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Cicerone e la congiura di Catilina: le “Toghe in giallo” rifanno l’inchiesta e scoprono che…

La foto di di Antonio Buttazzo

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L’ 8 Novembre del 63 a.c., al Senato di Roma riunito eccezionalmente nel tempio di Zeus Statore, ai piedi del Palatino, va in scena l’atto di accusa forse più famoso della storia antica. Sono passati 2079 anni da quel giorno. In quella stessa Roma morsa dal primo freddo autunnale, la scena si è ripetuta il 12 novembre 2016, non in un luogo pubblico e sacro ma in una casa privata, ad opera di un gruppo di giuristi – attori, le “Toghe in Giallo”. Non è una rilettura di testi già mandati a memoria al liceo, è una revisione critica di quel processo, alla luce dei principi e della esperienza dgiudiziaria di oggi.
Quell che accadde allora è nei libri.
Con quattro orazioni passate alla storia sotto il nome di “Catilinarie”, Marco Tullio Cicerone si scaglia contro Lucio Sergio Catilina, accusandolo di aver ordito una congiura contro Roma e la classe degli oligarchi che la governava, tra cui lo stesso Console Arpinate.
Il nobile Catilina, arricchitosi durante la dittatura di Silla e poi decaduto dai suoi privilegi di casta, si proponeva di modificare violentemente l’assetto costituzionale per sottrarre alle oligarchie dominanti le leve del potere giudiziario e per imporre una redistribuzione delle ricchezze attraverso una articolata proposta di abolizione dei debiti di cui era gravata la classe nobiliare.
Cicerone sventa il putsch che prevedeva la sua eliminazione fisica e costringe alla fuga Catilina, che poi morirà in battaglia servendo Manlio, altro congiurato e suo amico personale, contro l’esercito lealista di Antonio Hibrida.
Cicerone formula le sue accuse forzando non poco le leggi in vigore ed abusando dei suoi poteri.
Utilizza spregiudicatamente dichiarazioni di pentiti prive di riscontri, calpesta i diritti civili riconosciuti ai cives romani, non garantisce compiutamente il contraddittorio con le parti accusate tra i quali figuravano anche figure come Cetego, Lentulo, Statilio, strangolati poi nel carcere Mamertino dopo un processo sommario.
Col tempo, l’azione di Catilina è stata storicamente in parte riabilitata e quel processo criticamente rivisitato da più parti.
Così hanno fatto Lucia Nardi e la compianta Anna Lisa Scafi con un testo titolato “Il caso Catilina” liberamente tratto da “la Congiura di Catilina” di Sallustio e le stesse “Catilinarie” di Cicerone.
Nel testo hanno immaginato l’azione di un avvocato-archeologo dei giorni nostri che, assumendo la difesa di Catilina, attraverso preziosi frammenti, indaga le ambiguità di accuse spesso sfornite di prove, criticando gli elementi privi di riscontro e l’utilizzo di un sistema giudiziario volto alla tutela dell’establishment piuttosto che alla ricerca della verità.
L’associazione “Toghe in Giallo” che da anni mette in scena celebri processi, ha intrapreso una nuova strada (che nuovissima in assoluto certo non è) per rappresentare le proprie opere, portandole direttamente nelle case private, nella consapevolezza di offrire, ad un pubblico motivato, il frutto di un lavoro attento e rigoroso, con l’aiuto di anfitrioni appassionati che organizzano il tutto offrendo ai propri ospiti serate che si sperano interessanti.
“Il caso Catilina”, dopo essere stato già rappresentato diverse volte in contesti prestigiosi come i Giardini della Filarmonica a Roma, l’aula magna del Consiglio di Stato, quella dell’ Ordine degli Avvocati, l’ Istituto Italiano di Cultura di Buenos Aires, da attori come Mariano Rigillo, Anna Teresa Rossini, Beatrice Palme, Luigi di Majo, Sabato 12 novembre è stato messo in scena in casa del dott. Alfredo Fiore in Roma, animatore culturale a cui si deve l’iniziativa.
Tre veri avvocati, diretti da Luigi di Majo che interpreta anche il ruolo dell’avvocato di Catilina, insieme a Ferdinando Abate nel ruolo di Sallustio, narratore della vicenda storica, e di chi vi scrive nel ruolo dall’accusatore Cicerone, hanno riproposto il testo teatrale che ha riscosso un grande interesse davanti ad ospiti attenti ed incuriositi da una vicenda che ancora una volta vede la contrapposizione tra i vecchi e i nuovi poteri, con sullo sfondo la eterna figura dell’homo novus, un console quarantaduenne afflitto dalla ansia di rottamare il passato.