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Chiara Appendino-Virginia Raggi 6-0, è più pericolosa, farà di Torino la prima città grillina del pianeta

Chiara Appendino batte Virginia Raggi 6-0, è più capace e quindi più pericolosa della ineffabile sindaco di Roma. Chiara Appendino farà di Torino la prima città grillina del pianeta e nessuno la fermerà, fino a diventare primo ministro e chissà, anche oltre, diventerà la “madonna dei grullini”, come Giuseppe Turani deforma il nomignolo degli adepti di Beppe Grillo e del Movimento 5 stelle, in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business.

 Se ormai il disegno strategico di Virginia Raggi è chiarissimo, quello di Chiara Appendino (sindaco di Torino) è meno evidente, ma probabilmente più letale.

Virginia, Virgy per gli amici, non ha più segreti. La sua linea è di una semplicità disarmante: non fare niente. Non poco, proprio niente. Si sistemano un po’ amici qui e là, si taglia qualche vecchio nastro, ma poi si sta fermi. Se qualcuno protesta, ci sono due risposte standard, buone per qualunque cosa: a) noi ci opponiamo ai poteri forti; b) guardate cosa aveva combinato il Pd prima di noi.

Poi c’è una terza risposta, che emergerà nel momento buono: Roma è  nei guai perché il governo Renzi non ci aiuta e non ci dà i soldi delle Olimpiadi (che, ovviamente, ha rifiutato).

Questa è, in breve, Virginia Raggi: la miglior politica possibile è non fare niente, bloccare i lavori già avviati e quelli da avviare. È una specie di politica dell’assurdo: dimostrare che il niente ha un senso.

Storia molto diversa quella di Chiara Appendino a Torino.

La Appendino è un soggetto molto diverso dalla Raggi. Bocconiana, figlia e moglie di imprenditori, esponente della Torino borghese, si va a infilare in questa masnada dei Cinque stelle perché sa di avere un valore. Quegli altri devono mettersi in tre per leggere una mail, lei lo fa da sola. Poi, bene o male, è laureata alla Bocconi e quindi sa distinguere un bilancio patrimoniale da uno di esercizio, distingue nettamente gli attivi dai passivi, e certamente sa che cosa sono gli ammortamenti.

Ai suoi colleghi del Movimento deve sembrare un’aliena o la Madonna. E lei, che è sveglia e fredda quanto basta (è una torinese bene), sa di essere una risorsa. Una risorsa capitata (volontariamente) dentro una massa-partito di semianalfabeti o di analfabeti di ritorno.

Intuisce, quindi, di avere davanti a sé una prateria sconfinata: prima sindaco, poi deputato, ministro, presidente del Consiglio. La sua arma più potente, oltre alla freddezza e alla competenza, è appunto Torino. Nel senso che deve essere capace (e ci sta lavorando molto) di trasformare la capitale piemontese nel primo esemplare planetario di città grillina, cioè felicemente in decrescita e privata di ogni orpello culturale o festaiolo.

E qui si apre un dibattito culturale di un certo livello. Secondo alcuni, questo progetto ha un padre nobile, l’economista e filosofo francese Serge Latouche, teorico appunto della decrescita felice. Secondo altri, dei quali è da escludere che Grillo abbia mai letto un solo libro, la cosa è più semplice: si tratta solo di tornare a un’Italia anni ’50, o anche prima. Povera, ma bella. Con le famigliole operaie che alla domenica vanno a fare la gita fuori porta in bicicletta e che mangiano i fagioli coltivati sul terrazzino, evitando con cura scatole e scatolette delle multinazionali.

Anche in questo caso, come con Virginia, il disegno è chiarissimo. In pochi mesi sono  stati persi: salone del libro, grandi mostre, festival del jazz: tutta roba dispendiosa e un po’ vacua. Meglio iniziative più popolari. Ad esempio, mostre di quadretti naif dei torinesi: paesaggi, volti di bambini, qualche gatto. Chi se ne frega di Manet.

In questa visione povera un posto d’onore ha naturalmente la cultura vegana. Non ci saranno i vigili urbani che spazzano via bistecche e bolliti dalle tavole delle “Tre Galline” (che raccomando sempre), ma insomma un sistema per scoraggiare i carnivori si troverà, partendo magari dagli asili e dalle scuole elementari.

La cultura grillina è povera, ma la  fantasia è grande.

Insomma, Torino sta peggio di Roma, Appendino è peggio di Raggi. Quest’ultima porterà Roma al fallimento, ma prima o poi arriverà un commissario e la città tornerà a fare qualcosa.

Torino, invece, se non succede una rivolta, è destinata a tornare ai tempi dei Savoia.

E Chiara, a quel punto, sarà davvero la Madonna dei Cinque stelle, farà quello che vuole, distribuirà onorificenze e poltrone, raccoglierà voti, brucerà tutti i candidati grillini verso la massima carica.

Di Maio, a quel punto confinato in un bilocale abusivo ai piedi del Vesuvio, si pentirà di non aver imparato almeno a leggere le mail. Ma ormai sarà tardi, troppo tardi.