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Terremoti Giappone/Ecuador collegati: trema cintura pianeta

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NEW YORK – Il 16 aprile un terremoto che ha superato il settimo grado della scala Richter ha colpito l’isola di Kyushu, Giappone meridionale. Meno di 24 ore dopo un altro sisma ha scosso la terra 15mila chilometri più ad Est, in Ecuador. Nel paese sudamericano il movimento tellurico ha raggiunto il valore 7.8 sulla scala Richter. Fino a non molto tempo fa si riteneva impossibile l’esistenza di una relazione tra i due eventi, oggi invece questa non solo è probabile, ma di fatto accertata. La scarsa conoscenza che abbiamo in materia però non ci permette di conoscere l’esatto funzionamento dei processi che regolano i terremoti e questo lascia diversi interrogativi senza risposta, alcuni dei quali anche potenzialmente catastrofici, come ad esempio quello che riguarda la catena di vulcani sottomarini che ‘popola’ l’oceano Pacifico e che dai due sismi potrebbe essere stata interessata.

Dal punto di vista tecnico il terremoto che ha interessato l’arcipelago giapponese è un prodotto della subduzione della placca delle Filippine rispetto a quella euroasiatica. La subduzione è il fenomeno che vede una placca terrestre infilarsi sotto un’altra ed è proprio l’attrito che si verifica tra le due a creare nelle rocce una tensione che prima o poi viene rilasciata improvvisamente attraverso una frattura, chiamata faglia: è il terremoto. In Ecuador le placche che si stanno scontrando sono quella di Nazca, una placca relativamente piccola che copre una porzione del Pacifico, che subduce quella sudamericana. La placca delle Filippine si muove a una velocità di circa 10 centimetri all’anno, mentre quella di Nazca di 6,1 centimetri all’anno.

Le placche che hanno generato i due terremoti sono quindi diverse, ma con ogni probabilità collegate. Prima del sisma che nel 2004 sconvolse il sud est asiatico, si credeva che non si potesse in alcun modo connettere tra loro due terremoti distanti come quelli verificatisi nei giorni scorsi. Ma l’idea è cambiata dal momento in cui il violento terremoto che interessò Sumatra fece cambiare la frequenza e l’intensità dei terremoti che avvenivano lungo la Faglia di San Andreas, in California. Varie ricerche misero in luce che i due fenomeni erano da collegare tra loro.

Le conoscenze dell’uomo in materia di terremoti, e più in generale le nostre conoscenze sul funzionamento interno del pianeta che popoliamo, sono ancora decisamente scarse, per non dire elementari. Complesso quindi è ancora spiegare come si possano collegare terremoti così lontani. Quel che risulta più facile pensare nel caso dei due sismi degli ultimi giorni è che l’energia sviluppata dal primo sisma sia arrivata là dove c’erano già le condizioni perché se ne verificasse un secondo e che questa abbia dato il ‘colpo di grazia’. Abbia cioè ‘sbloccato’ una situazione che era già sul punto si esplodere.

Sulla base delle conoscenze disponibili in materia i sismologi non sono in grado di dire se ora dovremo aspettarci altri terremoti simili in giro per il mondo, ma quel che invece sarebbe necessario fare subito è una intensificazione del controllo dei vulcani presenti in prossimità dei due sismi. Ciò che preoccupa è infatti che nelle aree in cui si sono verificati i due sismi sono presenti diversi vulcani attivi di tipo esplosivo, la camera magmatica potrebbe essere scossa, con la conseguenza che i gas contenuti potrebbero raggiungere una pressione tale da far scoppiare il tappo. Inoltre, fratture profonde possono mettere in contatto il magma con l’acqua di mare e questa, entrando nella camera magmatica, potrebbe causarne l’esplosione. Qualcosa del genere successe nel 1991, quando un terremoto innescò l’esplosione, avvenuta a pochi mesi di distanza, del vulcano della Filippine chiamato Pinatubo. Fu una delle esplosioni più intense del secolo scorso.