Claudia Fusani

Ballottaggio elezioni comunali 25 giugno 2017: numeri, percentuali, sfide. Sintesi ragionata

Ballottaggio 25 giugno: numeri, percentuali, sfide. Tutto quello che c'è da sapere

Ballottaggio 25 giugno: numeri, percentuali, sfide. Tutto quello che c’è da sapere (foto Ansa)

ROMA – Questo articolo è stato pubblicato anche sul blog di Claudia Fusani con il titolo “Ballottaggio, tutti i numeri e le percentuali, le sfide e le strategie nei cento comuni al voto”:

Così “piccolo” e così importante. La memoria politica degli ultimi anni non trova un altro voto locale, al ballottaggio per di più, con tanta posta in gioco come quello di domenica. Sfide che passano da numeri, percentuali e singole città. Ma soprattutto dal peso politico di ciascuno di loro e nel loro insieme.

TUTTI I NUMERI DEL BALLOTTAGGIO – Sono 111 i comuni al voto (erano 1004 al primo turno) di cui 22 capoluogo di provincia, per un totale di 4,3 milioni di aventi diritto. I candidati di centrosinistra partono in testa in 45 comuni e inseguono in 41. Quelli di centrodestra sono risultati primi in 44 comuni (tra cui 9 capoluogo) e secondi in 33. Un solo candidato M5s è in vantaggio per il secondo turno mentre 7 sono stati meno votati del loro competitor. La Lega è in testa in 3 ballottaggi e seconda in 5. Fratelli d’Italia ha un candidato in pole e 3 in seconda piazza. E poi le liste civiche: sono “civici” ben 4 tra i più votati al primo turno e 11 i meno votati. I “civici” di sinistra sono in vantaggio con due candidati e 3 che devono rimontare.
Il Movimento 5 Stelle, infine: sono in corsa solo in 10 comuni tra cui i più importanti sono Asti e Carrara.

LE PERCENTUALI – Possiamo dire che sono 6 le città da monitorare con maggior interesse e di cui fissare in memoria lo stato della competizione. A Genova, la partita più importante, se la vedono l’imprenditore Marco Bucci, uomo fortemente voluto dalla Lega e subìto dal vertice di Forza Italia, che guida con il 38,8%; e Gianni Crivello, l’assessore ai Lavori pubblici e alla manutenzione della giunta Doria, stimato dai cittadini, al voto senza attendere il via libera di Roma e con il simbolo del Pd piccolo insieme a quelli di altre tre liste di appoggio. Crivello è dietro (33,4%) e al ballottaggio potrebbe contare non tanto sui voti del 5 Stelle Pirondini (più possibili in partenza verso il centrodestra) quanto su quelli dei due transfughi 5 Stelle, Cassimatis e Pucci.

La seconda sfida cerchiata di rosso è Parma dove l’ex 5 Stelle Federico Pizzarotti è in testa con il 34,7% dei voti seguito da Paolo Scarpa (32,7%), l’ingegnere che cita Ghandi, il civico che ha vinto le primarie del Pd ma non è mai stato il candidato del Pd. Verona ha visto sfumare il duello tra due Giuliette (la tosiana Patrizia Bisinella ha staccato dello 0,8 per cento la piddina Orietta Salemi) e adesso se la vede con un non meno originale scontro tra la senatrice Bisinella (compagna di Tosi, transfugo della Lega) che avrà il sostegno del Pd e Federico Sboarina, l’uomo del Carroccio che tiene unita la coalizione di centro destra. Stato dell’arte: Sboarina 29,3, Bisinella 23,5.

Asti diventa la bandiera dei 5 Stelle essendo l’unico capoluogo dove sono al ballottaggio. Massimo Cerruti (15,3%) è arrivato al ballottaggio dopo uno sfinente conteggio delle schede durato quasi tre giorni facendo fuori la piddina Angela Motta per soli sei voti. Nettamente in testa il candidato del centrodestra Maurizio Rasero, uomo di punta di Forza Italia che tiene insieme Lega e Fdi e ha sfiorato la vittoria al primo turno con il 47,6%. Città chiave per i 5 Stelle è anche Carrara dove il candidato grillino Francesco De Pasquale ha ottenuto al primo turno il 27,3% dei consensi superando anche la lista M5s ferma al 23%. L’avversario è il piddino Andrea Zanetti (25,3%). La capitale del marmo ha visto consumarsi una frattura durissima nel Pd tra Zanetti (vicesindaco della prima giunta Zubbani), e Andrea Vannucci scelto dalla segreteria comunale del pd (vicesindaco della seconda giunta Zubbani). Il risultato è che se nel 2012 il Pd da solo contava il 27,17%, oggi lo scontro Zanetti-Vannucci ha impedito la vittoria al primo turno. Vannucci vale il 15 %. Vedremo se e dove offrirà il suo tesoretto nel ballottaggio di domenica. Infine Taranto, la città dell’Ilva. C’era molto attesa per capire dove avrebbe portato il suo cuore la città massacrata prima dalle malattie poi dalla chiusura dell’acciaieria e dal taglio dei posti di lavoro. In partenza una bolgia di 32 liste e 10 candidati. Alla fine i 5 Stelle sono crollati, il centrosinistra ha tenuto e il centrodestra ha rialzato la testa. Stefania Baldassarri (Fi e cdx) è in vantaggio (22,3%) sul candidato del Pd Rinaldo Melucci (17,9%). La crisi di Taranto avrebbe dovuto far volare i 5 Stelle che invece si sono fermati al 12 per cento.

