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Banca Carige, il terrore del crollo. Il diavolo, il principe e il contadino

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – Nell’ultimo anno ha perso l’81 per cento del suo valore, nell’ultimo mese il 37,15. Il titolo della Carige, la banca dei genovesi e dei liguri, sta sotto attacco permanente e continuato, è “sorvegliato speciale” nella terrificante hit parade degli istituti di credito che Francoforte ha messo nel mirino e che la speculazione anti-bancaria in Borsa schiaccia, schiaccia sempre più in basso. La discesa sembra inarrestabile, la città intorno assiste sgomenta a una rivoluzione che riguarda le palanche della sua cassaforte-mamma e che continua da oramai quasi quattro anni.

Si sono succeduti i padroni della cassaforte, gli amministratori, gli azionisti, i vertici operativi, mentre la discesa diventava una flessione, poi una caduta, poi una discesa, poi un crollo verticale, sempre più giù, mentre intorno il mondo cambiava, dalla iniziale bolla immobiliare americana alla Brexit oggi, l’ultima stangata, come nel film con Paul Newmnan e Robert Redford.

I vecchi azionisti di una banca storica, che rappresentava la radice del risparmio storico, in una città che “strippava” di soldi – come sosteneva l’allora presidente dell’Iri Romani Prodi all’inizio degli anni Ottanta – ricordano quando il titolo valeva 12 mila lire. Ora vale 35 centesimi e non si ferma, è scesa perfino a 28,8…

Questo non è il film della Stangata, che aveva ben altri scenari, ma una specie di saga economico finanziaria i cui protagonisti entrano ed escono dal grattacielo di 14 piani della sede centrale sul confine tra la storica piazza De Ferrari e i caruggi genovesi, quel dedalo che “cala” verso il ventre angiportuale del centro storico, in una discesa non rapida, come quella del titolo, ma perentoria nel salto verso l’ombelico, che sono i vecchi moli della città: c’è il grattacielo anni Sessanta con al quattordicesimo piano gli uffici del presidente e del vice, tra bei quadri e opere del Seicento “d’oro” zeneise e terrazze con viste mozzafiato, che in meno di cinque anni hanno visto succedersi ondate successive di presidenti, vicepresidenti e amministratori delegati.

Poi sotto c’è la appena restaurata nobile dimora della Fondazione Carige, che quattro anni fa era l’azionista di maggioranza della banca con il 46 per cento e che ora ha solo gli spiccioli dell’azionariato e una funzione di dispensatrice di finanziamenti culturali di solidarietà e beneficenza ridotta a poche minuscole operazioni. Sotto ancora si scende verso la sacra Abbazia di San Matteo nella piazza da incanto, dove abitavano, nei secolo d’oro i Doria e poi si ramifica il dedalo che porta verso la Loggia della Mercanzia, il cuore degli antichi scagni, nella piazza dei Banchi. Siamo al bordo del porto antico, sorvolati dalla Sopraelevata, in faccia all’Acquario, con le file dei turisti.

Che passato di gloria e che presente difficile, se questa catena di palanche, di forzieri custoditi nei caveau del grattacielo e di cassette ricolme di titoli e di valori preziosi, si è così deprezzato! Oggi i manager che entrano in quel grattacielo all’inizio dello sprofondo genovese e vanno a curare i mali della banca, elaborando nuove strategie nello sconquasso della Finanza Mondiale, sotto gli attacchi della Borsa e i diktat prima di Banca d’Italia e ora della Bce di Francoforte, in una scia nera che parte dal crack di Monte dei Paschi e trascina Carige nel gorgo, hanno passi frettolosi e addosso gli sguardi sospettosi dei dipendenti, che hanno letto del nuovo piano industriale, appena consegnato a Francoforte, dal nuovo presidente Gianni Tesauro e dall’ad Guido Bastianini, da pochi mesi in carica, dopo che Vittorio Malacalza, azionista di maggioranza, il tycoon genovese-piacentino che due anni fa si è tuffato nella tempesta Carige, ha dato il colpo di timone alla rotta.

Ma qui altro che commedia alla Govi, come dal titolo dei “Colpi di timone”, la rotta è in mezzo al mare forza nove della rivoluzione bancaria globale, quella che si auto-rigenera come i temporali delle ultime alluvioni di bombe d’acqua, che hanno mitragliato Genova, causato grandi processi a sindaci, asri, capi della Protezione Civile. Le bombe d’acqua, le speculazioni bancarie selvagge, i fulmini dal cielo e quelli della grandi lobby finanziarie internazionali: la stessa matrice.

In quel piano industriale, spedito con la ceralacca genovese a Francoforte, dopo un rinvio di un mese per studiare meglio le carte, la secca decisione di dire no al fondo Apollo che voleva comprarsi i crediti deteriorati di Carige, circa 8,9 miliardi di “sofferenze”, in cambio di un maxi aumento di capitale (il terzo in tre anni), che avrebbe messo la banca in mano ai finanzieri americani, estraendola da quelle dei zeneisi, c’è il ritorno in utile entro il 2018, ma ci sono anche i tagli di 117 filiali, una su sei, il taglio di 1100 dipendenti su seimila, l’assunzione di 270 giovani. E’ un piano che non ha sconvolto i sindacati: sanno che ogni anno alla Carige vanno in pensione 150-200 dipendenti, sanno che sforbiciate sostanziali all’organico sono già state date nelle prime rivoluzioni e quelle 270 assunzioni dimostrerebbero che si scommette sul futuro, una volta che la barca venga riportata a galleggiare e i suoi approdi siano un po’ più circoscritti.

