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Genova, fantasma commissario per Marco Doria: sindaco a ore?

La foto di di Franco Manzitti

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GENOVA – Senza più maggioranza, con la sua stessa lista che gli vota contro, con il bilancio del Comune affondato da due delibere della minoranza e otto milioni perduti, con il petrolio nero che sgorga in Valpolcevera dai tubi rotti, la Fiera del Mare liquidata, l‘Amiu, azienda dei rifiuti, vicina al crac, l’Amt, azienda dei trasporti ko, tra scioperi totali e disservizi clamorosi, con i bus che bruciano sui saliscendi genovesi e le altre società partecipate al collasso, Marco Doria, il marchese-rosso, sindaco di Genova, vede davanti a sé lo spettro del commissariamento.

Il Comune non ce la fa più, la sua maggioranza è evanescente e ora pugnalata anche da insospettabili, come l’ex asre della giunta Vincenzi, Paolo Veardo, uomo forte del mondo cattolico e quindi il galeone di Doria, che navigava da tempo in mezzo a una tempesta, non riesce più a vedere il porto di arrivo, cioè il maggio del 2017, data della fine della suo tormentato primo, e forse unico, quinquennio di governo della Superba.

Se non si trovano quegli otto milioni, che due delibere sulle aliquote e detrazioni per le abitazioni del 2016, hanno fatto sparire dai conti del bilancio, il galeone deve alzare bandiera bianca, far salire a bordo il commissario per navigare di leggera bolina verso la meta.

In questo caso Genova cadrebbe, mentre si sta per votare a Roma, Milano, Napoli e nelle altre città di una consultazione sul filo del rasoio.

Per Marco Doria sono giornate durissime: una settimana fa il crac del tubo Iplom che ha “spruzzato” 750 mila litri di petrolio in Valpolcevera, con il rischio poi scongiurato di una marea nera che calasse dai fiumi secchi in mare, verso le Riviere, in attesa di una salvifica stagione turistica, lo ha messo in grave crisi.

Quel tubo scoppiato non era certo sotto la sua responsabilità, ma al sindaco compete di garantire la sicurezza del territorio e il territorio di Genova in quell’area è sotto scacco e servitù da decenni. Non certo solo per la responsabilità del marchese-sindaco, ma anche dei suoi numerosi predecessori, sopratutto di quei sindaci espressi dalla sinistra-sinistra, che facevano della difesa del territorio stesso e dei suoi abitanti una vera bandiera, come Claudio Burlando e Marta Vincenzi, e prima ancora lo storico primo cittadino, Fulvio Cerofolini, il quale, per la verità, aveva liberato la valle dalle raffinerie del petroliere Garrone.

Dopo di lui la salvaguardia della zona postindustriale più importante della Liguria e del Nord Ovest è stata molto sottovalutata, forse accantonata, per l’incombere di altre emergenze.

Mentre l’emergenza petrolio dilagava anche un po’ oltre la misura effettiva del rischio poi manifestatosi, scatenando l’allarme su tutta la costa fino alla Francia, dove avevano già incominciato a spedire ingiunzioni e minacce, se le chiazze avessero attraversato il Golfo Ligure fino alla magica Cote d’Azur, Doria è stato contestato.

Gli abitanti di Fegino (la zona dello sversamento), di Borzoli, in faccia ai grandi magazzini della superdistribuzione, Ikea, Decathlon, Mercatone, Roi Merlin, Maison du Monde e tutto l’ambaradan di mercati e mercatini, hanno chiesto minacciosamente al sindaco di togliere dalla valle i tubi del petrolio. E questo mentre l’azienda petrolifera, di proprietà in maggioranza di una storica famiglia genovese, i Profumo e poi di fondi internazionali, metteva in cassa integrazione a rotazione i 252 dipendenti di quel mostro di acciaio, tubi e depositi, che fa vivere di lavoro anche con il suo indotto di almeno altre trecento persone il comune di Busalla, immediato entroterra di Genova, lungo la Valle Scrivia.

Emergenza ambientale più emergenza ocupazionale, cioè la croce degli amministratori liguri e sopratutto di quelli genovesi, che da decenni calcolano la difficoltà di far convivere le condizioni dell’aria del cielo, del territorio con queste fabbriche, raffinerie, acciaierie, fonderie, manifatture dai nomi storici e nobili, Italsider, Ansaldo, Fincantieri, Italimpianti, Erg, Bruzzo, Sanac eccetera, eccetera, che hanno fatto lavorare e prosperare generazioni e generazioni.

