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Terremoti, le maree li muovono. Lì il segreto per prevederli?

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ROMA – Prevedere i terremoti, nonostante le polemiche che ad ogni evento sismico ciclicamente tornano, non è al momento tra le umane capacità. Sappiamo, più o meno, perché e percome la terra trema, ma non siamo in grado di dire quando e dove accadrà. Circolano libere al riguardo un bel po’ di panzane di relativo successo: il terremoto vien di notte come la Befana, viene con il caldo, lo causano le gallerie scavate qua e là dagli umani…

Un aiuto invece scientifico nella previsione dei terremoti potrebbe arrivare da una teoria formulata all’indomani del sisma che colpì il sud est asiatico e che oggi trova nuova conferme: la teoria secondo cui l’attrazione gravitazionale di Sole e Luna giocherebbe un ruolo tutt’altro che secondario e, con questa, le maree ‘liquide’ e non, negli eventi sismici. Una teoria secondo cui le maree sarebbero dunque responsabili, o almeno corresponsabili dei grandi terremoti in quanto contribuirebbero ad attivare le faglie sotto tensione con la loro pressione esercitata sulla crosta terrestre.

E’ la teoria della ricercatrice giapponese Sachiko Tanaka del National Research Institute for Earth Science and Disaster Prevention di Tsukuba, in Giappone, che ha passato 10 anni a raccogliere prove a sostegno della sua ipotesi. “La pressione dell’acqua sulle rocce durante l’alta marea si accumula e alla lunga causa fratture e piccoli terremoti” ha spiegato, “se le faglie sottomarine sono già sul punto di rottura, queste scosse possono essere la causa scatenante“. Tanaka ha messo a confronto i dati dal 1976 al 2011 sulle maree e sulle scosse sottomarine per una zona di 100mila chilometri quadrati attorno all’epicentro dell’ultimo terremoto giapponese. “Per i primi 25 anni non ci sono stati segni di terremoti correlati alle maree, ma dal 2000 in poi questi si sono accumulati fino a raggiungere un picco proprio prima dell’ultimo grande terremoto“, ha riferito Tanaka, spiegando che “è difficile dire se è possibile prevedere i terremoti, ma monitorare la relazione tra maree e scosse è promettente”.

Una teoria formulata già nell’ormai lontano 2012 dalla ricercatrice giapponese e che trova ora nuove, autorevoli conferme. Un team di ricercatori dell’Università della California, altro luogo come Giappone particolarmente sensibile al tema terremoti visto il rischio sismico che li accomuna, conferma infatti la teoria. “Le maree – spiega Elizabeth Cochran, tra i principali autori dello studio – hanno un ruolo significativo nell’innescare gli eventi sismici”. Una tesi rilanciata anche dagli uomini dell’Earthquake Science Center di Pasadena (sempre California) che hanno concentrato la loro attenzione su dei piccoli e profondi eventi sismici, conosciuti come terremoti a bassa frequenza. Una ricerca che ha rivelato come il numero dei picchi di questi terremoti avesse una periodicità quindicinale e corrispondesse precisamente all’innalzamento della crosta terrestre che si verifica quando la forza gravitazionale combinata di Sole e Luna è al suo massimo.

A differenza di quanto però la maggior parte crede, le maree non sono solo quelle dei mari e degli oceani. Esistono infatti due tipi di maree: il primo, il più ‘noto’, è quello definito delle maree ‘liquide’, quelle cioè che riguardano l’innalzamento e l’abbassamento delle masse d’acqua, dai mari agli oceani. Ne esiste però poi anche un secondo, e cioè quello delle maree ‘solide’ che altro non sono che i movimenti della crosta terrestre in relazione alle forze gravitazionali esercitate dal nostro satellite e della nostra stella. La Terra è infatti soggetta ad un continuo innalzamento e abbassamento della sua crosta, anche se questo è ovviamente meno evidente dell’innalzamento dei mari o degli oceani. In Italia, per esempio, il livello di marea si aggira intorno ai 9 centimetri, ma in altre zone del nostro pianeta può arrivare anche a 30 centimetri. Tutto dipende dall’elasticità della composizione della crosta, più risulta elastica è più le maree saranno importanti.

Uno stress notevole per il nostro Pianeta che, nei punti ‘sensibili’, cioè laddove le diverse placche si toccano e ‘strusciano’, e dove la tensione di questo contatto si accumula, può scatenare e fare da interruttore per l’accensione dei terremoti.