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Beppe Grillo dice: “O Roma o morte”, Turani spiega perché

ROMA – Virginia Raggi sindaco di Roma? Per il Movimento 5 stelle potrebbe essere una svolta decisiva, il primo scalino per Palazzo Chigi o l’inizio di una discesa inarrestabile, come quella che portò alla estinzione l’Uomo Qualunque. Giuseppe Turani sintetizza nella frase garibaldina “o Roma o morte, se non si vince a Roma, la mattina dopo si va tutti a casa” la situazione del M5s in questo articolo pubblicato anche da Uomini & Business.

“Nessuno potrà mai averne la conferma esplicita, ma sembra che il comico genovese a tavola con amici abbia fatto due affermazioni di un certo peso:

1- Volevo aprire una scuola politica per i miei eletti. Ma ho rinunciato, troppo bestie, non servirebbe a niente.

2- Se non vinciamo a Roma, la mattina dopo si sbaracca tutto e si va a casa.

Le due affermazioni sembrano peraltro abbastanza credibili. Il comico non è un genio, ma che non sia circondato dal top della cultura e della politica dovrebbe averlo capito anche lui. Come si fa a credere che esistono le sirene? E come si fa a sostenere con una certa convinzione l’opportunità del matrimonio fra specie diverse?

Il futuro presidente del Consiglio grillino (secondo lui medesimo), Luigi Di Maio, inventa i congiuntivi, spara bugie grandi come case. E questo sarebbe il numero 1, figurarsi la truppa. Forse il comico genovese non ha mai detto che i suoi “meravigliosi ragazzi” sono in realtà delle bestie. Ma ogni tanto deve pensarlo, visto quello che combinano. In ogni caso la scuola politica dei pentastellati non si è vista e non si vedrà mai. Anche perché bisognerebbe partire dalla quinta elementare e dai congiuntivi, e questo sarebbe davvero imbarazzante.

Il secondo punto (se non vinciamo a Roma, si sbaracca tutto) suona abbastanza sensato e dà la misura dello stato del movimento. Già in pubblico il comico ha detto che se non si vince a Roma, cioè se la Raggi non diventa sindaco, lui si appicca il fuoco. Insomma, sulla centralità, in questo momento, della vittoria romana insiste molto.

Ma perché? La risposta non è complicata. Dopo la scomparsa di Gianroberto Casaleggio (e il relativo disimpegno dello stesso comico), il movimento naviga in acque non tranquille. Meglio: diciamo che è allo sbando. Di Maio si è autonominato candidato alla presidenza del Consiglio. In compenso nessuno si è candidato al ruolo di leader: non comanda, e non coordina, nessuno.

E cominciano a affiorare le prime correnti, le prime battaglie per avere un ruolo importante, le prime grane nelle varie amministrazioni. E’ facile prevedere che, quando si arriverà sotto elezioni politiche generali, la guerra interna diventerà abbastanza feroce. In gran parte si tratta di incapaci a tutto e un posto da deputato può risolvere la vita. Quindi il Movimento rischia di frantumarsi ancora di più.

Ma, cosa ancora più grave, da troppi anni ormai il Movimento recita la stessa commedia senza avere nulla combinato. Non solo: ha sempre annunciato vittorie che poi non sono mai arrivate (dalle europee in avanti). E quindi c’è il rischio di spegnersi intorno alla propria ripetitività e alla propria accertata inutilità.

I Vaffa, insomma, sono serviti per mettere insieme più di un quarto dell’elettorato italiano. Purtroppo, il Movimento più in là dei Vaffa non è mai riuscito a andare. Forse Casaleggio avrebbe inventato qualcosa. Non questi che sono rimasti.

Allora ecco che la conquista di Roma diventa strategica. Può ridare fiato alle truppe un po’ demoralizzate e, soprattutto, può fornire un nuovo palcoscenico da cui lanciare altri messaggi (non so: autobus gratis, reddito comunale di cittadinanza, caterva di denunce per scontrini mancanti e altro).

Insomma, oggi Roma è la cosa che può rilanciare l’interesse del Movimento e per il Movimento. Tutto si gioca lì. Se però dovesse venire a mancare anche questa vittoria, annunciata da mesi, allora non resta davvero che raccogliere i propri stracci e andare a casa”.


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