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Terremoto. Roma: sisma in casa. Grande ferita nella Capitale

La foto di di Alessandro Camilli

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ROMA – Terremoto, ma terremoto forse “qui”, proprio “qui” e non solo lì, lassù verso nord-est, l’Umbria, le Marche…Terremoto forse “qui” è stata per lunghissime decine di secondi la sensazione, la paura, l’esperienza, l’ansia e perfino il panico di milioni di abitanti di Roma.

Terremoto “qui” a Roma così si è sentito, così è sembrato. Anche se ovviamente non era. Terremoto “qui” a Roma, così lo si è vissuto perché alle 7,40 e qualcosa tutti hanno sentito la casa muoversi e oscillare, hanno visto lampadari muoversi, hanno guardato muoversi ciò che in casa suita voli e sui ripiani poteva muoversi…Tutti hanno avuto il lunghissimo tempo per accorgersi e magari fosse finita lì.

Dopo il tempo di rendersi conto che terremoto era e che scossa tutti hanno vissuto il tempo lungo della scossa che non finiva, il tempo di domandarsi se non fosse solo l’eco del sisma che avveniva altrove, il tempo maledetto di domandarsi se era il caso, anche qui, anche in casa a Roma, di infilare un tavolo cui mettersi sotto, di non infilare le scale, men che mai un ascensore.

Per molti, lunghissimi secondi Roma ha avuto il terremoto in casa perché gli abitanti di Roma il terremoto in casa se lo sono sentito. Non solo bussare alla porta, ma mettere piede in camera da letto, cucina, salone. Nelle case a Roma il sisma è entrato senza complimenti: ha vibrato negli infissi, ha brontolato nelle suppellettili, ha mollato un calcio ai letti, ai divani, alle sedie.

I più freddi hanno intuito che era un terremoto grosso sì (alla fine risulterà la scossa più forte dai tempi dell’Irpinia 1980) ma relativamente lontano. Ma moltissimi romani hanno ceduto alla comprensibile paura, anzi della paura hanno rotto gli argini. Si sono viste famiglie preparare valige per andare chissà dove. Si son viste persone uscire di casa in fretta scomposta. Come se il terremoto fosse stato qui.

Poi tutta la città ha cominciato reciprocamente a chiamarsi al telefono con la reciproca domanda/richiesta: l’hai sentito? Per raccontare, farsi raccontare, per soddisfare il naturale bisogno di riassorbire l’esperienza della paura individuale in dimensione collettiva. E infatti al bar, al supermercato aperto, incontrandosi e scambiandosi un cenno d’intesa perfino ai semafori e sulle strisce pedonali, milioni di romani stamattina si raccontano il terremoto in casa, a casa loro.

Apprenderanno che forse danni il sisma  li ha portati anche alla Capitale: un ponte è stato chiuso al traffico ad Ostia per verifiche, la metro di Roma è stata fermata per controlli, si narra (per ora senza conferma) di un ascensore venuto giù nella tromba di un palazzo (senza vittime). Altro forse si troverà, qualche crepa, qualche struttura già di per sé non solida…

Ma il vero danno, la vera ferita che il terremoto ha portato nella Capitale è che stavolta milioni e milioni di romani il terremoto lo hanno sentito e vissuto come fosse in casa. E a molti, moltissimi di loro il sisma in casa all’alba o quasi è rimasto nel cervello e nell’anima per le ore successive. Roma ha preso paura, come non era successo pochi giorni fa, per le scosse di pochi giorni fa. E neanche per quelle di agosto e neanche per il sisma del 1997/8. Roma ha preso paura che il terremoto fosse “qui”. E’ stato questo il grande danno, la nube di polvere d’ansia, sgomento, incertezza, confusione che è mezzogiorno e ancora non si dissolve.