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Referendum, multinazionali più felici degli operai

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ROMA – Bisogna capire se oltre che dagli 11.000 lavoratori evocati domenica da Renzi, il premier non debba aspettarsi anche la riconoscenza di almeno altri 4 o 5 dipendenti delle multinazionali energetiche. Si tratta degli Amministratori Delegati di quelle società concessionarie dei diritti di estrazione nel mare Adriatico entro le 12 miglia.

Avranno brindato a champagne dopo il referendum, avendo assicurato alle loro Compagnie lauti guadagni a tempo indeterminato. Al di là delle politiche energetiche che senza altro vanno pianificate a medio-lungo termine, due punti sembrano emersi chiaramente ad oggi.

Per ammortizzare gli ingenti investimenti infatti, le società concessionarie hanno ottenuto una sorta di franchigia in base a cui sino al raggiungimento di una soglia predeterminata di estrazione (gas o greggio) non pagano alcuna royality al governo italiano.

A questo punto, dato che non esistono limiti temporali di sfruttamento se non quello naturale dell’esaurimento del bacino, quale è l’interesse delle Concessionarie di aumentare la produzione, superare la franchigia accordata e poi  pagare le tasse?         

Il secondo punto attiene alle misura delle royalities che le Compagnie proprietarie delle trivelle devono pagare al Governo italiano, ridicole rispetto ai profitti garantiti ai petrolieri.

In pratica, l’esito referendario metterà al sicuro i concessionari poiché sarà impossibile rinegoziare le royalities , accordati a quelle condizioni e divenute definitive a tempo indeterminato, cioè fino all’esaurimento del bacino di estrazione.

Ho il timore che il fallimento del referendum abbia fatto felice più quei 5 Amministratori Delegati che gli 11.000 operai sulle piattaforme petrolifere.