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Pensioni, monta la rivolta dei giornalisti contro Renzi-Pinocchio per il prelievo di solidarietà

La foto di di Franco Abruzzo

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Pensioni dei giornalisti e contributo di solidarietà. Inpgi sfida Matteo Renzi e apre un caso politico che mette in ridicolo la credibilità del capo del Governo. Renzi ha detto ai pensionati: “State sereni”. Vedremo ora come si comporterà.

La decisione del CdA Inpgi di andare avanti sul prelievo ha messo Renzi in una posizione imbarazzante. Siamo abituati ai politici che si rimangiano la parola, però di questi tempi Renzi non se lo può permettere di fare la figura del bugiardo.

Intanto i giornalisti pensionati hanno iniziato a muoversi per contrattaccare. L’iniziativa è stata presa dalla corrente sindacale Punto e a capo, i cui rappresentanti in CdA, Carlo Chianura e Paola Cascella, sono stati gli unici a votare contro. Al documento di Punto e a Capo hanno già aderito nelle prime 36 ore dell’iniziativa 200 giornalisti, molti dei più bei nomi dei giornalisti italiani dell’ultimo trentennio. Leggete qui.

Esattamente il 14 settembre Renzi ha detto:

“Chi prende un assegno, anche se superiore a quanto effettivamente versato, non rischia in alcun modo di vederselo ridotto. Le pensioni oggi sono sicure per tutti”.

Cesare Damiano, presidente della Commissione Lavoro della Camera, Pd nato Pci e in Cgil, già ministro del Lavoro, aveva avallato.

Pochi giorni dopo però il Consiglio di Amministrazione Inpgi ha approvato un pesantissimo contributo di solidarietà sulle pensioni (dei giornalisti) superiori ai 38mila euro con l’avallo dei rappresentanti di Palazzo Chigi e del Ministero del Lavoro, facendo partire un messaggio minaccioso per tutti i pensionati italiani (“State tranquilli? Abbiamo scherzato”).

Il Governo aveva ripetutamente garantito che non avrebbe ripristinato il prelievo a partire dal 2017. L’approvazione di questa “riforma” spetta ai ministri dell’Economia e del Lavoro, Padoan e Poletti, che hanno già bocciato il 3 febbraio scorso il precedente prelievo deliberato dal Cda dell’ente il 27 luglio 2015. L’Inpgi ha già incassato 30 milioni di euro negli ultimi 5 anni per via della mancata applicazione della perequazione e per via del gettito del “contributo Letta”. I giornalisti pensionati hanno già dato. Ed ora a tutto ciò si aggiunge la beffa di essere discriminati rispetto ai pensionati Inps, ai quali Boeri non impone alcun contributo.

A dicembre giunge al capolinea il  contributo di solidarietà previsto dalla legge Letta (n. 147/2013) e applicato per tre anni anche ai giornalisti pensionati con un reddito annuo superiore ai 91.250 euro (il gettito è finito nelle casse dall’Inpgi). Ne ha parlato Il Sole 24 Ore nell’edizione di lunedì 25 luglio e la notizia è stata ripresa anche da diversi siti web che si occupano di lavoro ed economia.

Intervistato il 30 agosto successivo da Aldo Cazzullo (domanda: “Ci saranno interventi sulle pensioni più alte?”),  Matteo Renzi ha replicato secco: “No, non sono all’ordine del giorno”.

Il presidente del Consiglio probabilmente non poteva prevedere  che il Cda dell’Inpgi, usurpando i poteri del Governo e delle Camere e disattendendo la giurisprudenza uniforme sul punto della Cassazione civile, avrebbe  deliberato l’imposizione di un contributo (definito “contributo straordinario di partecipazione  al riequilibrio finanziario della Gestione previdenziale”) sugli assegni percepiti dai giornalisti in quiescenza a partire dai 38mila euro in su con l’obiettivo di incassare 19 milioni di euro in tre anni. Gli interessati sono circa 6.700.

Come è avvenuto puntualmente  il 28 settembre con due soli voti contrari (espressi da Carlo Chianura e Paola Cascella di Puntoeacapo) e con il voto favorevole anche dei rappresentante di Palazzo Chigi  (Antonio Funiciello) e  di quello del ministero del Lavoro  (Mauro Marè) nonché del vicepresidente vicario (pensionato) Giuseppe Gulletta, dei consiglieri pensionati Paolo Serventi Longhi, Edmondo Rho  e del segretario generale della Fnsi, Raffaele Lorusso.

