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Corriere della Sera, Urbano Cairo editore: con 39 giornalisti di Oggi lui fa 4 riviste

Corriere della Sera, quali sono le prospettive per il quasi primo quotidiano d’ Italia col nuovo editore Urbano Cairo? Se lo è chiesto Andrea Montanari sulla sua pagina Facebook, in due interventi rispettivamente il 16 e il 17 luglio 2016, che sono qui sintetizzati. La prima parte è stata pubblicata anche su Formiche.

È stata la vittoria (giovedì 21 luglio la certificazione Consob) di Urbano Cairo (e di Intesa Sanpaolo, con Banca Imi) nei confronti del cosiddetto salotto buono della finanza milanese e italiana e di uno dei finanziere più ricchi e liquidi nel business del private equity italiano…

Per Rcs e per l’editoria italiana può essere l’alba di un nuovo giorno. Da settembre, quando Cairo prenderà pos della società con la fusione, lo vedremo.

Ma attenzione: per Cairo la sfida non sarà facile, governare Rcs non è come gestire La7 o il Torino o una importante concessionaria di pubblicità.

Sicuramente ha vinto chi doveva vincere: per risanare un gruppo editoriale non gestito o mal gestito negli ultimi 10 anni (dalla gestione di Antonello Perricone, per intenderci) ci vuole una cura drastica. Un intervento che solo chi fa questo mestiere da una vita può ipotizzare.

Cairo potrebbe trovare qualche difficoltà nel rapporto con gli altri 4 soci storici di Rcs che ora sono in minoranza. Con due di loro sicuro. Ma uno gli è sempre stato vicino e ha cercato di fare da pontiere tra le due cordate. Bonomi si ritirerà da gran signore. Mediobanca non sarà ostile: provò già un anno fa a tastare il polso di Cairo. Quando Bazoli cercò di portare Bonomi sotto il cappello di Intesa. Ora le parti si sono invertite. Ma Rcs fa gola a tutti. Perché c’è il Corriere della Sera.

Cairo nasce con Silvio Berlusconi e del Cav ha preso i lati migliori: ha imparato, dal più bravo venditore di pubblicità della storia italiana, che gli spot sono l’anima del commercio e che non si butta via neppure l’osso né la buccia. Da Berlusconi ha capito il rapporto fondamentale tra carta stampata e raccolta pubblicitaria. E lo ha messo in pratica, da solo.

Ha creato un gruppo che non ha 1 euro di debito (finora, visto che ha chiesto 140 milioni a Intesa e ne userà solo 80, considerando che ha sempre 108 milioni in cassa). E’ solido, costante, agisce in prima persona, si circonda di pochi (3) manager di fiducia, ma decide tutto lui. Difatti, i palinsesti (ripetitivi) di La7 li presenta lui, mica il direttore della tv. La campagna acquisti del Torino la tratteggia Petrachi ma chi decide, alla fine, è sempre e solo lui.

Quali sono i pro e i contro dell’ingresso di Cairo in Via Rizzoli e soprattutto in via Solferino?
Dalla sua, Urbano ha parecchie frecce nella faretra: e’ veloce, decisionista, conosce numeri, dati, cifre come nessun altro. Analizza i bilanci fino all’ultima virgola: sicuramente stava valutando quelli di Rcs da almeno 5-7 anni, se non di più.
E’ un risanatore folle come dimostra La7: in un anno ha tagliato costi per oltre 100 milioni e nel 2014 l’ha riportata in utile, spegnendo pure le luci negli uffici e controllando anche il flusso della carta igienica nei servizi.
Ha idee e ogni anno lancia almeno un giornale. Testate che vendon sempre in edicola anche se ripetitive e uguali ad altre già esistenti. E’ la sua forza: a 1 euro fa soldi in edicola e non è aggrappato alla pubblicita che su carta stampa crolla da anni. Sbaraglia la concorrenza perché la gente non ha più voglia di spender 2,5, 3 o 4 euro per vedere foto-servizi di pseudo-vip. E ha una macchina da soli come Sandro Mayer che non è da trascurare. Ma… Mayer ha una certa età e prima o poi passerà la mano. A chi non si sa.

