Antonio Buttazzo

Don Camillo, ristorante italiano di Rio, è diventato di lusso, segno dei tempi post olimpici

Don Camillo, ristorante italiano di Rio, è diventato di lusso ma ci si mangia sempre male, parola di Antonio Buttazzo

Don Camillo, ristorante italiano di Rio, è diventato di lusso, segno dei tempi post olimpici

Nulla come una Olimpiade riesce a cambiare cosi profondamente una città.
È accaduto a Barcellona, Atene, Pechino, Londra e non poteva non succedere a Rio de Janeiro.
Se poi oltre ai giochi olimpici si sono disputati anche i mondiali, lo stravolgimento è assicurato. Lula, una volta vistosi assegnare giochi e mondiale, iniziò a dar fondo ad ingenti risorse pubbliche per organizzare le manifestazioni con le quali il Brasile voleva celebrare l’entrata nel ristretto club dei paesi ricchi del mondo.
Impegnò per quelle opere tantissimi soldi, oltre che la faccia.
8 anni di successi ininterrotti in campo economico (un pil in continua crescita collocava il Brasile come la ottava economia del pianeta), oltre che in campo sociale (la indubbia riuscita del plan fome zero) ed in campo culturale, (vedi gli avveniristici istituti di ricerca scientifica nel sud del Paese), dovevano essere coronati con la riuscita della duplice kermesse sportiva internazionale.
La vetrina mondiale fu allestita dal suo successore e delfino, Dilma Roussef, oggi estromessa con un seguito di non poche polemiche, per mezzo di una procedura di impeachment piuttosto ambigua, a causa della quale i brasiliani gridano ancora oggi, non senza qualche ragione, al Golpe bianco.
Comunque, giochi e mondiali sono andati, resta invece una città, che ancora si chiede se siano stati un bene o no.
Indubbiamente l’impatto architettonico e urbanistico è stato enorme.
Nuove strade e nuovi edifici sono sorti un po’ovunque, in special modo verso Barra da Tijuca, quartiere residenziale nei pressi del quale è sorta la citta olimpica di cui, tanto per cambiare, ancora non si sa bene il destino futuro. Almeno fino a quando non si risolvono le grane giudiziare che vedono coinvolti i grandi possidenti terrieri dei vicini quartieri degradati, che oramai da anni “bonificavano” intere aeree occupate da favelas.
Terreni poco redditizi almeno fino alla vigilia dei due grandi eventi, in occasione dei quali hanno visto decuplicare il loro valore.
Ovviamente con i conseguenti costi sociali dovuti alla migrazione coatta di centinaia di migliaia di cittadini che bene o male vivevano in quell’area da molti anni.
Furono infatti i primi stanziamenti delle masse di poveri nordestini calati al sud, verso una Rio de Janeiro nel pieno del suo boom economico degli anni 30/40.
Quel che è certo, è che alla fine delle vertenze giudiziarie qualcuno ci guadagnerà tantissimo dalla riconversione delle strutture olimpiche, già si sa destinate ad immobili residenziali e commerciali ad alto valore aggiunto.
Con buona pace della vampata di protesta che si accese nel 2013, quando la popolazione scendendo in piazza, chedeva al Governo se le priorità della gente non fossero altre.
Intanto la città ha fatto di tutto per presentarsi al mondo morigerata e sobria.
Dopo la “pacificazione” delle favelas, è toccato alla zona sul, in special modo a Copacabana, il cuore della movida carioca, trasformarsi in spiaggia e passeggiata per famiglie.
Via gli storici locali del peccato, sostituti da musei e centri espositivi, ed avanti con i tranquillizzanti ristoranti per gruppi turistici che invadono una città intasata dai torpedoni come mai si era visto a Rio de Janeiro.
Argentini, Peruviani, Colombiani, Dominicani, oltre i soliti gringos (gli americani e gli europei vengono detti cosi) sciamano sulla Avenida dedicata alla madonna boliviana di Copacabana, molti dei quali alla ricerca dei resti di una atmosfera peccaminosache non esiste più.
Persino i chioschetti sulla orla do mar, dove un tempo si davano convegno giovani ragazze ed attempati turisti, hanno perso il fascino licenzioso che li distingueva, trasformandosi in locali hi tech dove non passerà molto che le ordinazioni si faranno con l’ipad, come da oscena ed imperante moda nel resto del mondo.
1.000.000 di dollari, questo è il costo di ogni licenza per vendere sucos e cervejas, un prezzo che ha spazzato via tutte le illusioni di quelli che pensano di smettere la loro grigia esistenza nel freddo europeo andando a vendere cocco sulla spiaggia.
Resiste ancora invece lo storico ristorante italiano “don Camillo” che però, dismesso il pessimo menù a base di poco commestibili fritti ed empanadas da rifilare a turisti di bocca buona (che del resto non venivano a Rio per i ristoranti gourmet), ha trasformato l’orrendo capannone esterno ed il dozzinale arredo interno in un ristorante di lusso.
Dove però, si continua a mangiare male.

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