Franco Manzitti

Genova decaduta, dalle focaccette della festa Pd alla berretta cardinalizia

Genova decaduta, dalle focaccette della festa Pd alla berretta cardinalizia

Genova decaduta, dalle focaccette della festa Pd alla berretta cardinalizia

GENOVA – Litigano anche sulle focaccette, vero must della fu Festa dell’Unità, grande kermesse del fu Pd nella fu roccaforte rossa di Genova, conquistata dalla Destra efficientista e semisovranista, lanciata dal nuovo sindaco Marco Bucci, che sembra, nella rovente estate, una specie di Mandrake.

Le focaccette sono quelle di Crevari, piccolo sobborgo sopra Voltri, estrema periferia, i cui cuochi erano diventati le superstar della Festa dell’Unità da decenni e decenni, per via di queste prelibatezze il cui profumo si diffondeva per gli stand delle storiche kermesse genovesi, attirando in code chilometriche i compagni e gli ospiti, più attratti da esse che dai paludati dibattiti politico culturali. Ebbene Crevari ha tradito la festa del 2017, quella della diaspora e delle grandi sconfitte politiche del Pd e ha preferito alla Festa ufficiale quella degli scissionisti, che si incontrano in una parallela celebrazione, nel cuore dei caruggi genovesi.

Solo qui, a tre passi dal centro di Genova si gusteranno le focaccette di Crevari, nel Porto Antico dove continua la “vecchia festa, oggi degli sconfitti, si sforneranno, invece, “le focaccette del ponente”, un succedaneo di quelle originali che di comune hanno solo la provenienza ponentina, cioè dai quartieri più popolari della città.

Questa delle focaccette, che Mdp, i dalemianbersanianti della diaspora, hanno scippato al Pd, è solo il simbolo gastronomico e anche cultural popolare di una contesa che si proietta sullo schermo della tradizionale Festa, ma che ha ben altri significati politici nella città e nella Regione dove la sinistra nell’arco di due anni ha integralmente perso tutto o quasi: caduta non solo la roccaforte Genova, ma anche la Regione e le “grandi” città della Regione, Savona e La Spezia, vero “nido” rosso.

Resistono, più per caso che per altro, nelle mani del centro sinistra, Imperia, la fu città bianca scajolana dell’estremo Ponente e Sanremo, la città del Casinò, dove le regole politiche nn valgono e le dinamiche elettorali dipendono da altro che dagli schieramenti tradizionali. La contesa sta infiammando il versante perdente della politica genovese e ligure, quello che raggruppa tutta la sinistra, dal fronte grondante lacrime del Pd ufficiale, fino agli alleati di ogni sigla possibile, “Possibile” stessa, all’Altra sinistra, ai fu Sel, ai separatisti veri di Mdp, protagonisti dello strappo autentico dentro a una città che non è mai stata renziana e ora non si sa che cosa sia, postdalemiama, bersaniana? Chissà.

Mentre sull’altro fronte si festeggia con frenesia, sulla sponda del neo sindaco Bucci, che non fa ferie e gira incravattato e serissimo per i quartieri genovesi, rivoluzionando divieti di sosta, mercatini abusivi, studiando riforme di ogni fatta, sotto i 35 gradi del solleone genovese e su quella del cavalcante presidente regionale Giovanni Toti, trasbordante mediaticamente, dalla festa di Cl a Rimini a ogni organo di stampa e di tv dove spara il suo faccione contento di vincente e pretendente ai prossimi passaggi chiave delle campagne elettorali e delle contese a destra, tra Alfani declinanti, Salvini pretendenti e Berlusconi “riliftato” dall’ennesima session a Merano, la Sinistra si dilania più o meno in silenzio.

Come si è potuto perdere tutto in quattro e quattr’otto e come è possibile recuperare in qualche modo alla quasi vigilia di elezioni politiche nazionali nelle quali tutta la classe dirigente si gioca la propria identità? Domande angoscianti, alle quali non si può rispondere solo con la sfida delle focaccette, ma ci vuole una introspezione un po’ più approfondita nei meandri degli ultimi anni-decenni genovesi e liguri di total governo, quando si svettava dal porto, il grande porto genovese, oggi diventato anche genovese-savonese con la riforma di pochi mesi fa, a ogni ente locale e a ogni distretto metropolitano. E ad ogni società pubblica e privata, ad ogni ganglo del potere locale, comunque condizionato da chi sedeva nei palazzi del Comune, della Regione, del Porto. Se si pensa che è anche crollata la banca-mamma di Genova, la Carige, dove il padre padrone Giovanni Berneschi è stato spodestato da scandali e processi, trascinando giù tutta una immensa armatura di influenze e sottopoteri, centellinati in secoli di occhieggiamenti con il Comune e la Regione…..Dove il PCI-PDS-DS-PD c’entrava eccome nella stanza dei bottoni.

Se si pensa che anche il ruolo principe della Chiesa, dove sulla cattedra dell’arcivescovo cardinale si sono susseguiti “cannoni” come il “principe” Siri, poi dopo il delicato passaggio di Giovanni Canestri, figura chiave, Dionigi Tettamanzi, Tarcisio Bertone, appare ora meno preponderante, mentre Angelo Bagnasco, per dieci anni molto impegnato nella presidenza della Cei, si avvia al suo obbligatorio pensionamento, si conclude che perfino i punti cardinali sono tutti saltati.

