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Banca Etruria: bancarotta, sarà processo. E Boschi, Berni, Rosi…

Giuseppe Turani su Banca Etruria: "Dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati Lorenzo Rosi, Alfredo Berni e Pierluigi Boschi (padre del ministro Maria Elena Boschi)"

MILANO – Banca Etruria, bancarotta: scatta il processo e forse a pagare il fallimento di una banca non saranno solo i suoi correntisti. Giuseppe Turani su Uomini & Business, nel commento dal titolo “Bancarotta fraudolenta”, scrive che “secondo le prime indiscrezioni dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati, l’allora Presidente, Lorenzo Rosi, e i due vicepresidenti, Alfredo Berni e Pierluigi Boschi (padre del ministro Maria Elena Boschi)”:

Allora esiste veramente un giudice a Berlino, anche in Italia. I vertici della banca Etruria (protetti secondo alcuni da massoneria e governo) finiranno sotto processo e non si può nemmeno escludere che scattino provvedimenti di custodia cautelare: si potrebbe vedere, cioè, qualcuno in prigione.

Il meccanismo che sta portando la Banca Etruria (e probabilmente le altre fallite insieme a lei) è uno dei più solidi e implacabili del sistema giudiziario italiano. La banca è stata dichiarata insolvente e è stato nominato il commissario liquidatore. Il commissario liquidatore, in questi casi, è come la spada dell’arcangelo Gabriele: guarda i conti, tira le somme, controlla le ricevute e poi consegna il suo rapporto al tribunale su quello che ha visto.

I giudici, accertato lo stato di insolvenza e anche molti pasticci, hanno passato la questione alla procura di Arezzo (guidata da Roberto Rossi) perché proceda per bancarotta fraudolenta.

La bancarotta, a sua volta, non è un procedimento al quale sia facile sfuggire: si va per tabula, per documenti. In genere, quando c’è bancarotta, essa è fraudolenta perché un po’ tutti, prima di accettare il fatto che sono falliti mettono in atto qualche diavoleria illegale per mascherare il loro insuccesso.

Secondo le prime indiscrezioni dovrebbero essere iscritti nel registro degli indagati, l’allora Presidente, Lorenzo Rosi, e i due vicepresidenti, Alfredo Berni e Pierluigi Boschi (padre del ministro Maria Elena Boschi).

Se si arriverà a questo, e ci si arriverà, peggio ancora se dovessero scattare provvedimenti cautelativi, le polemiche si trasformeranno in un autentico uragano. E qui non rimane che aspettare, sottolineando subito, e ancora una volta, che le grandi protezioni (se esistono) qui sono state inefficaci.

C’è anche un’altra questione molto delicata e sottile. Ammesso gli indagati siano davvero il presidente e i due vicepresidenti, bisognerà stabilire i limiti di competenza dei tre. In sostanza, quali poteri avevano sulle operazioni della banca? Era circolata la voce (non so se confermata) che i due vicepresidenti non avessero alcuna delega. Non contavano niente, cioè. Se è così, in teoria, non dovrebbe esistere nemmeno un foglio di carta firmato da loro. Però qualunque avvocato troverebbe difficile sostenere che non sapevano niente, che passavano di lì per caso. Ci sarà pur stata qualche riunione e potevano ben fare qualche domanda. Se non l’hanno fatta, male, molto male.

Tutte cose da vedere. Per adesso, si deve constatare che a pochi mesi di distanza dal crack gli eventuali responsabili sono stati chiamati a rispondere davanti alla giustizia per quello che hanno fatto o non hanno fatto.

Magra consolazione per quelli che hanno perso soldi con la Banca Etruria. Ma una certezza: se i responsabili (chiunque essi siano) avranno una condanna esemplare, questo dovrebbe ridurre per il futuro altri casi del genere.