Brambilla, turismo e crisi/ Abbiamo reso l’Italia brutta e inospitale, una letterina non basta

di Marco Benedetto

ecomostri_palafitta_falerna_webGuardo la costa ligure dal mare e non posso che dare ragione, sconsolato, ai giapponesi che non vogliono più venire in Italia.

L’Italia nel suo insieme e tolte le rare eccezioni che tutti conosciamo e di cui ci facciamo grandi, è brutta. Un’affermazione come questa farà infuriare quei pochi che leggeranno questa nota e per i quali l’Italia è bella, piena di meraviglie che tutti ci invidiano, gli italiani sono brava gente, come si mangia da noi non si mangia da nessuna parte, e poi a noi ci vogliono tutti bene perché siamo simpatici, abbiamo inventato la pasta e raccontiamo le barzellette.

A parte la storia degli spaghetti, inventati da cinesi e da noi importati più o meno all’epoca di Marco Polo, non c’è dubbio che l’Italia sia piena di meraviglie uniche al mondo. Il più sperduto paesino della Gallura ha arte come un museo inglese (esagerazione non tanto lontana dal vero). Viviamo in mezzo ai tesori d’arte e d’archeologia, ci sono paesaggi anche da noi che sono bellissimi.

Se vogliamo però essere onesti, dobbiamo cominciare col riconoscere che la natura non è stata generosa solo con noi e che ci sono paesaggi, in giro per il mondo, belli quanto, se non più belli dei nostri.

Continuando su questa strada dobbiamo poi ammettere che altri paesi sono stati più bravi di noi nella difesa e conservazione di quei paesaggi e questo costituisce un primo punto negativo per l’Italia, perché in molti casi l’Italia era bella, ma ora non lo è più.

Lo stesso vale per le nostre città, dei cui centri storici siamo tutti orgogliosi e che negli ultimi vent’anni sono stati oggetto di azioni di recupero che ne hanno fatto dei gioielli. Un centro storico come quello di Genova, che ricordo nel dopoguerra come un accumulo di macerie, di sporcizia, di miseria morale e fisica, è stato riportato all’onore del mondo e oggi vi respira solo storia e non più miasmi.

Ma fuori dei centri storici, cosa siamo stati capaci di fare? Diciamocelo: un vero schifo. Come se ci fossero, dal punto di vista architettonico e urbanistico, due Italie, una che arriva agli anni Cinquanta, e una che viene dopo, quella più estesa data la diffusione del benessere che ne ha determinato la crescita.

Così è dappertutto. Sarebbe facile e anche liberatorio dire che è il solito sud; invece il caos urbanistico e architettonico è uno dei pochi elementi di unità nazionale, viaggia in parallelo con la lingua e infatti, per qualche misteriosa ragione, include anche la Svizzera italiana.

Tempo fa sono arrivato a Parma in aereo e sono rimasto strabiliato: intorno alla bomboniera del centro, una spianata di case orrende. Non menziono le periferie di Roma, Milano, Torino perché sarebbe come picchiare uno legato, ma chiunque può guardare dal mare un qualsiasi tratto di costa e gridare all’ecomostro.

A meritare quel nome non sono solo quelle poche costruzioni innalzate dove non dovevano o dove non le si voleva. Personalmente in materia sono meno rigido di tanti e penso che le costruzioni, cioè l’apporto umano, possono migliorare un paesaggio. Cosa sarebbero Portofino o Positano senza quelle case e casette che le rendono uniche e inconfondibili? Due ripide coste un po’ spelacchiate dove al massimo ci vai per farti un bagno se hai una barca. Forse solo per Capri vale il contrario, perché la natura è superba mentre le costruzioni, vecchie e nuove sono molto al di sotto.

A meritare il titolo di ecomostro sono chilometri di costa, su cui si è costruito a partire dalla fine della guerra senza una regola, senza un criterio. Parliamo di colate di cemento a Montecarlo o Miami, ma vorremmo avere qualcosa di simile.

Non voglio infierire sul litorale laziale, perché sarebbe un atto ingeneroso, anche se chi ha lasciato distruggere una vegetazione bellissima e costruire sugli arenili in un modo insensato, giustificabile solo nella convulsione del sud di Beirut, meriterebbe la damnatio memoriae.

Vorrei parlare di Sestri Levante, gioiello di architettura dal Medioevo al Novecento nel suo centro storico, impossibile da guardare nelle sue estensioni: tutto è casuale, non ci sono parametri di stile, nemmeno di altezza, si è solo mirato a riempire al massimo lo spazio disponibile.

Vorrei parlare di Lerici, altra località incantevole, se ci si concentra su quelle vecchie case del centro. Squallida come una brutta periferia nelle sue propaggini, miscuglio di case popolari (ma perché al popolo gli danno sempre le cose brutte?) e residenziali al risparmio.

