Opinioni

Bersani, D’Alema & C.: il socialismo soffoca l’Italia? Evviva il socialismo

Bersani, D'Alema & C.: il socialismo soffoca l'Italia? Evviva il socialismo

Bersani, D’Alema & C.: il socialismo soffoca l’Italia? Evviva il socialismo. Analisi di Giuseppe Turani (nella foto)

Un quadro desolante per la povera Italia è quello tracciato da Giuseppe Turani in due articoli, “Dai Matteo, sta’ buono, siamo anziani. L’Italia liberista è faticosa, facciamo un semi-socialismo”, e “La Retromarcia. L’Italia torna indietro. Ma il nuovo è appena dietro l’angolo”, pubblicati anche su Uomini & Business.

Nella guerra interna del Pd contano certamente le beghe personali e il desiderio della minoranza dem (di fatto coincidente con una parte dei provenienti dal vecchio Pci, insomma dalla tradizione comunista) di riprendersi quello che considerano cosa loro e che è finito nelle mani di un ex boy scout.

Ma c’è molto di più. La posta in gioco è semplicemente la liquidazione della tradizione comunista in Italia. Se infatti si leggono bene le dichiarazioni degli esponenti del giro Bersani & C., si vede che non vogliono nemmeno tornare a quella che una volta era la “terza via” blairiana, quel modello è considerato morto e sepolto. L’unica strada che si vede per il recupero di consensi popolari è la riscoperta di quello che c’era ancora prima. Dialogo costante con i sindacati (cioè con la Cgil di Susanna Camusso), welfare allargato, lo Stato come espropriatore e distributore di redditi, e così via. Con anche la novità, magari, di un po’ di reddito di cittadinanza.

Insomma, bisogna andare incontro al popolo.

Questa linea, apparentemente assurda nel 2017, ha invece dentro una sua astuzia politica. In effetti non è molto lontana dalle cose sostenute dai 5 stelle. Il ritorno a uno Stato “buono” e molto caritatevole è in sostanza un ponte lanciato verso Beppe Grillo, il soggetto con cui la minoranza dem pensa che sia inevitabile fare un’alleanza, visto che quella “a destra” viene tassativamente esclusa.

In sostanza, lo schema è abbastanza semplice: si torna a quello che si è fatto negli ultimi  vent’anni: e ci si appoggia al nuovo soggetto “popolare” rappresentato dai 5 stelle. I meno scafati della minoranza dem (leggi Michele Emiliano) hanno addirittura già varato una sorta di reddito di cittadinanza, chiamato “reddito di dignità”. Poiché i soldi non ci sono, riguarda solo pochissime persone e sembra che non un euro sia stato finora distribuito. Ma quello che conta è l’idea.

L’idea di fare dell’Italia un paese basato sui meriti, sulla competizione e sulla concorrenza viene qui spedita in soffitta. Quindi va tutto bene quello che c’è. Basta tagliare un po’ i compensi della casta, magari una patrimoniale (che la Cgil si ostina a chiedere), un po’ di assunzioni nel pubblico, e il gioco è fatto. Il paese torna a essere felice. Nessuno deve più sbattersi per mettere insieme il pranzo con la cena e si può guardare con serenità al futuro.

Insomma, tutto quello che si è già visto, con la sola novità di applaudire magari un Di Battista agli esteri o un Di Maio all’industria. Orrore, diranno i  benpensanti. Ma la minoranza dem è fatta di gente che ha governato con i vecchi Dc (quelli che la storia ha poi spazzato via) e sono abbastanza cinici da pensare di “costituzionalizzare” anche i grillini. Di Battista è un ignorante, ma imparerà. Se De Mita ha fatto il ministro dell’industria, chiunque altro può riuscirci.

Questo schema ha un solo difetto, oltre a quello di essere già stato sperimentato. E’ lo schema che ha ridotto l’Italia nelle condizioni in cui si trova: l’unico paese dell’Unione che non riesce a crescere, soffocato da quella specie di “socialismo di fatto” che domina su tutto.

Il ragionamento di Bersani & C. è, in un certo senso, conseguente: il grillismo, il populismo nascono come reazione allo sviluppo incontrollato della globalizzazione: contro di essa possiamo fare poco, possiamo solo realizzare qui in Italia una sorta di “isola felice”, un po’ estranea alla competizione mondiale.

Tutto fila, tranne il fatto che così siamo diventarti gli ultimi in Europa, con un debito che non si riesce a controllare (non per colpa di Renzi o Padoan, ma delle strutture statali).

E l’Italia moderna, competitiva, che si misura sulla scena internazionale e che aspira a crescere più in fretta?

Quelle, secondo la minoranza dem, erano e sono fantasie di Renzi e di alcuni fanatici sedotti dalla sua affabulazione. Insomma, siamo alla riscoperta e riproposta del comunismo vecchia maniera, quello che magari ti dà poco, ma che non ti chiede quasi niente in cambio. Se il lavoro ti pesa, fai un po’ di più l’assenteista: il sindacato proteggerà i tuoi diritti. Sei un po’ uno zuccone? Non importa, una laurea lo Stato te la dà comunque, tanto poi vai a lavorare per lo stesso Stato e non è indispensabile che tu sappia fare qualcosa. Insomma, l’Italia che si arrangia.

Ma in tutta questa storia Renzi non ha delle colpe? Sì, ne ha. Una soprattutto. La sua Italia liberista è rimasta, più che altro una declamazione, un annuncio. Al punto che molti critici dubitano persino che sappia come deve essere un paese liberista e competitivo.