Se papa Francesco completerà la sua rivoluzione, è probabile che Genova perda anche la sua berretta cardinalizia, nel senso che il prossimo vescovo non sarà anche cardinale, come è già accaduto a Venezia e questo vorrebbe dire una altra retrocessione, dopo le tante già subite: da quella demografica, a quella industriale, a quella di capitale nucleare, a quella di possibile leader nel mondo dell’hi-tech, a quella di fondamentale nodo logistico portuale. Ora anche quella cardinalizia?

Il declassamento generale della città, la sua flessione sociale, attutita solo da una certa risalita nel turismo, nuova linfa di sviluppo economico, il rincaglimento della sua classe dirigente, l’ossificazione dei suoi leader sempre meno giovani (salvo qualche eccezione come in Confindustria), sempre meno aperti all’esterno e più chiusi nel proprio passato da rimpiangere (oggi le presidenze della Camera di Commercio, quella dell’Ascom e quella del promettente e molto deludente aeroporto, sono affidate alla stessa persona, per altro un gentiluomo, solo un po’ datato di età, Paolo Odone,) si diffondono ovunque e pesano sopratutto sulla classe dirigente politica.

Essa è oggi formata prevalentemente dai vecchi o meno vecchi maturi, che non hanno saputo crearsi una successione a scalare, neppure quella intermedia, e dai giovani che non hanno la consistenza per conquistare una qualsiasi leadership. Il discorso vale sopratutto a sinistra, che ha avuto decenni per pensare a cosa succedeva dopo nei suoi quadri, ma che si è concentrata nella conservazione dei piani alti e anche di quelli bassi, tanto per dare una sistemazione a tutti, dai seggi parlamentari alle presidenze di società ed enti, ai ruoli sindacali.

Leadership imponenti, come quelle di Marta Vincenzi e Claudio Burlando, forse le figure di maggiore spicco degli ultimi lustri, hanno lasciato dietro di sé il nulla, neppure lo straccio di un delfino o di una delfina. Semmai una pletora di assistenti, attendenti, laterali, fedeli, preparati a sostenere il capo, a fiancheggiarlo nei suoi progressivi destini di successo. Poi la Vincenzi è sciaguratamente caduta nelle vicende dei suoi processi alluvionali e nella scommessa perduta con gli scontri ai vertici imberbi del Pd e Burlando ha ciccato la sua successione, scegliendo, come può fare un monarca, la sua erede in Raffaella Paita giovane e pimpante, capace di perdere le elezioni regionali, poi quelle del referendum in Liguria, poi la sua amata Spezia, in una sequenza di sconfitte che annullerebbero chiunque e, invece nel Pd di oggi senza orientamenti, la spingono a sperare in una candidatura parlamentare. Addirittura.

Eppure il Pd ligure e genovese schiera due fior di ministri a Roma, il guardasigilli, Andrea Orlando uno spezzino anche lui sconfitto a casa propria nelle ultime elezioni comunali e la statuaria Roberta Pinotti, ministra della Difesa, immersa in grandi scenari internazionali. Ma costoro hanno sempre molto separato il ruolo nazionale dalle beghe locali, ancor meno le sconfitte genovesi e liguri e spezzine. Non hanno strutture di partito o di corrente, che trasmettano sul territorio, come si diceva una volta, imput, analisi o semplicemente idee. E’ come se tutto fosse materia scottante, ma poi come si fa a passare dalla riforma del Codice penale e dal pattugliamento delle coste libiche alla diaspora delle focaccette di Crevari?

Quando la politica era un’altra i grandi big come Paolo Emilio Taviani conoscevano ogni foglia dei loro collegi elettorali, anche quando guidavano superministeri e in più erano impegnati in grandi battaglie di partito. Oggi i ministri di questo tempo, almeno quelli liguri, stanno ben attenti ai loro percorsi locali, dove sfrecciano come soffusi da un’aurea di intoccabilità. La discussione su futuro, che parte paradossalmente dalle focacette è così monca, tronca, difficile da far decollare, perché l’ufficialità dei ruoli incatena i responsabili come il segretario regionale, il senatore Vattuone a un cauto silenzio e la macchiettizzazione dei ribelli, come il filosofo Simone Regazzoni, li piazza in un’area dalla quale è difficile uscire.

Si cercano nuovi protagonisti nelle fila spazzate dallo tsunami elettorale e non si trovano. Si cerca tra la ggggente (con tre g) nuovi volti, nuove personalità ma non è facile. E allora si va a scegliere tra le focaccette del Ponente e quella di Crevari. E si vanno ad ascoltare ben otto ministri che scenderanno alla festa dell’Unità. Ma saranno otto spot e nulla più. Quasi come se li recitassero sull’odiato red carpet di cui Toti e i suoi hanno ricoperto la Liguria in questa estate, suscitando sdegno e riprovazione a sinistra. Inutilmente, perché un’altra idea da parte loro non spunta. Allora buone focaccette.

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