Blitz quotidiano
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Deutsche Bank, se salta, salta il mondo. Scommessi 55 mila miliardi, 20 volte il Pil della Germania, nei derivati. Turani: “Imbrogli tedeschi”

Deutsche Bank, se salta, salta il mondo. La banca tedesca ha scommesso 55 mila miliardi di dollari, 20 volte il Pil della Germania, nei derivati, che, spiega Giuseppe Turani in questo articolo pubblicato anche su Uomini & Business, non sono il male assoluto, ci si può perdere e anche guadagnare, ma in tempi di recessione possono fare più danni di una bomba atomica. Come altre volte nella storia recente, i tedeschi, sotto una calotta di perfezione e di rigore, sono peggio dei peggiori assassini o, come nel caso dei derivati, peggio dei peggiori magliari. È il caso di parlare di “imbrogli tedeschi”.

Questa non è una buona stagione per le banche. Per almeno due ragioni. La prima consiste nel fatto che, con i tassi bassi (per favorire un po’ la crescita o semplicemente il non-collasso delle economie) le banche guadagnano molto poco.

La seconda che 7-8 anni di crisi hanno lasciato il segno sui loro conti: tanti loro clienti sono falliti e i soldi prestati sono svaniti nel nulla, nel buco nero della grande crisi.

Ma esiste anche un terza ragione. Molte banche (in pratica tutte) nel tentativo di guadagnare qualche soldo con cui remunerare gli azionisti (e i dirigenti) si sono messe a speculare. Invece di fare il lavoro che sembrerebbe più logico e naturale, cioè prestare denaro alle imprese, se ne sono inventate un altro: sono diventate grandi scommettitori attraverso i derivati.

In questo momento l’allarme maggiore è quello rappresentato dalla Deutsche Bank, la quale avrebbe in carico derivati per 55 mila miliardi di euro, venti volte tutto il Pil della Germania. Un eventuale crollo di Deutsche Bank farebbe saltare la Germania e l’intera finanza mondiale. Su questo le Borse stanno andando a rotoli. Sulla Deutsche Bank pende una multa degli Stati Uniti di 14 miliardi di dollari. Già ridotta, peraltro, di comune accordo.

I derivati comunque non sono il male assoluto. Sono sempre esistiti (anche se non sofisticati come oggi) e non si può nemmeno immaginare una finanza senza derivati. Se io faccio un’operazione rischiosa in Borsa, mi assicuro attraverso un derivato, un po’ come con l’automobile: non esco nemmeno dal concessionario, se non ho fatto l’assicurazione contro gli incidenti. Il derivato, di base, assolve a questa funzione. La stessa cosa accade se faccio un’operazione complessa sui cambi, sui tassi di interesse, ecc.

Naturalmente, la fantasia dei banchieri è grande e quindi i derivati si sono sempre più complicati, al punto che in certi casi nemmeno con una buona preparazione economica si riesce a capire esattamente che cosa siano e che cosa contengano.

Infatti i derivati vengono anche spesso usati per smerciare roba di scarsa qualità, mischiata a roba più buona.

Esempio tipico: le vendite a rate. In un grande supermercato di elettrodomestici vendono frigoriferi e tv a rate. Il supermercato, ovviamente, non si tiene le vostre cambiali in cassaforte, gli servono i soldi. Allora cosa fa? Le cede a un soggetto che ha soldi liquidi e che è alla ricerca di buoni affari. Glieli cede con lo sconto, ovviamente (e qui sta il guadagno di chi ci mette i soldi).

In questo caso, il problema  consiste nello stabilire quante delle cambiali “cedute” sono firmate da buoni clienti (andranno cioè a buon fine) e quante no. Si fa una stima, e poi il tutto viene chiuso in un pacchetto di titoli che viene ceduto sul mercato. Chi compra viene informato che quel titolo è fatto per il 70 per cento da roba buona e per il 30 per cento da roba dubbia. Il prezzo a cui vengono ceduti questi titoli tiene conto appunto anche di questo. Una volta che io ho comprato il derivato  “rate”, lo posso ovviamente cedere a mia volta. E così via.

Poi ci sono i derivati swap: due soggetti si impegnano a scambiarsi, a una data spostata in avanti, titoli a un certo prezzo stabilito già ora. Chi indovina, fa i soldi. L’altra parte ne perde.

E ci sono, naturalmente, i derivati sui tassi di interesse: io compro certi titoli  di Stato, ma insieme compro anche la garanzia che se i tassi scendono vengo rimborsato (per questa garanzia accessoria, pago ovviamente).

Con i derivati, insomma, si fanno soldi con i soldi, che è il sogno di ogni banchiere: nessuna pentola o automobile da costruire e da vendere, ma solo soldi che si muovono.

Quando però il vento gira storto, come sembra stia accadendo ora, per chi ha investito troppo sui derivati l’aria si fa pesante. E infatti il Fondo monetario internazionale scrive che oggi la Deutsche Bank rappresenta il maggior pericolo per la finanza mondiale. Se salta, date le dimensioni dell’esposizione, si ripiomba nel Medioevo.

I dirigenti della banca, ovviamente, dicono che è tutto sotto controllo e che alla fine non salterà niente. I 55 mila miliardi di euro di derivati non è che non valgono niente. Su alcuni ci sarà una perdita, su altri un guadagno. Come sempre. La multa americana verrà ridotta, appena fatto, e saldata in contanti (soldi già accantonati).

Ma intanto i mercati, avidi di profitti, hanno provato a mettersi contro la Deutsche Bank e a abbatterne il valore in Borsa, salvo una ripresa in aumento nel finale (oltre il 6 per cento in più), grazie all’accordo con gli Stati Uniti.

Ma c’è una novità. Contro la Deutsche Bank si è schierato anche il finanziere George Soros. E questo è un osso molto duro. Dotato di risorse finanziarie quasi infinite (tutti i ricchi del mondo sono suoi clienti) all’inizio degli anni Novanta partì lancia in resta contro la sterlina e la lira. E alla fine i rispettivi governi furono costretti a grosse svalutazioni, sotto l’urto del suo attacco.

Adesso ha messo nel mirino la Deutsche Bank. Sarà una guerra piena di scintille e dall’esito finale molto incerto. Anche se forse la Deutsche Bank è una preda troppo grossa anche per lui.