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Caroselli cubani a Little Habana per la morte di Castro, osceni

La foto di di Antonio Buttazzo

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ROMA – Una pena quegli osceni caroselli dei cubani di Miami, alla notizia della morte di Fidel.
Quelli che i media chiamano esuli, quasi fossero veramente dei profughi, dei boat people alla deriva nel mar dei Caraibi fino a Cayos dell’ovest della Florida.
Tanti di quegli allegri manifestanti arrivarono a Miami tra la fine degli anni 50 ed i primi di quelli 60 non a nuoto ma a bordo di lussuosi yachts, per raggiungere in pochi minuti le loro lussuose dimore al di la’della costa di Pinar del Rio.
Cospicui conti correnti in dollari, denaro drenato dalle casse cubane e già al sicuro negli USA, avrebbero loro garantito un futuro sicuro.
A quei borghesi impauriti ma in fondo pacifici, si unì negli anni 80 una masnada di avventurieri, ladri, assassini e malati di mente, lasciati partire da Fidel Castro dal porto di Mariel, rassicurando la comunità internazionale scandalizzata dalla gabbia comunista tropicale in cui erano rinchiusi quei “dissidenti”.
Al limite delle acque territoriali de l’Habana, “los hermanos del rescate”, gli anti castristi fuggiti 20 anni prima, arrivarono a bordo dei loro yachts convinti di tirar su professori e operai, contadini e medici, ansiosi di fuggire da quella galera caraibica, per trovarsi invece a bordo degli avanzi di galera.
Questo il tessuto sociale dei cubano/americani che sfilano per una Little Habana in festa per la morte di Castro.
Gente che, al contrario di quello che si vuole far credere,  viaggia da anni per Cuba a bordo di aerei di linea fantasma che non avrebbero dovuto esistere ma che in realtà attraversano da anni, da molto prima delle aperture di Obama, quelle 90 miglia che dividono Cuba dagli Usa.
Voli chiamati “etnici”, riservati ai soli cubani del Nord America che, mentre si recano a trovare i parenti consultano gli avvocati per sapere che fare, quando il socialismo cadrà, per poter rientrare in pos dei beni loro requisiti al “triunfo della revolucion”.
Cose del resto già viste a Budapest, Praga, Bucarest, dove negli studi legali venne intonato il de profundis al socialismo reale.
Sull’isola intanto la ricca blogguera Yoani Sanchez, festeggia la morte di Castro, convinta che i suoi figli vivranno ora meglio, anche se la sua famiglia male già non se la passava con i ricchi finanziamenti generosamente a lei concessi dagli americani.
Per giunta senza aver (a differenza di tanti altri) mai fatto un giorno nelle galere del regime da lei tanto odiato.
Ebbene, a tutti loro Fidel ha spuntato le unghie attraverso il fratello Raoul, proprio aprendosi sui diritti civili e le libertà economiche.
Difficilmente il suo delfino avrebbe potuto portare avanti le sue aperture diplomatiche ed economiche senza l’avallo del fratello maggiore.
Che ha però continuato a tuonare settimanalmente dalle colonne del “Granma” difendendo tenacemente il socialismo contro le storture del capitalismo. La sua solita raffinata strategia politica, un misto di impetuoso idealismo e pragmatico realismo con il quale si è imposto per tanti anni come leader indiscusso in tutto il mondo, rendendosi protagonista di accordi di pace e soluzioni diplomatiche geniali.
Verrà ricordato per questo, ma soprattutto per aver garantito ad un popolo oppresso dalla povertà, privato di ogni dignità da secoli di dittature, la speranza di una vita migliore, dotandolo di scuole, università, ospedali, centri di ricerca di ottimo livello.

Durante il processo che subì per l’assalto alla caserma Moncada nel 1956, si difese affermando che sarebbe stata la  Storia ad assolverlo.
Oggi si può dire, anche a giudicarlo.