Franco Manzitti

Genova e Savona: a destra vince la dottrina Gasparri. Toti Macron italiano?

Genova e Savona: a destra vince la dottrina Gasparri. Toti Macron italiano?

Genova e Savona: a destra vince la dottrina Gasparri. Toti Macron italiano? (nella foto Ansa, Giovanni Toti)

GENOVA – Quando all’ 1,36 della notte del ballottaggio il neo sindaco appena eletto, Marco Bucci, circondato da un corteo festante, sale il primo scalino di palazzo Tursi, la principesca sede del Comune di Genova, nel cuore della via Garibaldi, “strada dei re”, dalle grandi balconate sul chiostro cinquecentesco pendono decine di bandiere italiane, leghiste, di Forza Italia, dei Fratelli d’Italia.

Il nuovo sindaco spinto da una percentuale del 55 per cento, guadagnato contro il 44 per cento del suo avversario sconfitto, Gianni Crivello del centro sinistra, ex assessore senza tessera Pd, ha in tasca i 112 mila voti che gli hanno consentito questa vittoria “epocale”, che fa sembrare la sua salita per lo scalone di marmo verso il cortile sovrastanto dai nomi scolpiti dei quartieri di Genova, come una presa del Palazzo di Inverno. È una vittoria “storica” quella del centro destra, che entra sventolando i suoi vessilli nella reggia della sinistra genovese, da cui il partito architrave, il fu Pci, Pds, Ds ora Pd, non mollava la presa dall’aprile del 1974, salvo una breve pausa tra il 1985 e il 1990.

È di più della vittoria che il “macellaio” di professione Guazzaloca conquistò da civico liberale a Bologna, la rossa, negli anni Novanta. Insieme con la ancora più clamorosa caduta di La Spezia, l’altra città ligure, nella quale la roccaforte rossa si è sbriciolata con la vittoria del “destro” Pierluigi Peracchini, addirittura al 60 per cento, questa vittoria capovolge un vero sistema di potere che aveva ramificato per decenni l’apparato politico, burocratico, culturale e finanziario di Genova in una catena di comando costruita pezzo per pezzo e radicata per decenni e decenni, una vittoriaa dopo l’altra, in un dominio assoluto, spesso, quando coincideva con quello regionale ligure e con quello del porto, addirittura “universale”.

Generazioni e generazioni di una classe dirigente ultrasicura di se stessa, del suo assoluto dominio si sono succedute su e giù per queste scale della roccaforte che Marco Bucci, 58 anni, manager con trascorsi americani, una moglie, due figli, una tradizione cattolica boy scout, sconosciuto alla politica fino a due mesi e mezzo fa, sbriciola. Sale con il suo sorriso “tecnico”, con il suo atteggiamento più da uomo del fare che carismatico, questo signore che va a caricarsi sulle spalle la enorme responsabilità di ereditare una città in crisi, in crak demografico, in un degrado ambientale che le finanze rinsecchite hanno accentuato ben oltre le intenzioni dei precedenti governanti, senza visioni prospettiche, salvo i disegni di Renzo Piano, con un buco di bilancio che minaccia perfino la giunta neonascente.

È circondato, il Bucci, dai partiti che lo hanno sostenuto e con i quali è riuscito a tenere una debita distanza, la Lega Nord di Matteo Salvini, che stasera non c’è a esultare, ma che è venuto a Genova cinque volte nel finale di campagna, i Fratelli d’Italia che portano qua il rauco e trionfante La Russa, Forza Italia, ovviamente con Giovanni Toti, governatore della Liguria e gran regista con l’assessore Edoardo Rixi, leader “padano”, di questa operazione- Genova più operazione- Savona, stampate, appunto, con il modello della “dottrina Gasparri” adattato da Toti alla realtà ligure: uniti si vince.

Salgono tutti assieme tra bandiere, canti “chi non salta comunista è”, in una notte che cambia anche in parte l’anima di Genova , sicuri di avere fatto bingo, ma anche di avere buttato sulla bilancia della politica italiana una spada pesante per gli equilibri nazionali: la terza e qurta sconfitta di fila in Liguria per il centro sinistra, dopo la Regione e Savona e ora con la Superba e La Spezia, mai nella sua storia del Dopoguerra governata dalla Destra.

Vanno a occupare la sala d’onore del palazzo Tursi, con tutto il corteo degli assessori, dei “giannizzeri”, tra bandiere e canti, in attesa di prendere il mitico ufficio del sindaco, la stanza che nella sua anticamera vede scolpiti i nomi di tutti quelli che hanno governato la Superba nel Dopoguerra e che incomincia con i sindaci della Liberazione. Quella Liberazione che gli sconfitti hanno cercato di invocare sul finale convulso e un po’ fuori dalle righe della campagna. Oggi “Genova libera” lo cantano quelli della Destra vincente e capovolgente la storica tradizione zeneise, la città che si liberò da sola dal giogo nazifascista e che respinse il governo di destra tambroniano nel 1960 e ora assiste a questo spettacolo nella notte di grazia del 25 giugno 2017, a cinque giorni dal mitico 30 giugno di quella ribellione.