Altro che l’espansione nazionale, con l’invenzione datata 2009 di Carige Italia, la società messa in piedi dallo stravecchio managment per conquistare il mercato ovunque in Italia, una maxi sede perfino a Palermo, settecento sportelli in Italia, contro i settanta delle umili ma solide origini genovesi e liguri.

Ma perché la speculazione si accanisce su questa banca genovese nei mesi, nei giorni dell’attacco frontale a Mps e agli altri istituti italiani sotto scacco, perché Carige, in fondo oggi una banca locale-territoriale, dove la linea di difesa, l’azionariato si è consolidato intorno a un gruppo capeggiato dalla famiglia Malacalaza e da altri genovesi e liguri di radici e ambizioni molto specifiche come Aldo Spinelli, il grande autotrasportatore, terminalista in porto, presidente del Livorno calcio, il personaggio di mille battaglie portuali, come Gabriele Volpi, un altro tycoon che fece fortuna in Nigeria, tra petrolio e autotrasporti, e aveva (non si sa se ha ancora) in testa uno sbarco importante a Genova in Liguria, tra grandi operazioni turistico residenziali urbanistiche a Sori e Recco e Santa Margherita, dove voleva rifare il waterfront, sulla Riviera di Levante, scommesse sportive ( è il padrone dalla Pro Recco, sta vendendo lo Spezia calcio e la sua ombra si è a lungo proiettata sulla Sampdoria, durante il passaggio tra i Garrone vecchi proprietari e Ferrero, er Viperetta dell’attuale presidenza)?

Perché il rigore della Bce, che spingeva verso il nuovo aumento di capitale, che consegnasse la banca nelle mani di un azionariato straniero, potente, pronto probabilmente a fare polpette della leadership locale? Perché quel nuovo piano industriale, con la promessa dell’ad Bastianini di cedere prima 900 milioni di crediti deteriorati entro il 2017 e poi altri 900 nell’anno seguente e la radicale visitazione della struttura della banca, non frena la speculazione?

Forse il “no” all’aumento di capitale ha irritato le autorità Bce e scatenato gli speculatori. Certamente questo “no” ha compattato anche piccoli e grandi azionisti. Francesco Salvietti, presidente dei piccoli azionisti, ha dichiarato nei giorni scorsi che Carige non ha bisogno di interventi sul capitale, sopratutto dopo la presentazione del piano industriale: la banca oggi rispetta i canoni di solidità imposti dalla Bce, se la Bce continua a chiedere aumenti di capitale smentisce sé stessa…”

Mentre il calvario continua giorno per giorno, nello scenario più complessivo dello scacco matto alle banche italiane, a Genova vanno in scena le udienze del processo all’ex-ex presidente-amministratore delegato, Giovanni Alberto Berneschi, il “doge” disarcionato quattro estati fa dallo scandalo che ha innescato questo lungo crollo della banca-mamma dei liguri. L’uomo che da semplice impiegato diventò il capo di un istituto bancario che per patrimonializzazione era il sesto d’Italia e che governava non solo i destini della banca, ma quelli della città, fu scalzato da un rapporto terrificante della Banca d’Italia che denunciava una marea di crediti deteriorati e rapporti sospetti con le società Assicuratici del Gruppo, e divenne in breve da leader universale una specie di diavolo, mentre intorno a lui tutto crollava come un castello di carte. Era un Doge, divenne “il Diavolo”. Lo sostituirono con un principe di vero sangue blù, Cesare Castelbarco Albani, gran cerimoniere della città, uomo-ponte in molte relazioni economico finanziarie tra Genova e Milano e con l’amministratore delegato Pierangelo Montani, uomo di banche. Intanto avveniva l’ingresso nell’azionariato, con l’acquisto iniziale del 17,5 per 250 milioni di euro, in posizione prevalente della famiglia Malacalza, origini piacentine, grandi affari nel commercio siderurgico, poi negli impianti della produzione d’ acciaio, nella laminazione, poi nel grande affare della super-conduttività, fino all’assalto finanziario alla cassaforte della Pirelli in una galassia di società e gruppi, da Duferco a Trametal-Spartan (poi vendute a Metinvest), a Asg di Ansaldo a Tectubi e Omba , dalle infrastrutture autostradali fino alle industrie del futuro, passando per la finanza, fino alla diversificazione societaria del padre Vittorio con i figli Mattia e Davide, che si occupano di Luleo Sa e di Hofima.

E partiva un’altra fase, dopo la prima, quella che aveva cercato di mettere ordine dopo il ciclone di Berneschi e dei suoi affari proibiti, scoperti e messi sotto processo in una turbolenza alla quale Genova assisteva attonita, come nelle poesia di Manzoni su Napoleone.

La storia non finisce mai, mentre la banca è passata dal Doge-Diavolo, al Principe e al tecnocrate per finire ai Malacalza, che hanno ri-sconvolto i vertici, sostituendo con un blitz della primavera scorsa il Principe Castelbarco con Gianni Tesauro ex presidente della Corte Costituzionale e Montani con Guido Bastianini.

Tutto cambia in testa alla banca, nulla frena la caduta del titolo, per ora. E’ dura risalire dalla “pancia” di Genova, quei vecchi moli davanti agli scagni, al vecchio porto franco, al porto emporio del tempo che fu, fino al quattordicesimo piano del grattacielo Carige. Ieri si saliva a chiedere. Presidenti, sindaci, onorevoli potenti, imprenditori, ma anche semplici cittadini, bussavano per investimenti, finanziamenti, attraversavano il parquet coperto di morbidi tappeti e sbirciavano i grandi ritratti alle pareti, fiduciosi della parola, del consiglio dispensati da lassù. Oggi i pensionati si fermano dabbasso, nel parterre, sbirciano il tabellone che segue l’andamento della borsa. Cercano il titolo Carige, stringono ancora di più gli occhi e non commentano neppure più.