Claudia Fusani

Inchiesta Consip, Filippo Vannoni testimone chiave. Quell’interrogatorio…

Inchiesta Consip, Filippo Vannoni testimone chiave. Quell'interrogatorio...

Inchiesta Consip, Filippo Vannoni testimone chiave. Quell’interrogatorio… (foto d’archivio Ansa)

ROMA – L’affaire politico giudiziario noto come inchiesta Consip è arrivato al giro di boa, scrive Claudia Fusani in questo articolo, pubblicato qui anche sul suo blog: è successo tutto in poche ore. Come nei migliori gialli.

Quel groviglio politico giudiziario che è l’inchiesta Consip è arrivato al giro di boa. È successo tutto in poche ore. Come nei migliori gialli.

Il CSM indaga su due inchieste della procura di Napoli – Cpl concordia e Consip – che condividono lo stesso pm, Henri John Woodcock, sospettando irregolarità nello svolgimento delle indagini. Il procuratore generale Ciccolo ha acceso i riflettori su Woodcock perché avrebbe esternato oltre misura nel massimo momento mediatico dell’inchiesta.

Ieri il Senato si è liberato di ben cinque mozioni che riguardavano il ministro Luca Lotti (indagato in uno dei quattro filoni dell’indagine, quello che riguarda la fuga di notizie istituzionale, insieme con il comandante generale dell’Arma Tullio Del Sette e il generale Saltalamacchia) e l’ad di Consip Luigi Marroni (non è indagato): è passata la linea del Pd e della maggioranza (azzerare i vertici della controllata del Tesoro nonostante le resistenze di Marroni) senza coinvolgere Lotti ma Mdp ha votato contro il governo e non c’è dubbio che si è aperto un caso politico, l’ennesimo, dentro la maggioranza che sulla carta sostiene Gentiloni ma in realtà vota contro. Non solo: poiché Lotti, diciamo così, si è salvato con i voti di Forza Italia e di Verdini, tra i banchi del Pd è forte il sospetto che Mdp faccia di tutto pur di poter poi gridare all’inciucio tra Renzi, Berlusconi e Verdini.

Venerdì scorso, poi, i magistrati hanno sentito Luigi Ferrara, il presidente di Consip, il primo a dicembre 2016 a rivelare all’ad Marroni che “nell’estate era stato il generale comandante Tullio del Sette ad avvisarlo di stare alla larga da Romeo” (l’imprenditore napoletano a cui era stato assegnato un appalto da 2 miliardi e 700 e in carcere per corruzione). Ferrara, al suo terzo faccia a faccia con i magistrati ma sempre come testimone, venerdì avrebbe cercato di fare marcia indietro rispetto a quella sua prima versione. Avrebbe, ma sono solo indiscrezioni, provato non tanto a negare i suoi rapporti con Del Sette ma a smentire ogni tipo di coinvolgimento del generale nella fuga di notizie. I pm romani, l’aggiunto Ielo e il sostituto Palazzi, hanno allora interrotto la seduta e lo hanno indagato per false informazioni al pm. Delle due l’una: o ha mentito venerdì o ha mentito le altre due volte che lo hanno sentito. La prossima volta, se non arriva prima il processo, Ferrara dovrà presentarsi con l’avvocato.

Il presidente di Consip, che sabato ha lasciato l’incarico come richiesto dal Tesoro, è l’indagato numero 11 dell’affaire Consip: Romeo e il dirigente di Consip Gasparri (corruzione); Luca Lotti, Tullio Del Sette ed Emanuele Saltalamacchia per la fuga di notizie; Tiziano Renzi, Carlo Russo e Italo Bocchino per traffico illecito di influenze;
il capitano Scafarto e il colonnello Sessa, entrambi del Noe, per falso documentale e materiale e depistaggio.

Ora, tutto questo busillis complicatissimo, si può sciogliere entro pochi giorni con un altro interrogatorio chiave e, a questo punto, dirimente. I pm dovrebbero sentire già in settimana, Filippo Vannoni, l’ad di Publiacqua (municipalizzata di Firenze), amico di Matteo Renzi e famiglia, ex consulente di p.Chigi. Vannoni fu sentito la prima volta il 21 dicembre 2016, fu chiamato a Napoli senza sapere il motivo, prese il treno da Firenze dove incontrò tra l’altro l’amico Luca Lotti, si presentò in procura e da quel giorno la sua vita è cambiata per sempre. Il verbale di quell’interrogatorio è noto: domande ripetute e insistenti dei carabinieri tra cui l’ineffabile capitano Scafarto (che ha ammesso di aver spesso capito fischi per fiaschi nell’ascolto delle intercettazioni e che fece di tutto per arrestare Tiziano Renzi) che miravano esplicitamente a coinvolgere Matteo Renzi. Vannoni tra incertezze e balbettii tenne duro sul punto ammettendo, dopo due-tre avvertimenti circa l’obbligo di dire la verità, che in effetti Luca Lotti lo aveva avvisato dell’indagine.

A quel punto la procura di Napoli aveva Marroni, il più chiacchierone, che faceva i nomi di cinque spifferatori dell’indagine (Del Sette, Saltalamacchia, Vannoni, Ferrara e Lotti) e la conferma di Vannoni. Era la vigilia di Natale: l’inchiesta dovette, tra molti mugugni, essere trasferita a Roma con lo scalpo di qualche indagato eccellente: i due alti ufficiali e il ministro.

Marroni ha confermato tutto (almeno così sembra)venerdì scorso. Ferrara ha corretto ed è finito indagato. Del Sette ha sempre negato tutto. Saltalamacchia non è mai stato sentito ma ha sempre negato ogni coinvolgimento. Non resta che Vannoni, prova del nove e cartina di tornasole dell’accusa.

Qualcuno, forse più d’uno, mente. Oppure ha forzato la mano e le parole. È il momento per scoprirlo può essere l’interrogatorio di Vannoni. In questi mesi non ha mai voluto parlare. Chi però lo ha avvicinato ha raccontato di un uomo distrutto e anche “spaventato”. Che ricorda come “un incubo” quell’interrogatorio del 21 dicembre a Napoli: “la lunga attesa, il freddo, l’obbligo di aspettare in una stanza piena di fumo, e poi il faccia a faccia con i carabinieri, le insistenze perché facesse il nome di Renzi, il terrore di poter essere arrestato”. La difesa di Vannoni parla, senza troppi veli, di “metodi vivaci” durante gli interrogatori che sarebbero quindi stati resi in “condizioni psicologiche molto particolari”. Essendo Vannoni, ma anche Marroni, solo testimoni, non ebbero neppure l’assistenza di un legale.

Marroni avrebbe confermato tutto venerdì scorso. Ma c’è chi fa notare come la prima volta che fu sentito, il 20 dicembre, nonostante l’evidenza di un reato (Il favoreggiamento visto che fece togliere le cimici dal suo studio perché gli avevano detto che c’era un’inchiesta giudiziaria), non è mai stato indagato.

È chiaro che se Vannoni (non indagato) dovesse dare seguito e quindi corpo durante il faccia a faccia con i pm romani a quanto detto ad amici e avvocati in questi mesi, la storia di Consip e delle fuga di notizie cambierebbe il verso per l’ennesima volta. Ed è altrettanto chiaro che se invece conferma tutto, si va dritti a processo.

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