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Viaggio in Laos, tra acqua, comunisti e 50mila morti dimenticati

La foto di di Antonio Buttazzo

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VIENTIANE –  Atterrare in Indocina e non trovare un acquazzone è quasi impossibile. Come quei libri di Simenon – che una volta chiusi corri a cercare un asciugamano – il sudest asiatico fatichi a pensarlo asciutto. Una pioggia sottile, alternata a più consistenti precipitazioni tropicali, inzuppa la terra che quasi evapora al contatto con l’acqua, sprigionando profumi così intensi che impregnano l’aria carica di umidità.

Siamo a Vientiane, Laos, l’unico Paese della Indocina francese senza uno sbocco sul mare. La capitale ha però evidenti riferimenti liquidi. Oltre al clima piovoso infatti è delimitata dal Mekong, un corso d’acqua che è molto più di un fiume. Comune a Cina, Vietnam, Cambogia, Birmania, Thailandia e appunto Laos, il Mekong nasce nel Tibet cinese e attraverso la regione dello Yunnan arriva in Indocina per sfociare nel Mare Cinese meridionale.

Milioni di persone di diverse etnie vivono sul fiume la cui sopravvivenza è seriamente messa in pericolo dalla installazione di dighe idroelettriche al Nord, in Cina, e dallo sfruttamento intensivo delle risorse idriche al sud, nel delta vietnamita e cambogiano, dove si calcola vivano nei pressi del fiume, da cui traggono sostentamento, 40 milioni di persone.

Vientiane è lambita dal Mekong che divide la città dalla Thailandia. La linea di confine è proprio nell’acqua. L’altra sponda, quella Thai, è raggiungibile attraverso il “ponte della amicizia” donato nel 1994 dagli australiani a laotiani e thailandesi a simboleggiare una unione problematica tra i due Paesi.

Il lascito coloniale francese ha ricompreso anche uno stile di vita decisamente rilassato. Qui si dimentica il caos delle metropoli del sud-est asiatico. Anche per la grazia buddista di cui è pervasa la città, ci si immerge immediatamente in una realtà di rigenerante tranquillità. Monaci in sgargiante tenuta arancione attraversano senza fretta e sorridendo le vie sino al fiume, centro di riferimento di tutta la vita cittadina.

All’interno di Vientiane si trovano centinaia di templi, vissuti dagli abitanti come un luogo quasi domestico e molto poco liturgico. A differenza delle religioni monoteiste, la filosofia buddista ha una dimensione più terrena, fatta di una spiritualità che esclude le antipatiche quanto maleducate minacce di fuochi eterni.

Poco fuori della città si trova il maestoso Buddah park, realizzato per avvicinare il buddismo e l’induismo attraverso l’arte. Tentativo poco riuscito in verità, visto che si è trasformato in una sorta disneyland pure poco divertente.

Molto più interessante il Thaat “Pha That Luang”, l’equivalente dello Stupa induista, oggi emblema del Laos. Si tratta di un reliquiario del 1.560 costruito su un precedente sito indiano. Si crede vi sia custodito lo sterno di Buddah. Probabilmente, come nella tradizione cattolica, vi sarà no sterno di Buddah anche da qualche altra parte.

La sera il lungo fiume è un susseguirsi di bar e ristoranti che ricordano più la Provenza che il sud est asiatico dei lupanari di Bangkok o Saigon. E alle 23, tutti a letto, la città chiude molto presto e i tiratardi, per lo più stranieri, si ritrovano nell’unico bar aperto che ha il solo fascino della vista sulle sponde illuminate della Thailandia.

In questo contesto è doloroso ripensare che il Paese, durante la guerra condotta contro il Vietnam, fu quello più massicciamente bombardato, tanto da avere un museo della memoria , il COPA Visitor Center, tanto triste quanto istruttivo.

Nei 10 anni compresi tra il 1965 ed il 1975, con quasi 600.000 raid, gli americani sganciarono tonnellate di bombe sul Laos. Per la prima volta furono testate quelle micidiali a grappolo, da poco introdotte sul mercato e sperimentate (con successo) proprio qui. Cinquantamila morti poco conosciuti, sacrificati sull’altare della libertà dal comunismo in Indocina. La ennesima guerra sporca nord americana.

Era accaduto che la Cia, senza alcuna autorizzazione del Congresso ed in violazione dei precedenti accordi di Ginevra che dichiaravano il Laos neutrale al conflitto in corso, per bloccare i comunisti laotiani alleati del Vietnam di Ho Chi Min, consigliarono di bombardare a tappeto il Paese. Strategia, come è noto, tanto inutile quanto crudele, che costò morti e sofferenze soprattutto tra i civili che peraltro continuano a morire dato che il 30% delle bombe giace inesplosa a terra.

I comunisti sono ancora al potere in Laos e probabilmente la loro longevità è dovuta anche alle strategie fallimentari USA. Timide riforme hanno aperto il Paese al mercato ed al turismo che, seppure non in massa, comincia ad affluire con ritmi crescenti. C’è da augurarsi che non spezzi l’incanto di un Paese magico, bellissimo e sfortunato.


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