Franco Manzitti

Elezioni comunali Genova, saliscendi aspettando il ballottaggio. A sinistra perdono 82mila voti

Elezioni comunali Genova, saliscendi aspettando il ballottaggio. A sinistra perdono 82mila voti

Elezioni comunali Genova, saliscendi aspettando il ballottaggio. A sinistra perdono 82mila voti

GENOVA – Sali e scendi per questa città fatta di erte colline piene di case, di quartieri abbarbicati uno sull’altro e di creuze che precipitano verso il suo ombelico di caruggi con lo sfondo (se lo vedi) del porto e del mare. Saliscendi, cercando una nuova geografia politica dopo il primo turno delle elezioni Comunali, che spieghi lo sconquasso atteso quaranta anni del Grande Partito Rosso, finalmente battuto, non più in testa, a rischio di non manovrare più le leve di un potere diffuso in maniera capillare ovunque, con l’ombra di un nuovo governo cittadino, marchiato dalla Destra e dalla Lega uguale il Diavolo nella Zena antifascista.

Sali e scendi nei quartieri di una città definita da tempo come divisa nei suoi spazi, non solo orografici, non solo ambientali, ma anche sociali e politici. A Ponente vince la sinistra prevalentemente quella comunista, poi post comunista, nelle secche vallate Bisagno e Polcevera dominano ancora loro, con qualche enclave del fu Psi, che qui nacque, nei caruggi del centro storico l’identità è meno forte, ma c’è sempre con strappi anarco esistenziali e a Levante e nei quartieri residenziali di Castelletto, Carignano e Albaro si impone la borghesia postdemocristiana, liberale a frange, poi berlusconiana, finiana e oggi in maggioranza leghista. Ma su tutto risalta una imprevista, colossale fuga dal voto, sopratutto nei quartieri-roccaforte della Sinistra, l’abdicazione quasi della “Ditta” postcomunista, tanto cara a Bersani, non a caso il leader più forte nella ex Superba.

Oggi quel saliscendi scoperchia un’altra geopolitica genovese, mentre il candidato del centro sinistra il “soldato” Gianni Crivello, ex Pci e senza tessera Pd e quello del centro destra, il manager “americano”, Marco Bucci, affilano le armi per il duello finale, il ballottaggio del 25 giugno, quello che deciderà se è finito il lungo post Dopoguerra di Genova industrial-portuale, poi post tutto questo, ma sempre a maggioranza di sinistra, un sindaco dopo l’altro, inesorabilmente dal lontano 1974, quando cadde Giancarlo Piombino, democristiano, l’ultimo tavianeo.

Saliscendi e scopri che nulla è più come prima, che molto è cambiato, anche se i connotati della differenza di 11 mila voti che separa gli 88 mila di Bucci dai 77 mila di Crivello, nel mare magno di un’astensione record, nella percentuale del 48, 3, sette per cento di votanti meno che nel 2012, e 14 per cento meno che nel 2007, tornate elettorali propizie alla sinistra di Marta Vincenzi e di Marco Doria, sembrerebbero gli stessi.

Ma come, gli stessi della vecchia città divisa per quartieri, che in certi angoli un democristiano non poteva neppure presentarsi, come in piazza Baracca, ombelico di Sestri Ponente, ex Stalingrado genovese e in altri, come piazza Leonardo da Vinci, in Albaro, la Holywood genovese, un comunista sarebbe stato fischiato?

A Cornigliano quartiere fu operaio, di fabbriche di acciaio e fumi da altoforno oggi vince la Lega e Bucci sta in testa e se vai a risalire su per certe zone del Ponente, che non finisce mai, scopri ancora che Bucci, l’amerikano (una volta l’avrebbero scritto così con la K) ha vinto nella sezione di via Martiri del Turchino, il Nord più Nord di Voltri, dove Genova finisce come Comune, dopo la lunga distesa di porto, fabbriche, aeroporto, porto petroli.

