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Statue con le “mutande”. Scaricabarile, in campo i campioni

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA –Statue con di marmo cui in un Museo di Roma sono state apposte mutande di plastica e cartone. Chi ha deciso o scelto di fare così? L’ospite, il leader iraniano Rohani, nega vi siano stati “contatti precedenti”. Quindi afferma di non aver chiesto lui la censura tanto marmorea quanto ridicola. Allora sono stati gli italiani di loro iniziativa? Ma gli italiani chi? E qui è partito il grande classico, lo sport più amato dagli italiani: lo scaricabarile. E dello scaricabarile sono scesi in campo i campioni. E con lo scaricabarile è arrivata la sua inseparabile compagna, la sorella gemella, la “indagine interna”.

Il presidente del Consiglio e il ministro competente, cioè il titolare dei beni culturali, non erano a conoscenza della decisione di ‘censurare’ le statue dei musei capitolini in occasione della visita del presidente iraniano Rohani. Ma dalla sopraintendenza di Roma ribattono che l’oscuramento è stato organizzato proprio da Palazzo Chigi. E allora, chi avrà deciso di coprire le pubenda? Dopo le polemiche nate dalla discutibile scelta di nascondere i delle opere d’arte perché potenzialmente sgraditi all’importante ospite, va in scena oggi una delle specialità nostrane: lo scaricabarile.

Dario Franceschini ministro è stato netto: “Né io né Renzi eravamo informati”. La Sovrintendenza di Roma (excusatio non petita..?) si è risentita e ha accusato: “Non noi, è stata un’organizzazione di Palazzo Chigi”. Quale organizzazione? Mah. E che vuol dire precisamente “organizzazione di palazzo Chigi”? Boh. Sovrintendenza non dice, allude, scarica. Ma Franceschini non ci sta: “Chi ha mai detto Sovrintendenza? Perché si mettono in mezzo… E’ stato eccesso di zelo di funzionari appartenenti a strutture dell’esecutivo che hanno deciso senza informare…”.

Cioè a mettere le mutande alle statue sono stati funzionari pubblici che hanno deciso senza informare né Renzi né Franceschini. Convinti di fare bene, anzi benissimo. C’era stata una visita e poi una presa di contatto tra funzionari iraniani e italiani. Una cordiale e burocratica intesa tra funzionari ha quindi messo le mutande alle statue? E quali funzionari, quelli del “protocollo” della Farnesina o di Palazzo Chigi? E gli iraniani avevano chiesto o no? E anche qui a insaputa di Rohani o no? Rotola e rotola e aumenta di velocità lo scaricabarile. Cui sono ansiosi e vogliosi di partecipare i politici di opposizione. In prima fila quelli che quando venne Gheddafi durante un loro governo gli fecero montare la tenda in villa pubblica e pubblicamente arruolare femmine nostrane come…potenziali guardie del corpo.

Sapere di chi è la responsabilità della decisione, o assistere all’assunzione di responsabilità da parte di qualcuno che dica: “Sì, l’ho deciso io”, è più difficile che accedere al terzo segreto di Fatima e, alla fine, sarà come suggerito da Rohani stesso colpa dei giornalisti che sulla questione hanno montato un caso. Ad un paio di giorni dalla conferenza stampa andata in scena nella sala nobile dei musei capitolini, quella sala per intendersi dove ha trovato casa l’imponente statua di Marco Aurelio che sino a pochi anni fa faceva bella mostra di sé al centro della piazza del Campidoglio, l’unica certezza è che non è stato ufficialmente l’Iran ha chiedere che le statue e i venissero nascosti. E con questa unica moderata certezza svanisce anche la possibilità di evitare una figuraccia internazionale per il nostro Paese.

Se infatti fosse stato Rohani, ovviamente non lui in persona ma il suo cerimoniale, a chiedere l’oscuramento, allora la presidenza del Consiglio, la sovraintendenza o chiunque fosse stato deputato avrebbe potuto dire di aver acconsentito per una questione di cortesia istituzionale. Ma così non è andata, non è stato l’Iran ha chiedere la censura, probabilmente sapendo anche che quando si è ospiti non è elegante imporre le proprie regole e anzi è buona norma il contrario, cioè adeguarsi alla cultura del Paese che si visita, esattamente come fanno le donne italiane che in nei paesi islamici come l’Iran indossano il velo. Esclusa Teheran, l’accorgimento sulle statue non può che essere partito, e nato, a Roma.

Una censura motu proprio dunque che non gode di quelle giustificazioni che sarebbero valse per Rohani. Perché infatti nascondere e censurare la propria cultura? La risposta certa ovviamente non c’è, e si possono solo avanzare delle ipotesi, Nessuna lusinghiera. Censura per subalternità culturale nei confronti dell’Islam? Forse, ma poco probabile. Ipertrofia del politicamente corretto che sfocia nell’ideologicamente stupido? Un serio indiziato. Come seri indiziati sono i 17 miliardi di euro di investimenti che l’Iran fuori dalle sanzioni porta in dote e che, nella mente di qualcuno, potrebbero aver giustificato l’attenzione eccessiva per il danaroso ospite.

Tutte fattispecie che non fanno e non farebbero onore al titolare della decisione, come non fanno onore all’Italia che è stata non a caso dileggiata su social network e sugli organi d’informazione nazionali ed internazionali. Avrebbe potuto salvare la situazione, forse, un’assunzione di responsabilità post polemiche. Come se ad esempio oggi Matteo Renzi avesse detto: “Ho deciso io perché eccetera eccetera”. Invece, a polemica esplosa, il ministro dei beni culturali ha tuonato: “Non era informato né il presidente del Consiglio, né il sottoscritto di quella scelta”. Pronta, dalla Sovrintendenza capitolina, è arrivata secca la replica: “Dovete chiedere alla Presidenza del Consiglio. La misura non è stata decisa da noi, è stata un’organizzazione di Palazzo Chigi non nostra”.

Ergo, a polemica internazionale in corso, i due possibili responsabili, e cioè il governo titolare dell’incontro e la città sede dello stesso, negano ogni responsabilità. Delle due l’una quindi: o le statue si sono coperte da sole per il freddo, o ha ragione Rohani quando parla di “questione giornalistica” e spiega: “Posso dire solo che gli italiani sono molto ospitali perché cercano di fare di tutto per mettere a proprio agio gli ospiti. E li ringrazio per questo”. Detto tutto questo, un interrogativo rimane insoluto: ma se c’era bisogno di coprire i , se la sensibilità dell’ospite era tale, perché incontrarsi ai musei capitoli e non a palazzo Chigi sede della presidenza del Consiglio? E, infine, come si saranno regolati in Vaticano per l’incontro tra Bergoglio e Rohani, non avranno mica dato una mano di bianco al Giudizio Universale…

Forse i tanti indiziati sono come il maggiordomo nei romanzi gialli: troppo ovvi per essere il vero colpevole. Forse il colpevole è una cultura, non quella occidentale “libertina” o quella mediorientale sessuofoba. Forse il colpevole è la “cultura del capogabinetto”. Cultura che trovi a qualsiasi latitudine e longitudine del pianeta. La cultura dell’erudizione dei protocolli senza però spessore culturale, la cultura della burocrazia tanto onnipotente quanto compiacente. La si trova dovunque, in Italia un po’ di più di dovunque. Una “indagine interna” cercherà di scovarla a Palazzo Chigi. Scovarla sarà facile, darle un nome e cognome invece…missione quasi impossibile.