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Caffè da Starbucks in Oriente 3,5$ pensando che in Italia..

Riflessioni globali facendo la fila per un caffé da 3 dollari e 50 da Starbucks in Estremo Oriente e pensando che in Italia è più buono e costa meno.

La foto di di Antonio Buttazzo

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ROMA – Starbucks, Einsten cafe, Coffe Bean, ovvero il business del caffe globalizzato, uguale in tutto il mondo.
Brand comunicativi, intenzione politically correct, merchandasing accattivante, suggestioni rassicuranti (vietati severamente gli alcolici), hanno fatto sì che questi posti divenissero piu che delle semplici mescite della bevanda piu popolare del mondo, dei luoghi “cool”, alla moda, giusti, soprattutto nei paesi in via di sviluppo, dove anni fa il Wifi gratuito prometteva la interconnessione al resto del mondo.

Posti di ritrovo per giovani e meno giovani dove darsi appuntamento, dove ci si  sente moderni e cittadini del mondo.
Nella nevrotica ed un po’ blasé New York City, c’è gente che è disposta a farsi chilometri di traffico perché gli hanno detto che in una di queste catene è arrivato il caffè di quell’altipiano etiope che è una meraviglia.

A Shangai, il primo Starbucks lo hanno strategicamente avviato all’uscita del mercato frequentato dai turisti occidentali, ci caschi proprio dentro.

A Saigon vi si danno ritrovo i nipotini di Ho Chi Min che parcheggiano direttamente sul marciapiede antistante spesso facendo strage di motorette.

A Mosca nei pressi della Piazza Rossa Starbucks è argomento di polemica con i nazionalisti russi anche per la vocazione analcolica che non è molto apprezzata da quelle parti.

A Manila, signorine succintamente vestite e ammiccanti aspettano che il caffè venga loro gentilmente offerto da qualche gentiluomo, impregiudicato l’ulteriore sviluppo della faccenda.

Per gli italiani però le cose sono un po’ diverse.

I Caffè, intesi come luoghi di ritrovo oltre che di mescita, li abbiamo inventati noi.

E pur senza scomodare gli storici ritrovi di intellettuali o le divertenti immagini dei caffè del Meridione, che raccontano quella realtà più dei trattati di antropologia culturale, bere un caffè  in italia è una esperienza gradevole ed appagante nella sua semplicità, entri nel bar, ordini, paghi quasi mai più di un Euro, lo bevi e vai via soddisfatto.

Da Starbucks è un dramma.

Primo ostacolo, la coda.

Finalmente, arrivi alla cassa e ordini…
– un caffè!
– americano?
– no…
– Con panna?
– no…
– ok, shakerato?
– no, espresso…
– ok, Doppio espresso?
– no, un caffè espresso…
– ok, lo beve qui o lo porta via?
– lo bevo qui…
– ok, vuole che le stampi la ricevuta fiscale? (Sono ecologicamente corretti)
– faccia come crede, vorrei solo quel caffè…
– ok, vuole vedere le tazzine in vendita col nostro brand impresso?
– no grazie, vorrei solo bere il mio caffè…
– ok, vuole donare qualcosa per i contadini degli altipiani del Guatemala? (ma con tutti i soldi che guadagnate date voi qualche soldo in più a quei poveracci dateglielo!)
– guardi vorrei bere questo caffe è possibile?
– ok, come si chiama?
– bond, james bond
– ok (scrivendolo sulla scatola di cartone destinata a contenere in un futuro indeterminato il tuo caffe)
– grazie…
– prego, sono 3 dollari e 50( in qualunque divisa del mondo il prezzo è sempre quello, lo studiano gli economisti, come l’indice big Mac sui costi unitari di produzione).

Dopo aver fatto un’altra coda per un tempo variabile dai 10 ai 30 minuti qualcuno urla il tuo nome per avvisarti che è pronto il caffè nel bicchiere di cartone.

Per inciso, trattasi in realtà di una bollente brodaglia di cui i contadini del Guatemala si vergognerebbero.

Altra fila per zuccherarlo e girarlo con un indecente bastoncino di legno e nel frattempo la voglia del caffè, stanne certo, ti è bella che passata…


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