Critiche giuste? Se si guarda agli anni in cui è rimasto a palazzo Chigi, bisogna rispondere di sì. Non si sono viste grandi operazioni di rottura (tranne l’articolo 18), il paese non è stato trascinato urlante nel mercato. La spiegazione, probabilmente, sta nel fatto che Renzi sapeva di non avere una grande maggioranza e di avere invece ancora molti nemici. Tutto era stato rinviato a quando, con la vittoria nel referendum, avrebbe avuto una forte legittimazione popolare e un potere non discutibile.

Ma tutto è andato esattamente nel senso contrario. E adesso risalire verso il disegno originario non sarà facile. Questo è un paese in cui tutti chiacchierano di modernità, ma poi alla fine sperano in un posto fisso, meglio se pubblico, meglio se privo di accertamenti di rendimento. I 5 stelle hanno successo perché hanno spinto questo ragionamento fino al suo punto più estremo: che il lavoro ci sia o non ci sia, che dobbiate alzarvi alla mattina o no, non importa, lo stipendio lo Stato ve lo darà ugualmente. Tutti sarete felici.

Chiunque capisce che è esattamente il mondo che sta nella testa della minoranza dem. Fra loro e questo universo di pace e di benessere (a spese di una crescente marginalizzazione del paese) c’è solo Renzi e quello che rappresenta, insieme a quei fanatici dei suoi seguaci. Questo spiega l’odio quasi fisico che circola nei suoi confronti.

La cosa buffa è che poi non si sa nemmeno quanto sia liberista l’Italia che Renzi ha in testa (non esiste un suo manifesto liberista). Ma basta il sospetto che voglia cambiare per fare incazzare gli ex comunisti: perché rompere le scatole al Paese? Non possiamo andare avanti come abbiamo fatto fino a ieri? Se accettiamo di diventare un po’più poveri e sobri, forse possiamo andare avanti altri vent’anni così.

E fra vent’anni chissà che cosa sarà successo nel mondo. E noi saremo tutti in pensione. Dai, Matteo, sta buono.

Ancora non è chiaro chi se ne andrà davvero. D’Alema e i suoi amici è sicuro (e si vedrà perché). Su Rossi e Emiliano ci sono molti dubbi. In fondo Rossi (che ragiona come negli anni ’50) vuole solo un posto in Senato o al Parlamento europeo. E Emiliano, al di là del suo gran piglio populista e demagogico, vuole solo un ruolo nazionale in vista di future scalate. Si rende conto di essere solo un discusso uomo politico del Sud, quasi ignoto al di fuori della Puglia, e approfitta di questa confusione per farsi notare.

Il dopo scissione, che arriverà, che cosa ci porterà? Fondamentalmente un realtà in parte nuova. D’Alema, finalmente, riavrà un partito (o partitino) tutto suo, dove potrà tessere tutte le trame che vorrà. Ma, soprattutto, lui e i suoi amici potranno contare su più seggi parlamentari di quelli che Renzi avrebbe concesso loro sotto le insegne del Pd.

Renzi, dopo una lunga marcia dentro il Pd, avrà anche lui un partito tutto suo. Certo, con molti concorrenti interni (Franceschini, Orfini, e chissà chi altri). Ma la star, il valore aggiunto del nuovo Pd, sarà lui. E quindi non avrà più scuse. In questi giorni si è soliti dire che in Francia Macron è una storia ispirata all’esperienza di Matteo Renzi (rottamazione del vecchio), ma si dice anche che adesso Renzi deve avere il coraggio di essere anche lui di nuovo un Macron.

Insomma, molti suoi fan (forse tutti) vogliono che Renzi faccia Renzi. E cioè che spinga sull’acceleratore delle riforme e  che continui nell’opera di demolizione di quanto ancora esiste nel Pd della tradizione comunista. Insistono, in poche parole, perché faccia del Pd (liberato da quelli che ancora cantano bandiera rossa, e che poi magari vanno a cene riservate con Berlusconi, tipo Emiliano) un partito moderno, europeo, a favore della concorrenza e del mercato, nemico giurato del populismo.

Non sarà un’impresa facile. Con il ritorno al sistema elettorale proporzionale, la politica italiana ha innestato la retromarcia: spingerla in avanti non sarà tanto semplice.

Anche perché è altamente improbabile che nelle prossime elezioni Renzi e il Pd abbiano una maggioranza autosufficiente. Bene che vada dovranno accettare di fare un governo di coalizione con Berlusconi. E il Cavaliere, raccontano le cronache, è molto risentito con Renzi. Se serviranno i suoi voti per fare un governo (e sembra che sarà così), la prima pregiudiziale è che Renzi non faccia il presidente del Consiglio.

Questo allo stato dei fatti. Poi il Cavaliere (che discretamente sta sostenendo Gentiloni) è uno capace di cambiare idea nel giro di dieci minuti.

Ma allora la battaglia di Renzi, il Macron italiano, la speranza liberal-democratica, è finita comunque?

No. Dalla sua parte ha una forza contro la quale nemmeno D’Alema e i suoi cantanti di vecchi motivi rivoluzionari possono fare niente: le risorse sono finite. Tutto quello che poteva essere consumato è stato consumato.

Dieci anni fa D’Aldema e Berlusconi avrebbero potuto giocare a fare finte riforme. Oggi un gioco simile si brucia in meno di un mese. O si cambia o si va davvero indietro. E andare indietro significa più poveri, meno welfare, più disoccupati, più disordine sociale, più populisti. Il tempo dei giochi di prestigio e delle ideologie “popolari” è finito.

E qui c’è appunto la nuova sfida di Renzi. Non più 80 euro distribuiti al popolo per trovare consensi, ma riforme, riforme e ancora riforme. Roba che farà male a un sacco di gente, ma indispensabile.

 

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