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Lotteria a premi per chi chiede fatture. Greci no tasse, Trump…

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ROMA – Lotteria a premi (scarsi) per chi chiede al fornitore, artigiano, professionista…niente meno che la fattura. L’ultima dalla Grecia perché in Grecia le tasse le pagano solo i lavoratori dipendenti, quelli con i redditi tassati alla fonte. Gli altri niente, non pagano. Come in Italia? No, molto più che in Italia. In Grecia la fattura non la fa praticamente nessuno. L’ultima dalla Grecia è dunque la lotteria. O forse la penultima sulle tasse perché l’ultima arriva da Donald Trump candidato alla presidenza, alla Casa Bianca niente meno. Lui le tasse non le paga da 18 anni, non c’è che dire, è un leader.

La fattura come il gratta e vinci. L’idea non è nuova ma, nonostante questo, continua a dare il senso della drammaticità e dell’inefficacia della lotta all’evasione. E allora, per tentare di invogliare i contribuenti posti di fronte alla classica scelta ‘con fattura o senza’ a scegliere la versione ‘con’, si sta pensando di varare una lotteria pubblica a cui si accederà proprio con le fatture. Niente biglietti da comprare dunque per tentare la sorte, ma una tanto semplice quanto piccola dimostrazione che si pagano le tasse. O almeno parte di queste.

La novità, se di novità si può parlare, arriva ora dalla Grecia, Paese che continua a vivere una catastrofe quotidiana, un disastro economico e sociale permanente dove purtroppo non si vede alcuna luce in fondo al tunnel. Una catastrofe figlia di molti ‘genitori’, dall’irresponsabilità dei politici locali che hanno per anni, anzi decenni agito a dir poco in modo poco lungimirante, alle politiche europee che anziché dare una mano hanno aggravato la crisi. Ma una delle cause fondamentali della bancarotta nazionale di Atene è la spudorata evasione fiscale. Per questo, racconta Luigi Grassia su La Stampa, nella terra della democrazia si sta pensando ad “una lotteria nazionale con premi estratti a sorte fra i cittadini che si fanno rilasciare fatture, ricevute e scontrini fiscali dai lavoratori autonomi”. Premi che, ad onor del vero, non sono esattamente ricchissimi: in palio ogni anno cinque auto usate e una casa. La legge ancora non c’è ma, assicurano, sta per essere presentata.

La lotteria degli onesti sta quindi per arrivare in un Paese dove a pagare le tasse sono solo i lavoratori dipendenti e i pensionati, che sono quasi alla fame, mentre tutti gli altri la fanno franca e dove, nonostante l’urgenza di trovare risorse, non si trova la maniera di risolvere il problema. In queste condizioni non si trova però solo la Grecia. E anzi, nella lista dei ‘cattivi’ dell’Europa prima di Atene era finito il Portogallo e, guarda caso, anche lì spuntò una simile idea. Era il 2014 quando Lisbona partorì la “Factura da sorte”: una trovata del governo conservatore di Passos Coelho per arginare la crescente evasione fiscale – allora pari al 25 per cento del Pil. Factura che altro non era se non un sorteggio statale con tanto di premi in palio rivolto a tutti i contribuenti a cui potevano partecipare tutti quelli che avessero richiesto un servizio o comprato qualcosa dietro fattura dal 1 gennaio 2014, poi comunicato alla corrispondente Agenzia delle Entrate portoghese.

Problema, quello dell’evasione fiscale, che non è però solo della Vecchia Europa ma anche della giovane e dinamica patria del capitalismo: gli Stati Uniti. Al di là dell’Oceano infatti, nonostante una tradizione ed una cultura che non premia i furbi e anzi tende – giustamente – a squalificarli socialmente, è oggi addirittura uno dei due candidati alla presidenza il campione nazionale dell’evasione. Parliamo ovviamente di Donald Trump, il candidato repubblicano a capo del mondo libero che, secondo quanto scoperto dai media a stelle e strisce, dopo aver dichiarato vent’anni fa un buco da oltre 900 milioni di dollari, ha sfruttato quella voragine per non pagare un dollaro di tasse per i successivi 18 anni. I documenti ottenuti dal New York Times non sono mai stati resi pubblici prima e mostrano che nella dichiarazione dei redditi per il 1995 di Trump risulta una perdita pari a 916 milioni di dollari e una deduzione fiscale di quella entità – si spiega – potrebbe appunto avergli consentito di godere legalmente dello ‘sconto’ sulle imposte federali per quasi due decenni successivi. Sebbene infatti il reddito di Trump soggetto a tassazione per gli anni successivi resti sconosciuto, dichiarare una tale perdita per quell’anno potrebbe averlo messo nelle condizioni di ‘cancellare’ oltre 50 milioni di dollari all’anno di reddito imponibile per oltre 18 anni.

E in Italia? Da noi alla lotteria degli onesti ancora non si è arrivati a pensare, ma nella classifica dei campioni dell’evasione siamo in ottima posizione e forse solo la Grecia nel nostro continente riesce a tenerci dietro. D’altra parte ‘italiani e greci, una faccia una razza..’.