Anche località come Santa Margherita Ligure, che nei decenni hanno difeso a oltranza la bellezza del litorale, nelle strade interne sono diverse da Milano solo per il clima. Accanto c’è Rapallo, che nonostante un delizioso centro storico è assurto a paradigma della devastazione degli anni ’50. Dall’altro lato c’è Portofino, che è rimasta com’era cent’anni fa e oggi è una attrazione mondiale .

Entrambi sono esempi malsani, perché vogliono dire solo una cosa: che riusciamo bene solo a bloccare tutto e non siamo invece capaci di fare una cosa nuova bella e inserita con armonia nel paesaggio.

Dalla fine della guerra gli italiani non sono stati più capaci di fare crescere le loro città o i loro paesi se non con lo scempio, come se un demone si fosse impadronito di loro, cioè di noi.

Il demone in effetti c’è, si chiama autonomia locale. Rapallo è stata ridotta così per una serie di atti deliberati della giunta comunale; Portofino è stato preservato così grazie a una legge dello Stato che finora ha tenuto abbastanza bene, nei decenni.

Le autorità locali non sanno reggere alle pressioni degli interessi prossimi, perché le pressioni vengono da elettori che se scontentati ti puniscono immediatamente col voto. Lo Stato è un’entità remota, e nelle elezioni politiche giocano tanti altri fattori oltre il risentimento per una licenza edilizia negata.

Il bisogno di tenere il consenso spiega perché anche ex regioni rosse una volta paradigma di buona amministrazione non sfuggano al dualismo tra passato remoto bellissimo e passato recente da vergogna.

E, con buona pace dei sardi e del loro animo mal disposto verso l’oltremare, non sono i complessi costruiti dagli stranieri in Costa Smeralda l’obbrobrio, ma le case e casette sorte alla rinfusa lungo le loro coste a opera loro e per il loro vantaggio.

L’incapacità delle amministrazioni locali di dire dei no si è inserita nel vuoto di norme  rigorose su temi rilevanti come le distanze tra le case, i parcheggi, l’omogeneità stilistica delle case costruite su un certo tratto o area. Una volta questa era garantita dal fatto che pochissimi erano gli architetti e pochi i muratori, mentre l’alto costo dei trasporti limitava l’uso dei materiali a quelli locali. Questo spiega perché vi siano grandi aree in tutta Europa che presentano un “family feeling” abbastanza omogeneo.

Nulla è stato pensato per supplire alla decomposizione stilistica figlia della scolarizzazione di massa e della conseguente moltiplicazione degli architetti e dei geometri, del benessere diffuso, del diminuito costo dei trasporti dei materiali. Ci sono  Comuni che non sono stati capaci neppure di imporre lo stesso colore alle tende parsole su una fila di case contigue.

Tutto è stato fatto per garantire il massimo guadagno al proprietario del terreno e al costruttore; gli altri, be’, sono…problemi loro. Nessuno ha pensato a distanze tra le case che non fossero quelle stabilite da un codice civile pensato per un’Italia autarchica, quando nemmeno si poteva pensare allo sviluppo del dopoguerra. Meno che mai si potevano prevedere i parcheggi, nel ’40, quando le auto erano una rarità eccezionale.

Il risultato oggi lo si legge sui giornali locali che misurano il bilancio di tanta dissennatezza a confronto con la crisi: la gente non viene perché mancano i parcheggi, gli alberghi sono vuoti anche perché ci sono le case. Paesi che d’inverno ospitano poche migliaia di abitanti esplodono per accogliere anche 50 mila persone e tutti i servizi saltano.  Non è una storia nuova, se ne sente parlare da almeno quarant’anni.

Nel frattempo, però, i viaggi aerei sono scesi al valore di un pieno di carburante, l’offerta mondiale si è dilatata, la concorrenza è davvero globale ma altri paesi possono fare prezzi più bassi dei nostri per il costo del lavoro incomparabilmente più basso: quello che vale per la produzione di magliette e scarpe vale anche per il turismo.

Serve a poco una lettera di un ministro del Turismo, nel caso la signora Brambilla, per far cambiare idea a chi i conti se li sa fare, a Kyoto come a Treviso. Ci vogliono interventi di sostegno su tutti i fronti. Si cominci per i turisti europei, con la costruzione di parcheggi: in Francia, anche nei posti più “storici” i parcheggi sotterranei sembrano funghi; a Santa Margherita Ligure non sono stati capaci in trent’anni di mettersi d’accordo e alla fine, sull’area dove si poteva fare il parcheggio hanno piantato un bel monumento a Colombo. Intanto, lì come in tutte le località turistiche italiane, i vigili urbani imperversano come zanzare con i loro blocchetti di multe e così ti fanno passare del tutto la voglia di andarci.

Poi si deve pensare ai prezzi. Come lo Stato aiuta le aziende produttrici di beni materiali con aiuti di vario tipo, compreso il lavoro, lo stesso va pensato per il turismo, intervenendo sul costo del lavoro con adeguati contributi.

Altro che letterine.

30 luglio 2009 | 20:45   Letto 874 volte   


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