconsin. Lui in miniera ci ha buttato il sangue, ci lavorava come un dannato. E dalla miniera traeva salario, identità, radici, orgoglio. Ma la miniera era ed è di carbone e il carbone del Wisconsin costa molto ad estrarlo e difficilmente lo vendi perché sul pianeta c’è altre miniere dove costa di meno (della questione se il carbone inquini, molesti o devasti il clima qui ce ne freghiamo perché siamo “uomini di mondo” e sappiamo che agli elettorati del clima importa ma anche e soprattutto no).

E allora la miniera del minatore del Wisconsin chiude o sta per chiudere. Lui però vuole la miniera, fortemente la vuole, democraticamente la vuole e trova uno che se lo voti dice che la miniera non la chiude o la riapre. Uno che dice che quello che tu minatore-popolo vuoi si fa. Perché se lo vuoi tu minatore-popolo allora si può. Perché la tua volontà di popolo è onnipotente, (ricordate il “i fatti sono meno influenti”?).

Il minatore popolo vota ed elegge chi gli ha detto che tutto può, anche salvare la miniera. E magari l’eletto la riapre davvero o  non la chiude più la miniera. Però è un salasso, quel carbone continua a costare troppo (nel mondo reale). Bisogna proteggerlo con dazi che però sono anche tasse indirette ma tasse sui connazionali del minatore. Insomma quella miniera che volontà popolare ha voluto non sta in piedi.

Come se ne esce? Dicendo che è colpa dei…dei giapponesi, dei cinesi che oltre al carbone hanno anche la pelle gialla e sputano per strada. Oppure degli arabi, dei musulmani anzi. O anche dei neri, dei gay, dei democratici che boicottano dall’interno. O dei messicani, quelli in Messico e quelli infiltrati. Insomma la colpa della miniera, voluta dal popolo e promessa dal leader, che non sta in piedi è di qualcuno di “loro”. “Noi” traditi da “loro” che ci sottraggono il dovuto, il “nostro”. Non ci fossero “loro”…Se dessimo una lezione a “loro”…

E’ questo il percorso tracciato sulle mappe delle post verità che abitano, anzi regnano, nei corpi elettorali di questi anni. Nel suo piccolo anche il referendum italiano è una stazione di questo percorso.