Alessandro Camilli

Sallusti secondo Cocilovo: “Notizia falsa, mai scuse, non paga in beneficenza”

La copertina di Libero (Ansa)

ROMA – Per Alessandro Sallusti presidenza della Repubblica e governo dichiarano di esser pronti ad un atto legislativo perché il giornalista non vada in carcere allo scadere dei trenta giorni da quando i suoi avvocati potranno chiedere, e presumibilmente ottenere, i metodi alternativi per scontare la pena. Di Sallusti e per Sallusti molto si è scritto e detto. Ma una voce è rimasta se non in silenzio almeno nell’ombra: quella di Giuseppe Cocilovo, il magistrato che presentò la querela che è valsa la condanna dell’allora direttore di Libero.

“Libero pubblicò una notizia sbagliata – ricostruisce Cocilovo – Lo fecero anche altri, all’epoca. Un infortunio giornalistico, lo capisco: la fretta di scrivere una notizia, le fonti non sempre affidabili, può capitare. Ma poi quello stesso giorno c’erano stati un comunicato ufficiale, lanci Ansa. Tutti gli altri hanno riparato a quell’errore, hanno informato correttamente i loro lettori. Libero non l’ha mai fatto, nemmeno quando l’ho richiesto. Hanno detto che quando uscivano i lanci Ansa erano in auto e non li avevano visti, e negli anni successivi?”

Qual era la notizia sbagliata? Quella di una minorenne “costretta” ad abortire. A stendere opinione (richiesta di pena di morte per chiunque, genitori e giudici avevano “costretto” all’aborto) era stato sulla prima pagina di Libero Renato Farina. Lo aveva fatto con lo pseudonimo di Dreyfus perché Farina sui giornali non potrebbe scrivere essendo radoato dall’Ordine dei giornalisti. radiato perché è provato che pendeva soldi dai servizi segreti, non proprio un caso di spiccata “terzietà” informativa. Che sia stato Farina lo ha melodrammaticamente confessato lo stesso Farina, con svariati anni di ritardo, chiedendo scusa, con altrettanto ritardo, per non aver corretto una notizia che lui stesso oggi ammette essere stata falsa, quella della costrizione all’aborto. Un radiato dall’Ordine perché a libro paga dei servizi segreti che scrive in prima pagina un’opinione favorevole alla pena di morte ad personam basata sulla diffusione di una notizia presto risultata a tutti falsa e infondata. Non proprio idillio e accademia della professione giornalistica.

Secondo Cocilovo queste scuse né in prima né in altra pagina Sallusti le ha mai porte e formulate, “eppure sarebbero bastate” dice oggi il giudice parte lesa. Alessandro Sallusti, sospeso per due mesi dall’Ordine dei giornalisti proprio per aver fatto scrivere Renato Farina, ha raccontato la sua “parte” della storia. Con grande successo di pubblico e di critica. ecco l’altra parte, l’altra campana, la voce del  “cattivo” secondo la narrazione maggioritaria, la voce della vittima nella realtà giudiziaria.

“Sarebbe bastata una smentita, una rettifica. Una lettera di scuse, non a me, ma ai lettori di Libero. Questo avrebbe indirettamente tutelato anche la mia immagine e tutto questo si sarebbe evitato. Ma in sei anni quella lettera, la smentita per aver pubblicato una notizia falsa non è mai arrivata”.

E ora, con sentenza passata in giudicato, l’allora direttore di Libero è stato condannato a 14 mesi perché sì, effettivamente, la notizia pubblicata dal suo quotidiano era falsa. Quattordici mesi di reclusione restano comunque pena spropositata e folle anche per un evidente e provato danno inflitto a mezzo stampa.

