Blitz quotidiano
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Checco Zalone e Matteo Renzi: un po’ uguali, molto diversi..

Checco Zalone e Matteo Renzi a confronto, in una analisi di Cesare Lanza su personalità e successo dei due personaggi. E anche dei rischi che corrono.

ROMA – Cesare Lanza ha pubblicato questo commento anche sul suo blog.

Checco Zalone come Matteo Renzi? Vi propongo una mia personale interpretazione della personalità – e del conseguente successo – del premier e del dilagante comico.

Entrambi hanno capito che gli italiani, in stragrande maggioranza, sono stufi di chiacchiere, parole, analisi, ideologismi e, soprattutto, di pessimismi e pesantezze; e questo (giustificatissimo) stato d’animo di prevalente insofferenza si traduce in rabbia e rifiuto, verso tutto e tutti.

C’è solo un modo per aggirarlo e conquistare consenso, e Renzi e Zalone lo hanno capito, senza se e senza ma: leggerezza, ottimismo, rifiuto dell’intellighentia di sinistra (“non ci capisco un cazzo”, ha detto Zalone, Renzi non lo dice ma lo pensa), cazzate evasive, in sintesi il sollievo di una tregua rispetto a tutti i problemi che ci affliggono la vita quotidiana.

Se l’analisi è giusta, vi propongo un approfondimento: Renzi è dovunque, forse pagherà la sovraesposizione e l’evidente – anche se ben nascosta – voglia di impossessarsi d’ogni potere, come un asso pigliatutto; Zalone si gestisce meglio, non è invadente, forse rischia ciò che nel nostro Paese puntualmente insidia quelli che hanno “troppo” successo: l’invidia.

Nello stesso post del blog, Cesare Lanza affronta anche il tema della Roma e della Lazio.

Come si diceva una volta, a caratteri cubitali il quotidiano sportivo si fa portavoce, in prima pagina, del malumore dei tifosi giallorossi e biancazzurri, di fronte all’ennesima prova negativa delle due squadre romane. A farne le spese saranno, probabilmente, i due allenatori, Garcia e Pioli. Ma dietro quel “basta!” ci sono errori enormi dei dirigenti. Nella Roma, Garcia è stato sconfessato dai dirigenti – in estate – in una maniera tanto cruda da rendere inevitabili le conseguenze sul campo e nei rapporti con i giocatori. Ancora più pesanti gli errori dei vertici della Lazio, con un beffardo contrappasso, nei riguardi del presidente della Lazio, Lotito, che aveva giudicato inopportuna la presenza in serie A di squadre provinciali come Frosinone e Carpi. Ed è stato proprio il Carpi a immobilizzare la Lazio ieri su uno squallido 0-0, senza che la Lazio riuscisse a tirare in porta una sola volta! Ora, sia per la Roma sia per la Lazio, le decisioni sono difficili: esonerare gli allenatori significa assumersi un peso economico e, probabilmente, trovare soluzioni inadeguate, a metà stagione. Mi piacerebbe introdurre una doppia regola: gli allenatori possono essere contrattualizzati solo per un anno, vietato esonerarli in corso d’opera. Così i dirigenti – che non pagano mai i loro errori – darebbero maggior attenzione alle esigenze del mister e non avrebbero un capro espiatorio a portata di mano, quello che paga per tutti, proprietà, dirigenti e – non ultimi! – gli strapagati calciatori. E infine ha ragione Sarri, allenatore del Napoli: tenere aperto il mercato due volte l’anno, per mesi, è un’induzione perversa a maneggi d’ogni tipo, nonché un grande favore concesso ai club più ricchi e potenti.