E qua iniziamo ad analizzare i contro dell’operazione Rcs che solo un editore puro come lui poteva fare (Caltagirone ci ha pensato a lungo ma per Antitrust si è fermato; la De Agostini aveva la forza economica per fare il deal ma ormai è concentrata sugli Usa. Altri non ce n’erano. Forse Sky ma sarebbe stata una rivoluzione e un’innovazione troppo grande per l’Italia).

Cairo è abituato a gestire le cose da solo, o come detto con pochissimi manager che lo seguono da sempre, da oltre 20 anni. Rcs invece è un animale strano. E’ un elefante para-statale con quasi 4 mila dipendenti (3.945 a fine 2015), e tantissimi dirigenti all’area Corporate (468 dipendenti alla divisione che costa 38 milioni (su 318,3  di costo di personale complessivo). Quindi dovrà entrare in punta di piedi per evitare “trappole” visto che in tanti dirigenti già temono il (giusto) repulisti (solo sotto il cfo ci sono 16 tra dirigenti e quadri, 16).

Cairo sicuramente non taglierà la forza lavoro organica ai suoi progetti, ossia i giornalisti. Semmai li spremerà al massimo come fa con le sue redazioni, magari taglierà incentivi e benefit ma per lui i giornalisti sono vitali. Certo i 39-dicasi-39 giornalisti di Oggi che ormai vende pochissimo come ha denunciato Cairo avranno da rimboccarsi le maniche. Lui, Cairo con 39 giornalisti fa almeno 4-5 prodotti editoriali.

Un altro grande tema è la gestione dei quotidiani. Cairo ha sempre sognato, almeno dal 2003, il quotidiano popolare. Ma in Italia è un prodotto che non tira perché manca un direttore in tale senso. Potrebbe esserlo Enrico Mentana ma un quotidiano nuovo oggi costa troppo.

Cairo non ha mai fatto multimedialità. Aveva lanciato negli anni della New Economy il portale Il Trovatore ma è stato un flop (come le sue Pagine gialle). Sviluppare questo business per lui non sarà facile tanto più che Repubblica è avanti di parecchio nello sviluppo 2.0. Dovrà affidarsi a qualche esperto del settore e per lui potrebbe essere una novità assoluta.

Cairo non conosce l’estero. I suoi prodotti sono italianissimi. Mentre c’è da gestire al meglio e rilanciare la Spagna aprendo al bacino del Sud America. Anche in questo caso avrebbe bisogno di un manager di compravata esperienza. O di un partner strategico. Che gli possa dare una mano anche per la crescita dell’area Sport (eventi sportivi e manifestazioni). Qua è in pole il gruppo Dalian Wanda che sta comprando l’impossibile (Paramount l’ultima preda dopo il circuito cinematografico e Infront). Sarebbe una alleanza perfetta.

In definitva: Cairo è bravo a fare il suo mestiere, ha i numeri dalla sua parte, ci capisce e ha fiuto per gli affari. Dovrà solo delegare compiti e impegni. E per lui questa sarà una svolta epocale.

Ma ce la può fare perché ha dalla sua parte il primo istituto di credito del Paese, Intesa Sanpaolo, la vera banca di sistema italiana. Soldi non ne mancheranno. Partner finanziari li potrà portare Gaetano Micciché, l’uomo che ha inventato questa opas e ha vinto la battaglia contro Mediobanca. Con alle spalle il ceo di Intesa, Carlo Messina, che voleva tutelare a ogni costo il suo credito, enorme (162 milioni) nei confronti di Rcs. Ci sono riusciti, assieme.

Entriamo nel dettaglio e analizziamo ancora altri aspetti specifici delle due parti in causa nella sfida per Rcs.

