Blitz quotidiano
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Carlo Alberto Dalla Chiesa, ultima intervista con Turani. Fu ucciso dalla Mafia a Palermo il 3 settembre 1982: lo aveva previsto

Carlo Alberto Dalla Chiesa, ultima intervista con Giuseppe Turani, pochi giorni prima di morire per mano della Mafia a Palermo il 3 settembre 1982. Dalla Chiesa, generale dei carabinieri, l’eroe che sconfisse sul piano militare il terrorismo in Italia, confidò: “La Mafia mi ammazzerà”, come ricorda Turani in questo articolo pubblicato anche da Uomini & Business: l’ultima telefonata con il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa: mafia, terrorismo, sequestri di persona le piaghe da debellare.

L’ultima telefonata di Dalla Chiesa, lui a Palermo in prefettura, io a Milano, risale a una decina di giorni prima che lo ammazzassero. Era furioso e diretto: “Lo Stato mi ha abbandonato. Non mi ha ancora assegnato i poteri che mi aveva promesso. Se la mafia si accorge che sono stato lasciato solo, mi ammazza. E non c’è modo di sfuggire: se mi faccio proteggere da trenta uomini, ci sarà una strage, meglio se vado in giro da solo. L’unica protezione è sapere che alle mie spalle c’è tutto lo Stato. Ma oggi non è così”.

E infatti è stato ucciso, trenta anni fa.

Ho conosciuto il generale alla fine degli anni Settanta, quando è arrivato a Milano per sgominare i sequestri di persona e il terrorismo. Il primo incontro, nel bunker di via Moscova, alle sette di mattina, è stato sorprendente.

“I sequestri di persona li liquido in tre mesi e poi non torneranno più”.

Così sicuro?

“Sì. Quello che mi colpisce non è che sequestrino un ricco. E’ il fatto che poi lo trasportino da Varese all’Aspromonte senza che nessuno li fermi mai, attraversano tutta l’Italia. E’ incredibile”.

Come rimedierà?

“Mando fuori tutti i miei carabinieri, in divisa e armati, anche i dattilografi. Posti di blocco. Controllo documenti e auto. I sequestratori devono capire che non avranno più la strada sgombra fino in Calabria. Sequestrare la gente deve diventare un lavoro rischioso, dove si rischia la galera. La smetteranno quasi subito. Oggi è un lavoro troppo facile come andare al bar e ordinare un caffè”.

Ma lei deve occuparsi anche del terrorismo. E qui la risposta del generale, ricordo bene, diventa quasi sibillina:

“Devo ancora capire se Roma vuole davvero che li fermi o no. Quando mi daranno il via, ci vorranno sei mesi, ma li prendo tutti. Ho gli uomini, i mezzi e l’esperienza. So come si fa. Aspetto solo il disco verde”.

Queste affermazioni di Dalla Chiesa erano singolari allora e lo sono anche oggi. Lui, almeno con me (e ci siamo visti moltissime volte, anche perché ogni tanto c’era qualche mio redattore minacciato direttamente e bisognava organizzare le  azioni per la protezione), non ha mai voluto essere più chiaro. Ma quella frase “Se Roma vuole…”, la ricordo bene.

E oggi credo che ci sia una spiegazione semplice e storicamente corretta. Con quella battuta il generale si riferiva alle incertezze nella lotta al terrorismo da parte della politica perché una parte, evidentemente, pensava che un po’ di estremismo e di terrorismo fossero utili. E quindi briglia corta al generale. Non esiste altra spiegazione.

Per il resto, ha avuto ragione. I sequestri di persona, una volta stabilito un po’ di efficiente controllo del territorio, sono scomparsi e non sono mai più tornati.

E anche il terrorismo, una volta arrivato il famoso disco verde, è stato debellato.

Ma, se il Paese è stato poi ingrato con lui, al punto da lasciare che lo uccidessero, anche Milano (solitamente accogliente e generosa) non si è comportata bene.

Alla sua festa di addio, nel salone ufficiali della caserma dei carabinieri, a rendergli omaggio prima della sua partenza per Palermo, della Milano che contava non c’era nessuno. Nessuno. Solo, e le ricordo perché va a loro merito, Camilla Cederna e Natalia Aspesi. Da Torino erano venuti Cesare Romiti e Luca Cordero di Montezemolo.

Un addio mesto. E, poi, una morte che si poteva evitare.