Scrive ora Sallusti, in prima pagina sul Giornale, che in carcere lui ci vuole andare e che rinuncerà a qualsiasi forma di pena alternativa. Fortunatamente la sua pena è già sospesa dal magistrato di sorveglianza ed è assai improbabile che Sallusti vada in carcere davvero. Bene che si così, nonostante la notizia assolutamente falsa, nonostante l’eccitazione a infliggere morto, nonostante, se Cocilovo dice il vero, il rifiuto a rettificare, correggere e ammettere lo sbaglio. Altra cosa da chiarire dichiara Cocilovo: “Abbiamo fatto una proposta transattiva: avrei ritirato la querela dietro il pagamento di 20mila euro da devolvere a Save the Children. Invece il giorno dopo mi trovo un editoriale di sallusti in cui sembra che io voglia quei soldi per me…”. In effetti Sallusti ha detto che la trattiva per la remissione della querela si era arenata sulle pretese pecuniarie di Cocilovo. Due versioni incompatibili: 20mila euro sono nulla per Sallusti e Il Giornale che mai hanno nominato Save the Children. Dunque o mente Cocilovo o Sallusti non ha voluto pagare o si pagasse per lui per dimostrare chi è il più forte e chi ha il “bastone” più lungo. Non dovrebbe essere difficile accertare.

Anche in questo particolare, che a ben guardare tanto particolare non è, nella storia che vede Sallusti protagonista esistono due verità che spesso, a volte anche scientemente, sono state sovrapposte e confuse. La prima verità è che il direttore del Giornale è  colpevole di alcuni reati commessi a mezzo stampa. La seconda verità è che la pena detentiva è in questi casi una pena sproporzionata e che può divenire uno strumento liberticida.  In un ipotetico mondo ideale avrebbe dovuto essere Sallusti condannato a pagare un sacco di soldi lui la euro lui e ancor più il giornale per cui lavorava. Non per delitto d’opinione ma diffusione di notizia falsa e diffamatoria. Di carcere e galera non dovrebbe invece parlare né la legge né la cronaca.

Dei soldi però, noterà giustamente il lettore, Sallusti ha detto di averne pagati e ha anzi denunciato la richiesta di ulteriori pretese economiche da parte di Cocilovo per chiudere la questione.

“Non è vero – spiega Cocilovo – Anche questo è diffamatorio. I miei legali sono stati contattati il giorno prima che iniziasse la campagna di stampa su Il Giornale (editoriale di Feltri, seconda e terza pagina anche lì…). A quel punto i miei legali hanno posto questa condizione: 20mila euro da devolvere in beneficienza per l’associazione Save the Children”. E i 30mila euro che le hanno già dato, gli viene chiesto. “Quello è il risarcimento stabilito dalla Corte per il mio danno morale e d’immagine. E questo mi hanno liquidato. Poi volevano la remissione della querela e io ho chiesto 20 mila euro. Non per me ma per beneficienza”.

Le parole di Cocilovo, come quelle di Sallusti, raccontano anche loro solo una “parte” della verità. La “verità vera”, concetto quasi astratto, la si può ricostruire confrontando le diverse dichiarazioni e i diversi attori della vicenda e le loro storie personali e solo così, ognuno, potrà farsi una propria idea su come siano andate le cose. Verità che come ogni realtà è sempre più complessa della rappresentazione dei “buoni contro i cattivi”, anzi nella realtà la parte del “buono” resta spesso non assegnata. Ultimo amaro retrosapore della vicenda: si può legittimamente dubitare che Cocilovo, in quanto magistrato, sia stato trattato con particolare attenzione dalla sua “casta” di riferimento, la magistratura durante il procedimento e dibattimento anti Sallusti. Può esser vero o falso, il dubbio rimane. Ma davvero senza dubbio analogo viaggia la mobilitazione della “casta” dei giornalisti a favore di Sallusti? Cocilovo ne dubita: “La categoria intera, la libertà di stampa, il capo dello Stato, il ministro della giustizia, una campagna stampa allucinante. E allora domando: qual è la casta?”. Forse nessuna, forse addirittura due.

 

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