Innanzitutto per fortuna la partita è durata alcuni mesi e non si prolungherà per tutta l’estate per cause legali e ricorsi inutili: i manager sono bloccati anche se gestiscono l’ordinario. E anche i giornalisti spesso sono stoppati o limitati nel loro lavoro, questo almeno si dice ai piani alti di Rcs e del Corriere della Sera

BONOMI: il finanziere milanese, erede di una storica famiglia blasonata a alquanto ricca, proprio venerdì nel giorno della conclusione delle due offerte ha dimostrato che il suo interesse è ben altro: faceva conf call per la vendita di Stroili Oro quando le banche e gli intermediari stavano gestendo gli ultimi pacchetti di azioni. Ha venduto la catena di gioiellerie e ha incassato 300 milioni. La cifra che pro-quota avrebbe dovuto spendere, largo circa, se avesse rilevato il controllo di Rcs tra spesa per opa e aumento di capitale proposto.
La sua è giustamente una visione da finanziere puro. I fondi di private equity sono concentrati solo su un target: l’IRR, il ritorno dell’investimento. L’editoria non li garantisce come altri business. Da qua l’uscita immediata dopo la sconfitta, come vi abbiamo raccontato sabato su Milano Finanza.
E quindi, nonostante si sia schierato con i soci forti di Rcs e la principale merchant bank italiana, non ce l’ha fatta. Un motivo ci sarà…

CAIRO: l’editore cresciuto alla corte di Berlusconi ha fatto un bel balzo in avanti. Forse bello lungo. Ma ne aveva bisogno. Perché i conti del suo gruppo sono solidi e non presentano “ostacoli”, ma la marginalità sta rallentando da alcuni anni. Segno che qualche cosa bisognava fare. Del resto comprare (coi soldi di Telecom) La7 era un impegno gravoso: le tv richiedono investimenti abnormi per sostenere la concorrenza tanto più ora che oltre a Rai e Mediaset ci sono due colossi quali Sky e Discovery che stanno conquistando fette delle tv free generalista. E che siano forti lo dimostrano i dati della raccolta pubblicitaria, nettamente più alti di quella di La7 che fa solo il 3% di share poco più.
Ecco il nodo vero di Cairo. Non poteva più stare da solo. Doveva aggregarsi, per rafforzare l’offerta editoriale del canale. Ha comprato un mux per risparmiare 6 milioni all’anno di affitti delle frequenze, ha spazio libero da affittare, ma deve rafforzare la sua presa sulla tv. Un vecchio adagio del mondo televisivo racconta che per avere successo in questo mercato ci vogliono almeno 3 canali free rilevanti (Rai ne ha 3, Mediaset ne ha 3, Sky ne ha 3, Discovery idem o anzi 4). La7 è ferma a due, ma La7D fa lo 0,5% di share o poco più. Serve altro, servono contenuti nuovi, servono idee, servono volti noti. Dal Corriere della Sera e dalla Gazzetta dello Sport ne possono arrivare.

Ecco perché Cairo ha fatto questo sforzo enorme.
E poi non dimenticate che a lui interessa la partita della raccolta pubbblicitaria. Con la tv che fagocita il 61% degl investimenti totali (di questa fetta il 58% va a Mediaset e il 22% a Rai), la carta stampata è stritolata e all’angolo. Fare economie di scala e fare massa non potrà che aiutare Cairo che è bravo ma ha periodici che dal 2008 perdono un botto di raccolta. Lui come detto vende molto in edicola e quindi mitiga questo problema

SOLE24ORE: C’è poi un effetto indiretto di questa partita che segue la fusione (in arrivo nel 2017) della Itedi di Fca in Gruppo L’Espresso, tradotto Stampubblica. Il mercato vuole concentrazioni. Ne arriveranno altre. E’ per questo che Bonomi indirettamente stava lavorando su Rcs. Per arrivare a un merger con il Sole24Ore guidato da Gabriele Del Torchio, storico ex manager delle società di Bonomi e Investindustria. Del Torchio è indipidente e valido. Ma ha un problema: il gruppo editoriale di Confindustria brucia cassa e lui deve drenare le perdite. L’ideale sarebbe stata, come voleva Rocca di Assolombarda se avesse vinto Vacchi di Ima la corsa a Confindustria, la fusione tra Rcs e Sole24Ore per unire Corsera e il quotidiano salmonato e avere la leadership assoluta nella comunità finanziaria, economica e politica italiana e rappresentare la vera alternativa a Stampubblica.
Ora il merger non si farà e Del Torchio dovrà tagliare costi e studiare un piano B. Ps: per la cronaca e la memoria. A quotare in borsa il Sole24Ore era stata Mediobanca che probabilmente è vicina alla casa editrice e come azionista di Rcs magari avrebbe visto di buon grado la fusione.
Dal mio punto di vista sarebbe stato un bel progetto editoriale.