Antonio Buttazzo

“Virginia Raggi è ineleggibile”. Intervista a Venerando Monello: il patto con Grillo e Casaleggio va contro la Costituzione”

"Virginia Raggi è ineleggibile". Intervista a Venerando Monello: il patto con Grillo e Casaleggio va contro la Costituzione"

“Virginia Raggi è ineleggibile”. Intervista a Venerando Monello (nella foto): il patto con Grillo e Casaleggio va contro la Costituzione”

Venerando Monello, avvocato, resta convinto della bontà della sua tesi. Virginia Raggi, sindaco di Roma del Movimento 5 stelle, è ineleggibile. I giudici del Tribunale di Roma che hanno respinto il ricorso dell’avv. Monello hanno “deciso di non decidere”. La sostanza resta inalterata.

L’avv. Monello ha messo su carta bollata i tanti dubbi, da più parti sorti, in merito alla legittimità dell’accordo tra Virginia Raggi e Grillo & Casaleggio. Ha fatto ricorso al Tribunale di Roma perchè accertasse e dichiarasse le condizioni di ineleggibilità della candidata Virginia Raggi a causa del rapporto contrattuale che la lega, oltre che a Grillo & Casaleggio,  al Movimento 5 Stelle, per effetto della adesione al cd “codice di comportamento per i candidati ed eletti del M5S”.

Nel ricorso, l’avv. Monello ha sostenuto la violazione di norme di rango costituzionale, di leggi ordinarie e di norme regolamentari, nonché la nullità delllo stesso codice, chiedendo che la Raggi fosse dichiarata decaduta dalla carica di Sindaco di Roma.

Secondo l’Avv. Monello, che ha risposto ad alcune domande di Blitz sulla decisione del Tribunale di respingere il suo ricorso,

“vi è stato un eccesso di formalismo che ha portato il Tribunale a “decidere di non decidere” sul vero e cruciale motivo di ricorso: la nullità del contratto”.

Aggiunge Monello:

“Sulla questione della ineleggibilità il Tribunale ha mantenuto un orientamento vetusto, fermo all’inizio degli anni duemila, ovvero quando fu formulata la legge che stabilisce le cause di ineleggibilità. Senza tenere in conto né i più recenti orientamenti della Corte Costituzionale, né il fatto che il legislatore dell’epoca non poteva neanche minimamente supporre l’arrivo di una formazione politica che impone contratti limitativi dei poteri e delle funzioni di carica degli eletti”

Domanda: Lei ha anche denunciato la nullità del codice di comportamento sottoscritto tra Virginia Raggi e Beppe Grillo and Gianroberto Casaleggio. Tale codice si tradurrebbe in un vincolo di mandato vietato dalla Costituzione. Il vincolo, ricordiamolo, riguarda esplicitamente solo i parlamentari, nazionali e europei e non gli amministratori locali.

“Questo è vero solo in parte, l’art. 67 della Costituzione ha un portata generale che, sulla base di pacifiche pronunce della stessa Consulta, si estende a tutti coloro i quali ricoprono cariche pubbliche elettive, compreso il sindaco di Roma. È un principio cardine del sistema democratico, ed al contempo un importante argine contro la formazione di regimi autoritari”.

Domanda: Lei ritiene quindi che il Tribnale avrebbe dovuto osare di più, magari sollevando una questione di costituzionalità?

“Ritengo, almeno, che le ragioni del ricorso avrebbero potuto ingenerare nel Tribunale un dubbio tale da portarlo a rimettere rimettere alla valutazione della Corte Costituzionale”.

Domanda: Sulla nullità del contratto, in effetti, il Tribunale non si è espresso in alcun modo…

“Sì, confinandosi in un rigoroso formalismo, ha ritenuto, a mio avviso contraddittoriamente, di non avere la titolarità a richiedere la nullità del contratto, in quanto non iscritto al partito di Grillo. Ha ritenuto la questione del contratto già assorbita nel rigetto della domanda sulla ineleggibilità.

“Non ha valutato, invece, la sussistenza del requisito della legittimità a ricorrere quale cittadino che ha il diritto ad essere rappresentato da avere un sindaco privo di condizionamenti contrattuali.

“Spiace, inoltre, rilevare che è davvero un occasione mancata, in quanto aldilà dei presupposti di legittimazione a ricorrere, il Tribunale avrebbe potuto esercitare il potere di annullare il contratto d’ufficio”.

Domanda: Lei lo ha già chiarito in più occasioni, ha intrapreso l’azione giudiziaria come cittadino e non come esponente politico del Pd ma lei, in definitiva, come prefiggeva?

“Non ho mai nascosto la mia adesione al Partito Democratico, che anzi rivendico con fierezza, ma i motivi che mi hanno spinto a promuovere il ricorso attengono al mio status di cittadino ed alla attività di giurista.

“Questo ricorso non può essere considerato alla stregua di un atto sostanzialmente politico, dal momento che si fonda sulla necessità di salvaguardare diritti civili fondamentali”.

Domanda: Lo conferma la pesante condanna alle spese di lite, che sono poste a suo esclusivo carico e non certo a carico del Pd…Eppure il ricorso costituiva una “novità”…

“Come è facile desumere dalla precedente risposta, essendo il partito democratico estraneo al ricorso, ovviamente non essere condannato alle spese.

“Ciò detto, stupisce, anche per la rilevante entità, la mancata compensazione delle spese di lite dovuta, come sempre accade in caso di questioni giuridiche nuove. Con uno zelo inconsueto, al punto da riconoscere le spese legali anche nei confronti dell’avvocatura che non le aveva richieste. Tanto da ingenerare il dubbio di un intento punitivo”.

Domanda: Caso chiuso?

“Solo quando il merito del problema non sarà evitato: la legge di questo Paese consente di pattuire una penale che limita l’esercizio di un’attività politica elettiva?

“Questa è una battaglia per la libertà delle funzioni democratiche che merita di essere combattuta fino in fondo”.

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