Ora siano arrivati alla fine, alla canna del gas di una de-industrializzazione potente e rapidissima che ha tagliato in quarto di secolo almeno 250 mila posti di lavoro. Via i posti di lavoro, le fabbriche dismesse e rimaste spesso in piedi come cimiteri, cadaveri archeologici di un’era che fu, e il tentativo di sostituire quel passato pesante e ricco economicamente, un po’ con il terziario della Grande Distribuzione e un po’ con il post industriale dell’elettronica, dell’informatica, l’high tech delle nuove scommesse, come quella sulla collina di Erzelli, sopra Sestri Ponente, ex Stalingrado di Genova, come l’IIT, l’Istituto Italiano di Teconologia, la fabbrica dei robot, delle intelligenze artificiali, dove studiano e ricercano scienziati giovani di tutto il mondo.

Ma il “nuovo” sta in mezzo al cimitero del vecchio, in quella valle o sulla costa martoriata del Ponente genovese, tombato in mare dai riempimenti necessari a costruirci sopra stabilimenti industriali, porti petroli, porti satelliti come quello di Voltri, piste aeroportuali.

E questa convivenza, tra passato e futuro, non riscatta ancora il territorio, che rimane quello che era. I parchi tecnologici in costruzione sono come piccole oasi, tra i tubi degli oleodotti piazzati nella pancia della Valpolcevera, sessanta anni fa, gli incubatori di scienzati e robot sono piccole cattedrali costruite in aree che un tempo erano la periferia sperduta e inquinata della grande città, a Morego, a Pontedecimo.

Al groviglio si aggiunge la difficilmente districabile rete ferroviaria del nodo di Genova, dove stanno costruendo la nuova linea veloce tra la città e l’Oltre Appennino, il Terzo Valico, il treno veloce per collegare, in meno di un’ora, Genova a Milano.

Lavori che dureranno fino al 2021 e che si attendono da secoli, ma, comunque, provocano ovvie mobilitazioni contrarie, battaglie vere e proprie, in un brulichio di manifestazioni di comitati del territorio, di No Tav, che arrivano perfino dalla valle Susa della Torino-Lione. E poi ci sono i lavori eterni per realizzare il nodo ferroviario che avvolgono la città da un decennio ed hanno sconvolto le stazioni di Genova-Principe e Genova-Brignole, che solo ora vedono la luce dopo un decennio di cantierizzazione.

Tutto questo rimbalza nella Valpolcevera e per tutto questo il marchese-sindaco tiene ora in mano un cerino acceso che si sta esaurendo, incominciando a bruciargli le mani.

Magre consolazioni arrivano dal boom turistico, che scopre Genova come una meta appetibile, fino a ieri quasi segreta, ma è sempre un città isolata, irraggiungibile, tagliata fuori dall’alta velocità, un’ora e mezza per andare a Milano, quasi cinque ore per Roma, due ore per Torino e le autostrade collassate nei week end di traffico, un aeroporto ridicolo, che non avendo sfruttato il low cost, anzi avendo perso quel vantaggio, ti fa pagare ottocento euro il biglietti andata e ritorno per Roma su Alitalia, compagnia rimasta monopolista sulla linea più “corrente”. Uno scandalo.

Un sindaco non può certo farsi carico di questo, ma se l’ombra del commissariamento si profila tutto questo gli grava inevitabilmente e storicamente addosso.

Ora bisognerà vedere se la maggioranza farà come Lazzaro e uscirà dal sepolcro, dove le defezioni continue di singoli e nuove liste l’hanno chiusa, e resusciterà per scongiurare il “taglio” della legislatura comunale. Bisognerà vedere se questo del siluro al bilancio è solo un segnale a Doria per avvertirlo che non gli venga in mente di candidarsi per il prossimo turno. Sono incominciate le grandi manovre di una campagna elettorale che sembra incominciare sulle macerie.

Il Pd, partito di governo, e di lotta al suo interno, non ha ancora deciso se appoggiare Doria, rinviando la decisione al dopo referendum istituzionale, nella convinzione che il rischio di andare a votare con una sinistra divisa può far replicare la sconfitta alle ultime regionali. Doria è troppo impegnato a timonare nella tempesta e dopo avere fatto capire che stava pensando, malgrè tout, a una candidatura bis anche sotto scacco di elezioni Primarie, oggi sembra travolto dalle ondate.

La Destra esiste solo nelle battute della superstar Giovanni Toti, il governatore della Liguria, che spergiura di voler applicare anche a Genova il modello Liguria, cioè una candidatura di tutto il centro destra, dalla Lega ai residui di Forza Italia, all’Udc, ai Fratelli d’Italia. Qui per ora non ci sono un Bertolaso e una Gi Meloni, che si profilino all’orizzonte e neppure pirati con la bandiera nera.

Per ora c’è solo il fantasma del commissario, che non dispiace certo a Destra e tanto meno ai grillini per quanto divisi essi stessi, che volteggia davanti alla prua del galeone di Doria.