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Francesco Totti o Luciano Spalletti chi ha torto? La società

ROMA – Francesco Totti o Luciano Spalletti, chi ha torto? La società. Da una parte Luciano Spalletti, incupito e livoroso: il 3-3 di Bergamo sancisce di fatto la fine delle speranze di acciuffare almeno il secondo posto e il tecnico toscano, giustamente, la prende malissimo. Dall’altra parte Francesco Totti: 39 anni e non sentirli, un contratto che a questo punto molto difficilmente sarà rinnovato, un futuro tutto da decifrare. E, veleno nella coda, qualche comportamento che lascia perplessi.

Raccontano i giornali, Gazzetta dello Sport prima degli altri, che alla fine di Atalanta-Roma tra il tecnico e il capitano siano volate parole grosse e si sia sfiorato il contatto fisico. Spalletti procede a smentita di rito ma quello che lui dice in conferenza stampa subito dopo la discussione con Totti fa capire chiaramente che qualcosa tra i due è successo.

Una premessa è d’obbligo. I giornalisti, almeno in questo caso,  non mentono. Qualcosa davanti e dentro agli spogliatoi di Bergamo è successo davvero. Troppo dettagliate e coincidenti le ricostruzioni, troppo diverse le fonti. Specificano Davide Stoppini e Chiara Zucchelli, che sono fonti che arrivano da Roma e Atalanta. Concediamo, come è lecito e possibile, che ci sia stata un po’ di letteratura nella ricostruzione, ma la sostanza non cambia. I due hanno discusso davanti a testimoni. C’è chi ha visto (i giocatori) e chi ha sentito, magazzinieri e addetti ai lavori vari. C’è, scrivono i giornali, anche un calciatore dell’Atalanta che era andato verso lo spogliatoio della Roma per chiedere una maglietta salvo poi capire che non era il momento giusto

Sbaglia Spalletti a dare, per la prima volta da quando è tornato a Roma, la sensazione di perdita di controllo di nervi e situazione. Perché al di là delle sue legittime ragioni e ancor più legittime scelte tecniche, negare che Totti ieri abbia in qualche modo salvato la Roma è dire una bugia. In quindici minuti Totti ha segnato e ha messo Dzeko (imbarazzante contro l’Atalanta) solo davanti al portiere. Sarebbe ingiusto, e questo Spalletti lo sa benissimo, chiedergli di più.

Spalletti, quindi, è andato davanti ai microfoni di Sky e Mediaset a mentire sapendo di mentire. Perché un gol lo farà pure la squadra, è sempre o quasi così, ma quella stessa squadra senza Totti ieri non era riuscito a farlo. Mente poi Spalletti dicendo che Dzeko soffre il confronto con Totti. Perché il capitano della Roma è stato fuori oltre quattro mesi: 120 giorni e un’infinità di partite in cui Dzeko di palloni in porta ne ha messi soltanto due. Senza considerare un dettaglio: che appena si alza il livello tecnico della sfida, da quando c’è Spalletti, Dzeko titolare non gioca quasi mai. Per scelta dell’allenatore, non dei tottiani di Roma.

Sbaglia Spalletti, infine, a non comprimere l’emozione negativa, a far capire urbi et orbi che lui Totti lo digerisce con molta fatica. Questo a prescindere dalle ragioni che il tecnico può avere. E sbaglia soprattutto a caricarsi sulle spalle un compito non suo (già la Roma che si ostina a sedersi su allori non conquistati in campo gli dà abbastanza da fare): gestire lui la fine del percorso di Totti come calciatore della Roma. E’ questione che per ragioni professionali e a questo punto anche personali non spetta e non deve spettare a lui.

Sbaglia Totti, che ha il sacrosanto diritto a sentirsi ed essere calciatore, a rispondere al suo allenatore. Spalletti era legittimamente imbestialito da una partita “imbarazzante” ma raccontano le cronache della lite che il capitano avrebbe risposto a muso duro al suo tecnico. Non certo un comportamento distensivo, men che meno un comportamento corretto. Dopo una partita così la sfuriata del mister si ascolta. Anche nei passaggi meno condivisibili e forse più dolorosi, come quello sui “dieci anni di figure di m…”. Il capitano che risponde all’allenatore non dà un esempio che un allenatore, soprattutto uno come Spalletti,  può accettare. Ne sa qualcosa Antonio Cassano, che a distanza di anni non ha dimenticato la reazione dell’allora suo mister per il volume della musica troppo alto in un ritiro.

I retroscena del giorno dopo aggiungono dell’altro. E Totti non ne esce benissimo. Spalletti gli rimprovera di aver fatto il giro delle stanze in ritiro per giocare a carte fino alle due di notte. Alla vigilia di una partita fondamentale che si sarebbe giocata a mezzogiorno del giorno stesso. Non esattamente quello che ti aspetti da un uomo di 40 anni e da un capitano leader di un gruppo di professionisti.

Ma Totti e chi lo consiglia sbaglia soprattutto in una questione fondamentale:  a far diventare una vicenda tutto sommato individuale, il suo eventuale contratto da calciatore per un’altra stagione, l’oggetto centrale di dibattito a Roma e nella Roma. Lo ha fatto, sbagliando tempi e modi, con quell’intervista alla Rai. Da allora, complice la visita romana di James Pallotta che nulla ha aggiunto, la questione contratto è rimasta là, sospesa e pesante. Con una sgradevole sensazione di fondo: che il Totti quarantenne stia in qualche modo anteponendo la sua legittima aspirazione a continuare a fare il calciatore agli interessi della Roma.

Ma in tutto questo a sbagliare mostrando un’imbarazzante mix di dilettantismo e vigliaccheria è soprattutto la società. La gestione complessiva della vicenda Totti è indecente. Al diciotto di aprile nessuno si è degnato di informare il calciatore più importante della storia della Roma che questo sarà il suo ultimo anno da calciatore almeno dalle parti di Trigoria. James Pallotta è arrivato ed è  ripartito senza firma su di un nuovo contratto e senza comunicazione definitiva di interruzione rapporto. Totti meriterebbe almeno quell’amara e frontale franchezza che la Juventus riservò ad Alessandro Del Piero alcuni anni fa. E invece si rimane in una zona grigia con Luciano Spalletti mandato avanti come ariete a prendersi responsabilità (e insulti) che non possono e non debbono essere sue.

La gestione del dopo gara di ieri, poi, è stata grottesca. Mentre uno Spalletti terreo parlava di partita imbarazzante a Sky e Mediaset, Walter Sabatini sulla tv ufficiale chiamava in causa la sfortuna. Nessun dirigente è stato sfiorato dal pensiero che forse non era il caso di mandare l’allenatore allo sbaraglio davanti alle telecamere subito dopo l’alterco con Totti. O forse, peggio ancora, si è consapevolmente scelto di far deflagrare ancora di più la situazione.

In questa mancanza di chiarezza (nulla sappiamo del contratto di Totti e del futuro di Sabatini) c’è il peccato capitale di una squadra che non diventa mai grande. Una squadra che ogni anno parte con presunzione e potenziale di vittoria e poi si sgonfia, che ogni anno cambia e mescola in modo compulsivo rimanendo sempre una bella ma incompleta. Una squadra che ogni anno è quello buono ma poi emerge una differenza con la Juve che è culturale e di saper fare prima ancora che economica. I famosi “dieci anni di figure di m…” di cui ha parlato Spalletti con una espressione infelice come è quasi sempre infelice la verità.

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  • Spalletti a Totti: "Giochi a carte fino alle 2 di notte..." 07
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