LE SFIDE – Mai voto locale ha avuto un peso politico così nazionale. Tutti si giocano qualcosa, nessuno è escluso, centrodestra, centrosinistra e 5 Stelle. Non è un caso che i leader siano stati molto alla larga da comizi e appuntamenti elettorali. Tranne Grillo, che però non ha avuto soddisfazione. Le amministrative, però, ci hanno riportato indietro ad un sistema bipolare (grazie al ballottaggio, che invidia) che è – al momento – quanto di più lontano dal proporzionale puro che ci aspetta alle politiche del 2018. Nello sfinente balletto del centrosinistra – tra il logoramento di Renzi, l’indecisione di Pisapia, le forzature di Mdp che vorrebbe prendere da Pisapia ma anche dai vari Montanari-Falcone che si stanno affacciando sulla scena e poi tenere su il governo ma anche buttarlo giù pur di andare contro Renzi – queste amministrative potrebbero regalare un segnale molto forte che chiede – quasi banale dirlo – unità. Ma mette in evidenza anche la forza delle liste civiche che riducono la centralità del Pd. Nei territori hanno deciso di uscire da questo pasticcio scegliendo candidati non imposti da Roma – vedi Scarpa a Parma e Crivello a Genova – e che mettono insieme Pd e Mdp. Come se la scissione non ci fosse stata. Sarà difficile, alla fine, individuare in questa partita un vincitore simbolico tra Renzi, Bersani o Pisapia. Meno male che il primo luglio (data della manifestazione a Roma da cui dipendono, pare, le sorti progressive del centrosinistra) arriva dopo il 25 giugno.

Indicazioni assai più chiare arriveranno invece per il centrodestra e la sua leadership. In palio c’è la centralità di Berlusconi rispetto alla trazione leghista che pure è stata molto ridimensionata nel consenso. L’asse da tenere d’occhio è quello Toti-Salvini che uscirebbe molto rafforzato se il centrodestra vincesse a Genova e a Verona. Il presidente di Forza Italia vuole un proporzionale dove Forza Italia e quindi lui tornano ad essere centrali e dirimenti. Non si fida di Salvini – non si parlano da mesi – meno che mai del progetto populista della Lega. Dunque vincere, sì, ma con prudenza. Che poi i due giovanotti si montano la testa. Di certo il dibattito sullo ius soli favorisce il centrodestra.

Motivo per cui il tema della cittadinanza è diventato centrale anche per i 5 Stelle che l’hanno appoggiato fino all’11 giugno per mollarlo il giorno dopo, su ordine del blog, per andare a recuperare, almeno ai ballottaggi, quel 9 per cento di voti che hanno regalato alle destre. Il Movimento è in un passaggio delicato: non buca più, già troppo vecchio rispetto alle promesse che sono poi sempre le stesse, certi slogan – uno-vale-uno- sono merce per le barzellette e vignette satiriche. Per non parlare di come amministrano Roma e Torino.

Grillo cerca di correre ai ripari cercando la radicalizzazione dei temi. E cercandola a destra (più facile). Il tema è “noi soli contro tutti gli altri che vincono grazie al trucco delle liste civiche”. Si avverte una lesione tra Grillo – ortodosso a muso duro – e David Casaleggio regista del tavolo a 4 sulla legge elettorale (finito in nulla) e già pronto per andare al governo. La parola chiave è il simbolo. “Andremo tra la gente con un nome e simbolo chiari, il MoVimento 5 Stelle non ha bisogno di nascondersi e di confondere le idee agli elettori come fanno gli altri partiti”. Tornano i toni quasi messianici delle origini. Quanto tutto andava bene. Perché alla fine il problema è soprattutto governare, sporcarsi le mani, fare e anche sbagliare. Molto meglio, più facile, soli e rigorosamente all’opposizione.

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