L’approvazione della delibera spetta ai ministri dell’Economia e del Lavoro, Padoan e Poletti, che hanno già bocciato il 3 febbraio scorso  il precedente prelievo (votato dal Cda dell’Inpgi il 27 luglio 2015)  con queste parole: “Con riferimento all’istituzione del contributo straordinario per il riequilibrio finanziario – sebbene possa essere ritenuto uno degli “strumenti coerenti alle indicazioni risultanti dal bilancio tecnico”, così come previsti dalla normativa di settore, cioè l’art. 2, comma 2, del d. lgs n. 509/1994 – si ritiene di porre in evidenza, sotto un profilo di legittimità, che, in quanto imposto da un atto non avente forza di legge che incide su pensioni già maturate e in pagamento (c.d. diritti acquisiti), nonché al di sotto della soglia di salvaguardia posta dall’attuale normativa (14 volte il trattamento minimo Inps) espone l’Ente ad un probabile contenzioso dagli esiti molto incerti. Ciò anche alla luce delle numerose pronunce contrarie della Corte di Cassazione in relazione ad analoghe iniziative adottate da altri enti previdenziali di diritto privato. Pertanto, tale particolare misura potrebbe comportare per l’ INPGI, in definitiva, addirittura maggiori oneri nel prossimo futuro a fronte di una disponibilità di risorse, nell’immediato, per altro non quantificate e   presumibilmente esigue”.

Il Governo non  può ignorare questa massima:  “Il ricorso al contributo di solidarietà non rientra nei poteri e nell’autonomia decisionale delle Casse. Gli enti privati – spiega la Cassazione – hanno a disposizione un ventaglio di soluzioni – dall’aumento delle aliquote alla riparametrazione dei coefficienti alla modifica dei criteri di calcolo del trattamento – per garantire l’equilibrio finanziario e per assicurare le prestazioni future”.
E’ possibile che l’Inpgi faccia quel che non fa l’Inps? L’Inpgi, – ente sostitutivo dell’ Inps, inserito nella Pa -, deve rispettare le sentenze della Cassazione che nega alle Casse professionali “il potere di fissare contributi per via amministrativa”. Sono tre le decisioni recenti della Cassazione che respingono sostanzialmente le tesi sostenute dall’INPGI: la n. 53 del 2015, la 6702 del 2016 e la 12338/2016. In quest’ultima sentenza si legge: “L’art. 3, comma 12, della legge n. 335 del 1995 permette agli enti previdenziali privatizzati di variare gli elementi costitutivi del rapporto obbligatorio che li lega agli assicurati, ma non consente agli stessi di sottrarsi in parte all’adempimento, riducendo l’ammontare delle prestazioni mediante l’imposizione di contributi di solidarietà”.

Con il voto dei suoi rappresentanti nel Cda dell’Inpgi è ipotizzabile che il Governo abbia cambiato linea sui contributi di solidarietà. E’ impensabile che Antonio Funiciello e Mauro Marè non si siano consultati con chi decide le linee  strategiche pensionistiche a Palazzo Chigi e ai Ministeri dell’Economia e del Lavoro.

Nasce  così un caso politico di prima grandezza dagli eventi maturati nel CdA dell’Inpgi. Parte un messaggio  ai pensionati italiani: “Non state tranquilli. Il ripensamento sul prolungamento della legge Letta è possibile”. E’ vero che la Corte costituzionale parla (con la sentenza 173/16) di contributo  “una tantum” e che sotto questo profilo quel contributo non dovrebbe avere repliche.

Ma è anche vero che il CdA dell’Inpgi, con l’avallo dei due rappresentanti ministeriali,  non ha tenuto conto di questo principio nei riguardi dei suoi 1.400 iscritti che pagano il contributo Letta dal gennaio 2014. L’Inpgi ha già incassato 30  milioni di euro negli ultimi 5 anni per via della mancata applicazione della perequazione e per via del gettito del “contributo Letta”. I giornalisti pensionati hanno già dato. Ed ora a tutto ciò si aggiunge la beffa di essere discriminati rispetto ai pensionati Inps, ai quali Boeri non impone alcun contributo. Che farà Renzi?