La leadership di sinistra è spesso offuscata dalla bandiera della Lega, insieme a quella un po’ più sbiadita di Forza italia e di Fratelli d’Italia. Inimmaginabile. E a Sampierdarena, dove abita la ministra della Difesa, Roberta Pinotti e che era, invece, battezzaza la Manchester d’Italia, per via del suo affaccio al porto industriale, i voti a destra sono una pioggia.

Qui si paga la mancanza di sicurezza dei cittadini, qui affondano le radici gli immigrati sudamericani, i 15 mila equadoriani, che sono in maggioranza tranquilli, ma in minoranza terrorizzano le notti con le bande dei latinos e mettono a repentaglio la sicurezza di una popolazione anziana, che ha paura a uscire di casa.

Saliscendi e scopri che i grillini, sconfitti fino al 19 per cento del loro candidato Luca Pirondini, il tenore della stecca da decine di migliaia di voti rispetto alle Regionali di due anni fa, sono stati ridotti al silenzio nella patria di “Giuse”, Beppe Grillo, il leader maximo, ma sono ovunque, capillari, sezione per sezione e sempre terzi in classifica, sotto a Crivello il possibile candidato della storica “deposizione” e sotto Bucci, il possibile vincitore di una battaglia ritenuta impossibile, cioè la conquista della Roccaforte Rossa.

Al quinto giorno dopo il primo turno, incontri Crivello che rimbalza da una parte all’altra della città in maniche di camicia, in questa specie di pellegrinaggio che sono diventate le campagne elettorali senza comizi, senza folle, senza annunci roboanti, solo incontri chiusi, dibattiti sminuzzati, e ti dice: “Sono sicuro di farcela, loro hanno raschiato il fondo del barile, più voti di così non possono prendere. “

Il concorrente Bucci gli risponde anche lui in maniche di camicia, che oramai è evidente “ la città ha dimostrato che vuole cambiare e non basta sventolare lo spauracchio della Lega e del fascismo che torna nella città del 30 giugno 1960, nella città che si è liberata da sola dal giogo nazifascita “. Ci vogliono idee e programmi per far tornare la città Superba “meravigliosa”, come recita lo slogan del candidato che arriva in testa al ballottaggio e sente il profumo della possibile vittoria, storica

Gli osservatori, invece, sentono sopratutto il profumo dell’astensione che al primo turno ha tenuto a casa il 52 per cento di elettori.

Scrive il sanatore Federico Fornaro, articolo 1, grande studioso di flussi elettorali e di numeri che “a Genova i dati meritano un’attenzione particolare perché si è verificato un terremoto di prima grandezza nel tessuto sociale e politico che ha colpito in particolare il centro sinistra”.

Secondo Fornaro a Genova mentre il numero degli aventi diritto al voto passa da 523 mila, tra il 2007 e il 2017, a 490 mila, quello dei votanti crolla da 323 mila a 238 mila, meno 26 per cento.

Vuol dire che il candidato del centro sinistra in dieci anni lascia per strada 82 mila voti, la metà del suo tradizionale bacino. Anche per il centrodestra il calo è rilevante, ma più contenuto, 53 mila voti, 37 per cento. Qual è la conclusione? Il declino della identificazione partitica _ scrive ancora Fornaro_ la smobilitazione organizzativa dei partiti, sommandosi agli effetti della crisi economica e dei processi di deindustrializzazione, ha prodotto un deficit di rappresentanza che penalizza la sinistra più di altri.”

Allora tu puoi precipitare da quel saliscendi e trovarti veramente un panorama nuovo. “E’ finita la Ditta _ ti riassume Stefano Zara, ex presidente di Confindustria, ex leader di Ansaldo e grande conoscitore della città politica e industriale– la popolazione, sopratutto nel Ponente ex operaio, è invecchiata e non riconosce più il suo mondo, i suoi riferimenti. Non sono tanto delusi dalle scissioni, dagli strappi del Pd, non sono tanto renziani o d’alemiani contro. Hanno visto sparire la loro azienda, i loro capi azienda. E non vanno a votare.”

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