Bucci e i suoi salgono a celebrare una vittoria annunciata dal primo turno, che non ha visto scendere la percentuale dell’affluenza, malgrado le previsioni, ma che è segnata comunque da un 57 per cento di assentesismo, che cambia la geografia geopolitica della città, dove quartieri di Ponente tradizionalmente in mano alla sinistra e zone della Valbiasagno e del centro popolare della città cadono quasi tutti, uno dietro l’altro, in mano al nuovo padrone.

Bucci annuncia un po’ ritualmente che “sarà il sindaco di tutti i genovesi, di quelli che non hanno votato e di quelli che hanno sedici e diciasette anni e che andranno a votare la prossima volta”, in una città che avrà un futuro diverso, dopo che sarà governata da lui con una giunta nuova con molte soprese, molti esterni, molti tecnici, molti esperti, molti nuovi assessorati. Una rivoluzione.

Lui parla con lo stesso stile della sua campagna elettorale, fatta di rari scontri, di scintille solo nel finale, quando le contestazioni a Crivello hanno acceso una polemica tra presunti fascisti e anti fascisti e, intanto, gli sconfitti scendono quelle scale da un altro lato, nel silenzio della “derrota” alla quale non sono abituati, che a sinistra sembra quasi “contro natura”, ma che è lì, plateale con i suoi numeri e la presa del palazzo e della città.

Gianni Crivello ammette il patatrac e promette opposizione dura, ma non rinuncia a qualche battuta contro il vincitore, come se non fosse ancora finita la contesa. Parla in un giardino all’aperto, nella pancia del centro storico, circondato da faccie stravolte, da leader e leaderini che non trovano le parole per spiegare se non che i voti di protesta dei grillini, spazzati al primo turno, hanno preso, al secondo, la strada sbagliata.

“Avevamo capito che c’era voglia di cambiare “ – ammette Crivello, cui tributano almeno il merito di averci messo la sua faccia, di avere lottato, dopo che l’intero centro sinistra era stato costretto a chiedergli, quasi in ginocchio, di accettare la candidatura, lui l’ultimo della lista, l’assessore di Doria, grande “desaparecido” della campagna elettorale, il sindaco-marchese schiantatosi sull’ultima delibera, che agonizzava in Comune da almeno due anni, senza che il Pd avesse la forza di invertire il corso degli eventi, che ora giungono al compimento.

Doria posta su Facebook una poesia con protagonista  Cyrano, per significare le sue difficoltà e gli incontri difficile del suo mandato. È un altro modo un po’ criptico di salutare, dopo un mandato contradditorio di questo sindaco-marchese, con i magnanimi lombi e grossi problemi di comunicabilità. Doria abita tre palazzi sotto la strada dei re, dove la destra sta festeggiando. Lui era stato eletto al ballottaggio, cinque anni fa, con 120 mila voti e con una percentualee di votanti più bassa di quella che premia il manager Bucci. Nel momento del trapasso storico, in pochi gli  rendono l’onore delle armi, come gli amici che cinque anni fa lo avevano portato a sfidare e vincere contro i leader del Pd le Primarie e poi a conqustare Tursi contro il professore Enrico Musso, un ex liberale, che correva da civico e che ora sta nella maggioranza dei vincenti.  Tra quegli amici c’era anche Don Gallo, il prete di strada che fu il maggior sponsor della sua candidatura arancione.

Ora di arancione qui non c’è più nulla e neanche di rosso. Il palazzo e la roccaforte sventolano bandiere diverse e saltano e mandano messaggi a Roma, chiedendo addirittura che questa vittoria ligure a doppia mandata genovese e spezzina sia un avviso di sfratto per il Governo. A Genova ha perso anche la ministra della Difesa Roberta Pinotti, nativa di Sampierdarena, luogo storico della sinistra, quasi mai vista in campagna elettorale. A Spezia ha perso ancora più clamorosamente Andrea Orlando, il competitor di Renzi nel Pd, stracciato con un 60 a 39 per cento, una vera débacle. A Genova e in Liguria ha perso un Pd tentennante, incerto, incapace di darsi una classe dirigente stabile, commissariato da Renzi fino al marzo scorso e poi rinsaldato con il senatore Vito Vattuone, anche lui oggi travolto come il segretario provinciale Alessandro Terrile, che entra in consiglio comunale per il rotto della cuffia.

A Genova la maggioranza del centro destra sarà schiacciante con 24 consiglieri, di cui ben nove della Lega. In regione Toti gongola e smussa le provocazioni che lo vogliono già lanciare verso una leadership nazionale dei moderati.  Per tutta la notte lui e Berlusconi si sono inseguiti sui telefonini. “ Questo centro destra l’ha costruito un signore di nome Berlusconi – dice il presidente ligure scendendo quelle scale. – Io l’ho tenuto unito e l’ho fatto vincere”.  Come dire, non affrettiamo i passi. Ma con l’avviso di sfratto, con la legge elettorale in fieri e con Toti che viaggia come un siluro verso Roma, qualcuno immagina addirittura che la Liguria potrebbe tornare a votare prima del tempo per le Regionali. Per sostituire un governatore, chiamato a superiori destini, che nel delirio della notte di vittoria qualcuno battezza già il “Macron italiano”.

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