Opinioni

I difetti per cui Vittorio Sgarbi non è leader della destra

I difetti per cui Vittorio Sgarbi non è leader della destra

Cesare Lanza,
giudizi e ricordi su Vittorio Sgarbi: I difetti per cui non è leader della destra

ROMA – Cesare Lanza ha pubblicato questo articolo anche sul suo blog, col titolo “La superiorità di Vittorio Sgarbi”.

Questa mattina abbiamo appreso una brutta notizia: Vittorio Sgarbi è ricoverato all’ospedale di Modena, in terapia intensiva, dopo un intervento chirurgico nella notte. Vittorio era in viaggio in auto da Brescia verso Roma, ha accusato un malore. Gli rivolgo i miei auguri più affettuosi, non è un’espressione convenzionale, è un amico, gli sono molto affezionato.

Oggi colgo l’occasione per intrattenerci su un argomento essenziale, la cultura – che è poi il tratto primariamente distintivo della personalità di Sgarbi. La cultura può essere raggiunta e proposta in tanti modi diversi. Dividiamo il concetto, semplicemente, in due grandi fasce. C’è la cultura erudita, che schiettamente mi sta sulle palle e – presumo – infastidisce la maggior parte di noi, incolte creature umane. È un tipo di cultura forse anche utile, ma tutt’al più può servire per presentarti – con qualche possibilità di vincita – ad un quiz a premi.

E c’è la cultura consapevole, intelligente, che aiuta a capire il senso della vita e il mondo in cui viviamo. È un bene prezioso, che stabilisce una differenza profonda tra chi la possiede e chi riesca a goderne. La superiorità di Vittorio Sgarbi consiste, ripeto primariamente, in questo. La sua cultura è sconfinata, sublimata dalla straordinaria capacità divulgativa che esterna con le sue affascinanti affabulazioni. Se ricordo bene, Carl Jung diceva che la vera cultura non è la nozione che apprendiamo, ma l’emozione che ci lascia dentro e che, per fortuna nostra e degli altri, a volte riusciamo a trasmettere. “La cultura non è un lusso, è una necessità”. (Gao Xingjiang, “La montagna dell’anima”, 1989).

Quanto mi sono arrabbiato, e tuttora mi arrabbio, al pensiero dei difetti che gli hanno impedito una importante carriera in politica. Vittorio è un leader nella cultura, non solo nella storia dell’arte – la sua specificità. È un leader nella divulgazione, nella affabulazione, nella prontezza delle battute, nelle polemiche, direi anche nella disponibilità e generosità. Sarebbe stato, senza un paio di micidiali difetti, un leader politico ineguagliabile: oltre alla qualità culturale, ha un coraggio illimitato, riesce ad osare dove gli altri si intimidiscono e cedono a compromessi, mediazioni, ipocrisie. Ha una capacità di sintesi e di decisionismo al di fuori della norma. E, in eventuali confronti diretti, è in grado di stendere, per non dire, asfaltare, insomma mettere k.o., qualsiasi interlocutore.

Purtroppo, Vittorio è anche un cazzaro leader: presumo perché, come tanti (quorum ego), non prende sul serio la vita, non le attribuisce un senso, alla fine coglie l’aspetto comico e grottesco delle dispute e, quando sia possibile, dopo invettive e formidabili esternazioni su linee controcorrente, anche immoralistiche, in ogni caso non convenzionali, preferisce chiudere con una battuta, uno sberleffo, una risata. Questa è una grande dote, esistenzialmente, ma in politica stabilisce un limite perché non gli porta, ahimè, credibilità. Di più: non avendo soggezione verso nessuno, Vittorio è capace di mandare a fanculo chiunque, qualsiasi potente, vero o presunto, in questa miserabile terra.

È tra i pochi, pochissimi (in particolare in politica), capace di evitare la meschinità di essere forte con i deboli e debole con i forti. Mentre gli auguro di guarire al più presto e tornare, più fresco di prima, ai suoi celebri show televisivi, lo amo per le qualità e anche per i difetti, ma rimpiango che non sia riuscito a liberarsi dei difetti che ho indicato: diversamente, avrebbe potuto essere il capo che la destra non riesce ad avere. Ammesso che questa leadership gli sia mai interessata. Perché “la cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare; facile da governare, ma impossibile a ridursi in schiavitù”. (Henry Brougham, “Discorso alla Camera dei Comuni”).

Aggiungo un ricordo personale su Vittorio Sgarbi. Litigammo in maniera furibonda, all’epoca in cui mi occupavo dei programmi televisivi domenicali. Come si usava, gli preparai un trabocchetto: un incontro/scontro con Alessandra Mussolini (i due non si sopportavano, notoriamente). Tutti e due mi avevano detto di non essere disponibili a partecipare al programma, su Canale 5, se fosse stato presente l’altro/a. Assicurai che così sarebbe stato e invitai tutti e due.

Una volta in studio, la Mussolini accettò di salire sul ring. Sgarbi si rifiutò. Ci fu una insolita sequenza: seguito dalle telecamere, andai a prelevarlo nel camerino, lo presi per la mano come si fa con un ragazzo discolo, in pratica lo trascinai in studio. Lui mi scappò di mano all’ultimo secondo, si rifugiò tra il pubblico e mi insultò: disse, strillando, che ero un vecchio rimbambito e che gli avevo teso una trappola (frase ragionevole, ma contraddittoria: se fossi stato rimbambito, come sarei riuscito a gabbarlo?).

Nell’intervallo, durante gli spot della pubblicità, continuò ad inveire, impugnò il telefonino e disse che avrebbe telefonato “a chi sapeva lui”. Non gli ho mai chiesto e non ho mai saputo chi fosse quel “qualcuno”: Berlusconi, un alto dirigente di Canale 5? Chissà. Fatto sta che io, come cazzaro rivendico di essere ad un buon livello, mi inginocchiai per terra e a mani giunte, con ironia forse non del tutto colta dalla piccola folla che si era radunata intorno a noi, lo implorai platealmente di non chiamare nessuno.

Interdetto, Sgarbi ripose il telefonino in tasca, accettò di salire sul ring e tutto finì bene: soprattutto, da allora, si creò una certa amicizia. Ancora adesso ricordo la performance divina, priva di pregiudizi, e senza riguardi verso di me e gli ospiti, che improvvisò alla presentazione di un mio libro sul gioco d’azzardo. Ricordo che lo guardavo estasiato per la sua sfrontatezza, di fronte a tutto e a tutti, per l’indipendenza e la libertà di mente. Solo l’uomo colto è libero, e non lo dico io, siamo in molti ad esserne convinti, il primo a pensarlo – forse – fu Epitteto, nel secondo secolo, in “Arriano di Nicomedia, Diatribe”.

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